Guardare una performance dal divano di casa non è un gesto neutro.
Non c’è il buio in sala, non c’è il corpo collettivo del pubblico, non c’è nemmeno l’obbligo di restare. È dentro questo spazio ambiguo che si inserisce 404 Not – Founded Territories, una rassegna digitale di arti performative e videoarte, fruibile gratuitamente online.
Il progetto nasce come tesi di laurea magistrale di Enzo Riccio, studente dell’Università Iuav di Venezia, e si trasforma in una piattaforma che coinvolge artisti e accademici di calibro internazionale per indagare il rapporto tra corpo, arte e tecnologia. Le performance sono visibili su YouTube, Instagram e Substack, spazi che ampliano la platea ma ridefiniscono radicalmente l’esperienza dello spettatore.
Il programma segue una scaletta precisa e si sviluppa dal 15 al 17 gennaio, articolandosi come una rassegna che attraversa estetiche, teorie e modalità espressive della videoarte contemporanea in Europa. Una mappa più che una vetrina, pensata per mostrare come la performance si ridefinisca quando il corpo non è più condiviso nello stesso spazio.
Tra gli appuntamenti figurano artisti e studiosi come Agnete Morell, Silvia Del Dosso, Anna Maria Monteverdi, Marianna Liosi ed Elisa Frasson, coinvolti in un progetto che mette in dialogo pratica artistica e riflessione teorica.
Ma tutto ciò apre diverse domande: questa forma di fruizione genera davvero un’intimità artistica, o sostituisce l’esperienza collettiva con una solitudine più comoda? È una perdita, o una mutazione che chiede allo spettatore un nuovo tipo di attenzione?
Avere la possibilità di seguire ovunque e gratuitamente le performance può portare ad una disattenzione, rischiando che l’opera venga semplicemente consumata anziché realmente vissuta. Lo spettatore diventa osservatore solitario, libero di interrompere, distrarsi, muoversi nello spazio domestico. L’esperienza non è più condivisa, ma immersiva in modo privato, quasi confidenziale.
Eppure, come spiega lo stesso ideatore ad artibune, la rassegna non trasla semplicemente la performance dal palco allo schermo: nasce proprio per il digitale, sfruttandone le potenzialità e costruendo nuovi spazi di relazione. Come sottolinea nell’intervista con Artribute: “Mi sono rivolto allo spazio digitale in un’ottica di spazio abitabile. Lo abitiamo costantemente, no? Si creano microcomunità ovunque, in qualche modo, anche nelle frange più nascoste dell’internet. Certo con le proprie negatività ma anche, a volte, con un segno positivo”.
Lo spazio digitale accoglie la performance, ma ridefinisce il modo di esserci. Intimità o disattenzione? Partecipazione o consumo? La risposta non sta più nell’opera, ma in noi che decidiamo quanto abitare davvero lo schermo.
