Il recente verdetto delle urne del referendum sulla separazione delle carriere e la riforma della giustizia ha portato alla luce un fenomeno politico inaspettato: la mobilitazione degli elettori cosiddetti “dormienti”. Questa fascia di cittadini, che abitualmente diserta le competizioni elettorali, ha deciso di rompere il proprio silenzio, pesando sulla bilancia del No con una forza stimata tra il 10 e il 15% del corpo elettorale. Secondo le rilevazioni demoscopiche, questa massa critica si è schierata in modo compatto contro il progetto governativo, con punte che sfiorano il 65%. Sebbene l’affluenza nazionale si sia attestata vicino al 59%, è stata proprio questa componente anti-partitica a spostare gli equilibri, manifestando una volontà che difficilmente si tradurrà in un consenso stabile per le future elezioni politiche.
Oltre all’irruzione degli astensionisti cronici, il risultato è stato modellato da sensibili scostamenti interni alle coalizioni. Nel campo del centrodestra si sono registrati distinguo non trascurabili, specialmente tra le fila dei moderati: quasi il 18% degli elettori di Forza Italia e Noi Moderati ha scelto il No, seguiti da una quota simile tra i sostenitori della Lega. Al contrario, il fronte del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle ha mostrato una compattezza maggiore nel rifiuto della riforma, con defezioni minime che non hanno superato il 13%. Il dato territoriale conferma questa tendenza, con il No che ha prevalso anche in storiche roccaforti della maggioranza come Lazio, Piemonte e Sicilia, lasciando al Sì soltanto il primato in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia.
Le motivazioni che hanno spinto gli italiani a bocciare il quesito spaziano dal merito tecnico alla protesta politica. Lorenzo Pregliasco di Youtrend evidenzia come per il 61% dei votanti sia prevalsa “l’idea di difendere la Costituzione“, ma ammette che circa un terzo degli oppositori ha utilizzato la scheda referendaria per esprimere un “voto di opposizione al governo Meloni”. In questo contesto, le nuove generazioni hanno giocato un ruolo di primo piano, influenzate da campagne di comunicazione digitale che hanno saputo intercettare il loro dissenso. Nonostante ciò, i volumi assoluti dei voti per il Sì non indicano un crollo del consenso governativo, superando persino i voti ottenuti dalla maggioranza alla Camera nel 2022, a dimostrazione che i partiti hanno sostanzialmente tenuto le proprie posizioni.
In ultima analisi, il referendum sembra configurarsi come un episodio isolato di democrazia diretta piuttosto che come un terremoto politico per l’esecutivo. Esperti come Nicola Piepoli suggeriscono che il popolo abbia inteso opporsi specificamente alla “frantumazione del potere giudiziario”, senza però voler necessariamente innescare una crisi di governo. Si tratta di una vicenda che, pur avendo visto Napoli e Palermo schierarsi massicciamente contro la riforma con vette del 75%, viene interpretata da molti sondaggisti come un capitolo chiuso senza immediati strascichi sulla stabilità della coalizione al potere.
