di Marco Valenti
Attraverso i bandi PRIN (Progetti di Ricerca di Rilevante Interesse Nazionale), il Ministero dell’Università e della Ricerca sostiene i progetti presentati da università ed enti di ricerca, selezionandoli sulla base di una valutazione scientifica competitiva. L’esclusione pressoché totale dell’archeologia dai finanziamenti PRIN 2026, nel settore SH6, denominato “The Study of the Human Past – Archaeology and History”, i cui risultati sono stati pubblicati da pochi giorni, equivale al sostanziale azzeramento delle risorse destinate alla ricerca archeologica di base.
La contraddizione è evidente, dato che il settore la include esplicitamente nella sua definizione… ma finisce per lasciarla fuori.
L’archeologia intreccia fonti materiali, dati ambientali, analisi scientifiche e interpretazione storica; studia insediamenti, produzioni, paesaggi e relazioni sociali, dando visibilità a esperienze poco documentate dalle fonti scritte. Escluderla impoverisce la conoscenza del passato e nega la specificità della disciplina.
Paradossalmente tale esito segna un disgraziato ritorno a prima degli anni Settanta, come se oltre mezzo secolo di trasformazioni non fosse mai esistito. In quel periodo si affermò un’archeologia storica, attenta a cultura materiale, territori e società, alla valorizzazione, fondata su stratigrafia e interdisciplinarità. Cambiarono domande, fonti e possibilità di comprendere il passato oltre ai monumenti e agli oggetti di pregio. Ricacciarla ai margini rivela scarsa considerazione per ciò che è diventata e per il percorso con cui ha conquistato autonomia e capacità critica. È la rimozione di una prospettiva scientifica.
La rapidità della selezione e la provenienza internazionale dei revisori, celebrate nella comunicazione istituzionale del Ministero, non rispondono alla domanda sul perché e come sia accaduto. L’87% di revisori esteri e la valutazione di 4.279 proposte in circa quattro mesi descrivono l’organizzazione del bando, senza chiarire quali competenze abbiano esaminato i progetti archeologici, né provare che la pluralità degli approcci sia stata compresa. La velocità non certifica la qualità; conta invece la corrispondenza tra specializzazioni degli esperti e contenuti dei progetti.
Le linee guida richiedevano competenza scientifica comprovata e rappresentatività disciplinare; pertanto va chiarito come siano stati applicati in SH6; inoltre se originalità, metodo, impatto e fattibilità siano stati giudicati con criteri comparabili.
Anche le responsabilità vanno ricostruite. Il Comitato ha esaminato inizialmente sinossi e profilo scientifico del gruppo, decidendo se ammettere il progetto alla valutazione completa. Sono seguiti due revisori esterni anonimi, i cui giudizi hanno rafforzato la valutazione conclusiva del Comitato. Attribuire genericamente l’esito ai revisori confonde i passaggi e oscura le responsabilità.
Occorre sapere dove si siano concentrate le esclusioni e i motivi di fondo. Delle 4.279 proposte sono stati infatti selezionati 199 progetti, circa il 4,65%. Una competizione così restrittiva lascia senza fondi molte ricerche valide, non spiega da sola l’esclusione dell’archeologia, né dimostra una penalizzazione generale delle discipline umanistiche. Per distinguere scarsità e squilibri valutativi servono allora i dati sulle candidature e sul loro percorso, non rassicurazioni di principio. Togliere il finanziamento a una componente disciplinare significa non rispettare la varietà del settore stesso. È in gioco anche il significato della ricerca di base.
Il PRIN riconosce l’autonomia delle domande scientifiche e valorizza un impatto connesso alle priorità nazionali ed europee. Se l’impatto viene misurato soprattutto in termini di ricaduta economica o tecnologica immediata, ricerche essenziali rischiano di diventare invisibili. Questo è accaduto all’archeologia, il cui valore matura nel lungo periodo, con nuove conoscenze e interpretazioni.
Le conseguenze saranno concrete. Scavi, ricognizioni, studi dei reperti, laboratori e archivi digitali richiedono continuità e competenze specialistiche. Interromperli disperde professionalità, indebolisce la formazione e restringe le possibilità dei giovani. Si compromettono investimenti precedenti e la capacità di produrre conoscenza.
Chiedere opportunità meno concentrate non significa pretendere il finanziamento di ogni candidatura. Significa chiedere che la politica pubblica consideri i danni di un sostegno pressoché nullo a un’intera componente disciplinare. L’eccellenza non nasce nel vuoto, né sopravvive senza una comunità che trasmetta competenze e si rinnovi. Invocarla senza garantirne le condizioni è una formula di comodo.
Servono dati aggregati su candidature, esiti, punteggi, esclusioni per fase e competenze disciplinari coinvolte, pur nel rispetto dell’anonimato. Il valore dei progetti finanziati non è in discussione, però si chiede conto di un risultato che ignora la funzione dell’archeologia e il suo percorso scientifico. La trasparenza deve chiarire se l’esito dipenda dalla competizione o dal mancato riconoscimento disciplinare e che la spiegazione addotta sia convincente.
Il Ministero deve fornire risposte documentate e verificabili, rendere conto della scelta. La comunità archeologica è tenuta a pretenderle con una protesta ferma, unitaria e fondata sui dati. Dopo oltre mezzo secolo di rinnovamento, risulta inaccettabile difendere ancora il diritto dell’archeologia a essere riconosciuta come ricerca fondamentale sul passato umano.
