A Gibellina l'integrazione si fa opera d'arte con l'arazzo della pace

Un monumentale arazzo collettivo realizzato da migranti e residenti trasforma il dialogo interculturale in una trama visibile destinata al cuore pulsante della città.

A Gibellina l'integrazione si fa opera d'arte con l'arazzo della pace
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17 Marzo 2026 - 11.59


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A Gibellina, nel cuore di una terra che ha fatto della ricostruzione la propria identità, la creatività si fa strumento di diplomazia umana attraverso un’opera che supera i confini fisici e concettuali. In questa cornice della provincia di Trapani, eletta prima Capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2026, la rinascita si manifesta oggi sotto forma di un imponente manufatto di dieci metri per cinque, nato dalla collaborazione tra gli ospiti dei centri del Sistema Accoglienza e Integrazione di Marsala e la comunità locale.

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Sotto la guida dell’artista albanese Jonida Xherri,il Museo delle Trame Mediterranee della Fondazione Orestiadi, situato presso il Baglio Di Stefano, è mutato in una bottega di speranza dove trecento tessere individuali si sono fuse in un unico “arazzo collettivo che racconta integrazione, accoglienza e pace”, come dichiarato in una nota dalla cooperativa sociale Badia Grande. Questo progetto ha concretizzato l’idea che “c’è un filo sottile che unisce le sponde del Mediterraneo”, una linea invisibile ma resistente, continua la cooperativa, “capace di intrecciare il destino di chi arriva con quello di chi accoglie, trasformando storie di viaggio in un’opera d’arte collettiva”.

Il processo creativo ha visto protagonisti uomini, donne e bambini originari del Mali, Nigeria, Tunisia e Venezuela, anime che hanno trovato a Gibellina un terreno fertile per seminare il proprio vissuto. Accompagnati dagli operatori multidisciplinari del Sai, i partecipanti hanno “vissuto un’esperienza capace di intrecciare accoglienza e desiderio di pace in un’unica trama condivisa”, portando con sé il carico emotivo delle proprie migrazioni per convertirlo in un atto di presenza e riconoscimento.

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In questo laboratorio, inserito nel più ampio programma culturale intitolato Portami il futuro, la complessità dell’integrazione si è spogliata di ogni retorica per affidarsi alla semplicità del fare comune. Le sale del museo si sono trasformate in uno spazio in cui la parola accoglienza ha smesso di essere un concetto astratto per diventare realtà attraverso “gesti semplici: sedersi accanto, condividere un compito, imparare qualcosa insieme”, sottolinea la nota della cooperativa.

L’opera finale, che riflette “un arazzo collettivo che racconta integrazione, accoglienza e pace”, non resterà confinata in una teca, ma assumerà una funzione civile e simbolica di primo piano. È stata infatti concepita per diventare il nuovo sipario dell’auditorium del Mac Ludovico Corrao, il Museo d’Arte Contemporanea situato in Viale Segesta, un luogo intitolato a chi per primo immaginò una Gibellina come crocevia di linguaggi universali. In questo scenario, il Mediterraneo torna ad essere un ponte di scambi, dove le mani di chi cerca un futuro si intrecciano con quelle di chi li riceve in un abbraccio che è un impegno verso la pace.

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