Concorso "Chopin": la pianista Leonora Armellini e la posizione dell' artista

E' terminato il XVIII Concorso Pianistico Internazionale “Chopin” di Varsavia. La musicista italiana tra i migliori al mondo. Vince Bruce Xiaoyou Liu, sino-canadese nato a Parigi

In foto Leonora armellini

In foto Leonora armellini

Redazione 21 ottobre 2021

di Stefano Jacoviello

 

Il XVIII Concorso Pianistico Internazionale Chopin di Varsavia, gioiello culturale di una Polonia altrimenti intenta a dibattere la maniera di stare in Europa, si è concluso alle 2:00 di questa notte con il verdetto che ha assegnato il primo premio a Bruce Xiaoyou Liu, sino-canadese nato a Parigi.

Il secondo premio è andato al goriziano russo-sloveno Alexander Gadjiev, ex aequo con Kyohei Sorita, giapponese residente a Varsavia. Quarto e quinto posto ad un’altra giapponese, Aimi Kobayashi, e all’italiana Leonora Armellini. La rosa dei finalisti selezionati, esibitisi fra il 18 e il 20 ottobre, era composta da nove uomini e tre donne.

In Italia si fa sempre un gran parlare delle donne nella musica classica (per non parlare del jazz), discettando sulle parole maestro/maestra, direttrice/direttore, e pensando che una apparizione in più in prima serata sulla tv nazional popolare possa contribuire realmente a riequilibrare il bilancio di genere. In realtà, svista abbastanza comune quanto esiziale, si finisce sempre per scambiare “posto”, spazio da occupare, con “posizione”, che corrisponde invece alle condizioni per esprimere efficacemente il proprio punto di vista sulla musica. Per fortuna l’osservatorio privilegiato delle accademie italiane di alta formazione mostra una schiera di giovani musiciste eccezionali (non solo italiane) che presto prenderanno posizione.

 

La discussione sulla disparità di genere (ma, guarda caso, non di colore) ha inondato anche i canali social del Premio Chopin, dove la schiera dei finalisti mostra piuttosto che la tradizione musicale europea, un patrimonio culturale occidentale spesso protervamente scambiato per “universale”, stia diventando invece una forma di espressione propria della cultura asiatica, a da qui globale, in linea con i tempi che precedono l’ormai vicina affermazione dell’impero del terzo millennio.

In questa kermesse glocale, raccontata in 4k sul web con lo stile ormai sdoganato dei talent misto a quello delle competizioni sportive, spunta Leonora Armellini da Padova.

Le telecamere accompagnano la sua entrata sul palco fin dal backstage, come i concorrenti di XFactor, come i pugili e i wrestler, seguendo lo storyboard della sfida che affonda le radici dell’immaginario nelle sequenze cinematografiche dei tanti Rocky.

La Armellini allarga le braccia, ripete i passaggi a mente digitandoli sull’avambraccio, prende un respiro, sorride al direttore e via: si parte. La sala la accoglie, e lei gioviale saluta la primo violino, si aggiusta il panchetto e sorride: Fryderyck Chopin, Concerto n°1 in mi minore per pianoforte e orchestra op. 11.

 

Bastano le prime note affondate sulla tastiera a far capire che i suoni prendono tutti un loro posto nel tempo con la scansione del verso poetico. Armellini ha modo di interpretare la scrittura di Chopin assolutamente attuale, che tiene insieme la profondità della lettura con la felice libertà di fraseggio del pianismo russo che ascoltavamo sui dischi da bambini. Ma soprattutto, il suo stile lascia trasparire la stratificazione di ascolti che fanno della musica oggi un panorama sconfinato, oltre ogni genere e abitudine. La sua maniera di trattenere le tensioni e le appoggiature della melodia senza mai esagerare, in modo inatteso, fa capire in concreto cosa significhi “rubare il tempo” e giocare con un’orchestra ormai sfinita dall’ennesima ripetizione dello stesso concerto.

Sotto le sue dita il secondo movimento ritrova la cantabilità italiana dello Chopin suggestionato dai successi parigini di Bellini e Rossini. E con un pizzico di orgoglio nazionale, la ascoltiamo risuonare dalle corde del Fazioli che ha sostituito lo Steinway per la sua esibizione.

 

Sulle chat battute in tempo reale qualcuno stigmatizza il suo modo teatrale di caricare con il corpo l’espressività della musica. In realtà, diversamente dal gesto di un Gould chiuso nella solitudine dello studio e apparentemente caduto sotto lo sguardo delle telecamere, Leonora Armellini usa tutti gli strumenti possibili per far sentire al pubblico la presenza della musica, che è lì e agisce fra di noi, accanto a noi.

Ascoltate i suoi concerti nelle più prestigiose sale del mondo, ma guardatela anche suonare negli spazi di transito dei centri commerciali, nelle corsie di ospedale. Leggetela nelle pagine di Mozart era un figo, Bach ancora di più (Salani 2014), fra le righe bizzarre e intriganti scritte con Matteo Rampin per far capire a chi non andrebbe mai a un concerto tout-court che la musica va presa per seria solo perché garantisce sorprese. E dal gregoriano in poi ce ne sono molte, se solo si è disposti a liberare le orecchie dall’interesse per le liti dei vicini o dal rumoroso chiacchiericcio dei reality show.

 

Ascoltatela quando nel “dopofestival” condotto impeccabilmente in inglese dal “nostro” Alessandro Tommasi e Rachel Naomi Kudo si presenta rompendo semplicemente l’ etichetta dei cv d’artista: “I live in Padova, I have two dogs and one cat, and I love Chopin”.

 

Leonora Armellini è un’artista. Non parliamo di inutile “perfezione” delle esecuzioni. Lei comprende il senso della musica celato fra le note in ogni frase, ed è in grado di regalarlo al pubblico con la naturalezza del linguaggio. Vincere il primo premio garantisce una buona posizione. Lei comunque ha vinto, e a Varsavia lo aveva già fatto prendendo il premio Janina Nawrocka nel 2010. Ma al di là di ogni punteggio, Leonora è l’artista di cui abbiamo bisogno, che riporta il genio nella vita quotidiana, che insegna a pensare l’arte e la musica come un diritto al bello cui tutti possono partecipare, ognuno al suo posto, ognuno dalla sua posizione.