Di sconfitta in sconfitta, fino alla vittoria: 60 anni di Teatro povero di Monticchiello

Ogni anno, dalla fine di luglio a Ferragosto, nella piazza del paese viene allestito un palco per portare in scena l'autodramma, attirando un pubblico proveniente da tutta la Toscana e non solo.

Di sconfitta in sconfitta, fino alla vittoria: 60 anni di Teatro povero di Monticchiello
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3 Agosto 2026 - 12.41


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Compie sessant’anni la messinscena di Monticchiello e il suo Teatro Povero: una creazione teatrale collettiva che Giorgio Strehler definì “autodramma” e che coinvolge l’intera popolazione del piccolo borgo medievale vicino a Pienza. Questo traguardo si festeggia non solo per la qualità del lavoro di quest’anno, intitolato “L’occhio oltre”, ma perché segna la definitiva vittoria sulla crisi che rischiava di rendere la manifestazione riservata ai soli anziani, superata grazie all’arrivo dei giovani coordinatori e registi Manfredi Rutelli e Giampiero Giglioni.

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Ogni anno, da fine luglio a Ferragosto, nella piazza si erige un palco per replicare il nuovo lavoro, attirando un pubblico da tutta la Toscana e oltre, in gite che uniscono cultura, storia, arte, natura e gusto, grazie anche alla taverna del Bronzone dove le donne di Monticchiello cucinano i piatti della tradizione locale. Nel teatro si rispecchia la società per fare i conti con sé stessi e il passato, ricordando la povertà contadina, le sofferenze e le lotte contro la violenza della mezzadria, per non dimenticare le radici di un impegno civile che serve a contrastare la superficialità dei social.

La narrazione inizia con una nascita e una morte contemporanea nel segno della continuità e della ribellione alle tradizioni, usando parole del dialetto come pichini e piaccheriglia e mostrando, con un ritmo moderno e un montaggio quasi cinematografico, la realtà dagli anni Trenta fino ai nostri giorni attraverso fascismo, spietatezza dei proprietari terrieri, scuola degli anni ’50, repressione nel dopoguerra e la degenerazione della tecnologia. Un capitolo è dedicato alla nascita del Teatro Povero durante lo spopolamento del paese, momento di grande riscatto e autocoscienza che include anche un ritratto allusivo di Mario Guidotti.

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La chiusura dello spettacolo si apre alla speranza facendo dichiarare al protagonista Carlino, segnato dall’occhio rosso capace di vedere oltre le apparenze, di aver provato tutta la vita a fare quel che riteneva giusto seguendo l’unica regola di “andare avanti di sconfitta in sconfitta, fino alla vittoria”. Lo spettacolo si conclude con tutti gli attori paesani schierati per gli applausi, dagli storici ultraottantenni come Idro Guidotti e Arturo Vignai fino ai giovanissimi, accolti dall’entusiasmo del pubblico tra chiacchiere, bicchieri in compagnia alla taverna e il palco che si smonta e si rimonta con la costanza e la crescita che hanno segnato questi sessant’anni.

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