Il mondo si trova immerso in un tempo segnato da profondi squilibri e polarizzazioni, un’epoca in cui, come ha denunciato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk aprendo i lavori del Consiglio a Ginevra, guerre in aumento, caos climatico e accelerazioni tecnologiche lasciano le persone disorientate e impotenti. Durante l’intervento, l’attenzione si è concentrata in apertura sulle tragedie legate alla violenza di genere, definita una vera e propria emergenza globale.
Il fenomeno del femminicidio continua infatti a registrare numeri drammatici in diverse aree del pianeta, spingendo l’Alto Commissario a citare casi specifici come l’Italia, dove recenti episodi hanno visto l’uccisione di diverse donne da parte di partner o ex partner, e situazioni analoghe riscontrate in Camerun. Nonostante leggi e azioni penali siano strumenti fondamentali, Türk ha ribadito che occorre estirpare le radici profonde di tali crimini, legate a discriminazioni, disuguaglianze e stereotipi culturali, ricordando inoltre come tassi elevati di violenza contro le donne siano spesso lo specchio di tensioni sociali più ampie e di una maggiore propensione ai conflitti armati, come nel caso della Libia dove la specifica normativa di tutela resta bloccata da anni. Il quadro dei diritti delle donne vede poi una delle sue pagine più buie in Afghanistan, dove il sistema di sistematica oppressione imposto dalle autorità locali è stato definito senza esitazioni un vero e proprio apartheid di genere, accompagnato dalla richiesta di rimuovere immediatamente i decreti che escludono donne e ragazze dalla vita pubblica.
La riflessione si è poi spostata sul panorama geopolitico internazionale, descritto attraverso una formula incisiva: “Viviamo in un’epoca di estremi”. Un contesto in cui poteri forti, magnati della tecnologia e populismi sfruttano le casse di risonanza dei social media per far apparire ineluttabili tendenze distruttive, mentre la storia insegna che la resistenza collettiva contro l’ingiustizia e l’oppressione è sempre stata possibile grazie alla forza dei valori umani condivisi. Allargando lo sguardo agli scenari bellici, Türk ha lanciato un allarme severo sull’aumento sconsiderato delle ostilità: con oltre sessanta conflitti in corso che vedono coinvolti almeno uno Stato, il mondo ha raggiunto il picco più alto dai tempi della Seconda guerra mondiale.
Tra le situazioni più pericolose figurano la ripresa degli scontri tra Stati Uniti e Iran nella regione del Golfo, con pesanti ripercussioni sui civili, e il protrarsi della guerra su vasta scala mossa dalla Russia in Ucraina, giunta al quinto anno su una traiettoria sempre più minacciosa per le infrastrutture energetiche e la popolazione. Di fronte a scenari in cui la guerra rappresenta il fallimento dell’umanità e la pace ne incarna la massima espressione, l’Alto Commissario ha ricordato che la stragrande maggioranza delle persone desidera la pace e necessita di supporto concreto.
Un capitolo centrale dell’intervento è stato dedicato alle minacce inedite legate al progresso tecnologico e digitale, con particolare riferimento all’intelligenza artificiale e alla necessità urgente di governance prima che sia troppo tardi. Sottolineando come il dibattito pubblico sia dominato da una manciata di uomini che detengono un potere quasi illimitato sui sistemi di calcolo e mirano principalmente allo sfruttamento dei dati personali, Türk ha chiesto a gran voce l’introduzione di garanzie di sicurezza ferree, verifiche indipendenti e una cooperazione industriale basata su confini etici invalicabili, evidenziando che i ritardi normativi avvantaggiano unicamente le grandi aziende tecnologiche.
Analogamente, il modello economico globale attuale rischia di schiantarsi contro i propri limiti, guidato da logiche di profitto che mettono sotto pressione il pianeta e i suoi abitanti, concentrando ricchezza e potere in poche mani e aggravando le tensioni attraverso politiche inique, dazi punitivi e la subordinazione dei diritti dei lavoratori a favore dei soli investitori. Il quadro si completa con l’analisi di una diffusa marea di discriminazioni sistemiche che attraversano i confini geografici, alimentate da razzismo e intolleranza.
In molte nazioni si assiste al deliberato smantellamento delle conquiste sociali a favore delle persone di discendenza africana, inclusi i tagli ai programmi antidiscriminatori e la distorsione della memoria storica. Politici e mezzi di informazione tradizionali o digitali amplificano spesso episodi isolati per dipingere migranti, rifugiati, minoranze etniche e comunità musulmane come una minaccia collettiva, alimentando un clima di odio che in diversi Paesi si è già tradotto in violenze fisiche dirette contro intere comunità. In questo scenario di profonde fratture globali, la piaga del femminicidio emerge con forza non solo come una drammatica violazione dei diritti umani fondamentali, ma come il sintomo più tragico e inaccettabile di un’architettura sociale fondata ancora sulla disuguaglianza, ricordando a tutti i governi che nessun progresso verso la pace e la stabilità potrà dirsi autentico senza sradicare la violenza di genere alla sua radice.
