Un luogo di passaggio, che può assurgere a diventare tra i più importanti della città di Pompei. È la stretta via Strabiana che collega la zona dei teatri, sulle cui mura, moderne tecnologie hanno consentito di scoprire frasi e scene graffite sull’intonaco, sconosciute da duemila anni. Un’altro spaccato sulla vita quotidiana della città: dediche d’amore con invocazioni alla Venere di Pompei, scene di gladiatori che si fronteggiano, navi graffite e insulti ai padri.
Le mura che costeggiavano la via Stabiana erano una vera e propria bacheca su cui lasciare messaggi di ogni tipo, assolvendo ad una funziona analoga a quella dei social ai giorni nostri. “Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!”, ma anche “Miccio-cio-cio, a tuo padre che cacava hai rotto la pancia; guarda un po’ come sta Miccio”, queste sono solo due delle trecento iscrizioni poco o mal leggibili, testimoni veri e vibranti della vita della città. La zona era stata scavata già 230 anni fa, sin dal 1794, e nel corso di due secoli milioni di visitatori vi sono transitati.
Eppure solo le più recenti metodologie tecnologiche hanno permesso la fruizione del bene in un nuovo senso. “La tecnologia è la chiave che ci apre nuove stanze del mondo antico e quelle stanze le dobbiamo anche raccontare al pubblico. Stiamo lavorando su un progetto di tutela e valorizzazione delle scritte, che in tutta Pompei sono oltre 10mila, un patrimonio immenso” queste le parole di Gabriel Zuchtiegel, Direttore del Parco Archeologico di Pompei, che punta fortemente l’accento sul valore della tecnologia nella ricerca e conservazione dei beni archeologici: “Solo l’uso della tecnologia può garantire un futuro a tutta questa memoria della vita vissuta a Pompei”.
La riscoperta e lo studio di queste iscrizioni graffite nasce dalla collaborazione di Louis Autin ed Eloise Letellier-Taillefer dell’Università della Sorbona e di Marie Adeline Le Guennec dell’Università del Quebec a Montreal, insieme al Parco Archeologico di Pompei. Viene così realizzato il progetto Bruits de couloir, letteralmente “Voci di corridoio”: le pareti del corridoio sono state analizzate attraverso Rti (Reflectance Trasformation Imaging), una tecnica di fotografia computazionale, la quale acquisisce una serie di immagini di un oggetto sotto diverse direzioni di illuminazione, che l’occhio nudo con difficoltà riuscirebbe a percepire.
L’Rti rappresenta quindi una metodologia di ricerca fondamentale, tramite cui poter ottenere immagini di beni materiali di per sé fragili e deperibili, come possono essere quelli archeologici. Il progetto prevede di seguito la creazione di uno strumento che consenta la visualizzazione congiunta delle immagini, insieme all’annotazione delle iscrizioni, integrando la piattaforma 3D, gli studi di fotogrammetria, i dati reperiti tramite Rti e i metadati epigrafici. Ancora una volta a Pompei viene messa in campo un approccio multidispiclinare, che condensa filologia, epigrafia, archeologia ai digital humanities.
Infine per preservarne lo stato conservativo degli intonaci su cui sussistono i graffiti, di natura fortemente deperibile, perché soggetta alle intemperie, il Parco Archeologico ha in programma la copertura del corridoio. In tal modo, oltre all’aspetto conservativo, sarà più facile assolvere anche alla missione di valorizzazione del bene, consentendo una più facile e chiara fruizione del bene, grazie l’implementazione attiva della tecnologia.
