La nostalgia è il peggior nemico della rigenerazione territoriale (e sociale)

La discussione nata sull’ultimo singolo di Brancale, Delia e Levante si è concentrata molto sulla canzone in sé, ignorando tuttavia di affrontare un fenomeno molto più ampio entro cui il caso si inscrive: la romanticizzazione dell’entroterra da parte di chi, paradossalmente, ne emigra.

La nostalgia è il peggior nemico della rigenerazione territoriale (e sociale)
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Agostino Forgione Modifica articolo

20 Aprile 2026 - 14.31


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L’uscita dell’ultimo singolo di Serena Brancale e compagine, quello sulle Madonne e sulle chiese per capirci, ha acceso un sentito dibattito sul modo in cui i piccoli comuni del Sud sono stati ritratti e raccontati. L’accusa più comune è quella di aver dipinto le realtà di provincia con tinte melense e stereotipate, restituendo un immaginario per costruzione a metà strada tra un cinepanettone e un reel dell’influencer di turno sulla “vita lenta” che ancora scandisce le giornate nei borghi dell’entroterra.

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Polemiche, tuttavia, che non tengono conto di un aspetto cruciale: si tratta di un singolo che punta a diventare un tormentone estivo e null’altro, di certo non si inserisce nella riga del cantautorato più impegnato. Ragion per cui il ricorso allo stereotipo, all’iperbole, diviene imprescindibile per farla canticchiare nei supermercati o dal parrucchiere e posizionarsi in testa alle classifiche. In sunto, commentando con una certa dose di cinismo, ne sono consapevole, non vale la pena perdere tempo in disquisizioni che non tengono conto della natura stessa dell’opera: si tratta di una canzonetta di cui tra un anno nessuno si ricorderà più.

C’è però un altro aspetto, tuttavia a mio parere molto più interessante, su cui porre attenzione. La pericolosità della nostalgia, in particolar modo nel favorire i processi di rigenerazione territoriale e sociale di cui i paesi pieni di vecchie sedute sulle sedie hanno disperatamente bisogno. Brancale e amiche, infatti, da donne del Sud hanno affermato come la voglia di scrivere il pezzo nasca proprio dalla lontananza verso le terre d’origine.

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Il problema, tuttavia, sorge quando la nostalgia muta in nostomania, e purtroppo accade in troppi casi. Il vocabolario Treccani definisce quest’ultima come una “forma morbosa di nostalgia, per cui il soggetto prova un intenso bisogno di ritornare nei luoghi della propria infanzia”.  Il punto sta nel modo in cui, inevitabilmente ma forse per fortuna, il nostro cervello rievoca i ricordi. I tratti si fanno più morbidi, la narrazione contraddistinta da un ingente romanticismo di fondo, i colori snaturati da una patina di sentimentalismo alla Mulino Bianco. È il filtro che maschera rughe e zampe di gallina e restituisce un’immagine molto più amabile e, non meno importante, instagrammabile.

Così tutti i difetti, le storture, le mancanze, vengono cancellate e in maggiore o minor grado dimenticate, ignorate, per ottenere un quadretto da poter essere esibito agli aperitivi e alle cene con gli amici. Le dinamiche sociali e culturali che paradossalmente pure denunciamo omesse, la carenza di opportunità e infrastrutture glissata e via dicendo, la storia la conosciamo. Lo facciamo un po’ tutti, qui c’è da fare un mea culpa, per cui non ha senso puntare il dito contro Brancale e co. E lo facciamo perché, di nuovo, la psicologia ci insegna sia normale costruire e rievocare i nostri ricordi in modo edulcorato, rendendoli più facili da digerire e averci a che fare.

Il punto è essere consapevoli di tutto ciò, non indossare volontariamente dei paraocchi che ci evitino di guardare nella sua interezza una realtà, purtroppo, per molti aspetti ben volgare e aspra.  Essere consci, quando si guarda o espone un bel quadretto, che per l’appunto è solo un quadretto.

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