Pompei e il rinascimento una storia collegata

Una nuova scoperta per la città campana che cercano di spiegare sempre più cose prima della tragedia.

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22 Agosto 2026 - 16.11


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Secondo uno studio recente, sono stati ritrovati materiali e reperti ceramici risalenti al XV-XVI secolo nell’Insula Meridionalis. Questa scoperta potrebbe far pensare a un collegamento tra il periodo rinascimentale e Pompei. La storia della città sepolta dal Vesuvio, nell’immaginario comune, è divisa in due periodi storici separati tra loro: da una parte la città romana, conservata nel tempo; dall’altra, invece, la sua “seconda vita” attraverso gli scavi borbonici, avviati nel 1748 dopo quasi 17 secoli.

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Secondo quanto riporta Adnkronos, il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, sostiene che: «Il docu-drama “Pompei Fuori dal tempo”, con Tom Hiddleston, e lo studio dell’archeologo Steven Tuck mostrano come il tema dei sopravvissuti stia finalmente diventando oggetto di ricerche e di iniziative di divulgazione. Pompei, dopo l’eruzione, si presentò come un paesaggio post-apocalittico, eppure troviamo tracce di persone che tornavano qui e di una frequentazione che si estende nel tempo: ma sono tracce labili di vite precarie, all’ombra della storia ufficiale, e per questo hanno rischiato spesso di essere dimenticate o cancellate».

Oggi la ricerca sulla “Pompei dopo Pompei” si consolida grazie ad alcuni ritrovamenti materiali e artistici. Questi reperti sono stati scoperti durante i lavori di scavo, restauro e messa in sicurezza dell’Insula Meridionalis, un quartiere situato nella zona meridionale della città. Risalgono al periodo compreso tra il XV e il XVI secolo e mostrano una frequentazione del sito in quell’epoca, databile quasi allo stesso periodo in cui è stata realizzata la “Deposizione di Cristo”, attribuita ad Andrea Mantegna e scoperta di recente nel Santuario della Beata Vergine di Pompei.

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L’opera pittorica, a lungo ritenuta scomparsa, era documentata fino agli anni Venti del Cinquecento nella chiesa di San Domenico Maggiore, a Napoli. Successivamente, l’opera arrivò a Pompei verso gli ultimi decenni dell’Ottocento, durante la fondazione del Santuario mariano. Il dipinto è esposto dal novembre 2025 all’interno della Pinacoteca del Santuario, dopo un lungo periodo di restauro realizzato dai laboratori dei Musei Vaticani.

Si tratta di vicende storicamente autonome che, tuttavia, rivelano come la percezione e la presenza di questo luogo nel corso dei secoli siano state ben più complesse e interconnesse di quanto si fosse finora ritenuto.

Sempre secondo quanto riporta Adnkronos, Zuchtriegel ha sostenuto che: «Senza togliere nulla a ricercatori come Gioachino Alcubierre, arrivato dalla Spagna e promotore dei primi scavi archeologici a Pompei nel 1748, bisogna prendere atto che qui esisteva una comunità locale che, sin dall’indomani dell’eruzione, ha continuato a vivere a Pompei e a custodirne la memoria. Questo emerge non solo dalle scoperte archeologiche, ma anche dal toponimo “Civita”, che attesta la memoria di una città sepolta a livello locale.

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Naturalmente, i contadini e i pastori che vivevano tra le rovine antiche non avevano i mezzi per trasmettere la loro conoscenza dell’antico in modo scientifico, ma questo non significa che fosse una conoscenza inesistente. Pompei è ed è sempre stata una vera e propria “heritage community” e, se oggi porta il nome della città antica, non è perché Pompei sia risorta dal nulla, ma perché è sempre stata parte della memoria collettiva di questo territorio».

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