Biacchessi: “Da Black Lives Matter a Biden, per gli Usa e il mondo è un’occasione unica”

Nel libro “Il sogno e la ragione” lo scrittore ricostruisce la lotta dei neri d’America. Qui parla del Ku Klux Klan, del sovranismo di Trump, di fiducia verso il nuovo presidente e Kamala Harris

Black lives matter

Black lives matter

redazione 18 febbraio 2021
di Rock Reynolds

Nel 1964, Lester Maddox, titolare di un fiorente ristorantino ad Atlanta, si rifiutò di servire un avventore di colore, minacciandolo con una pistola (mentre suo figlio rendeva più credibile l’intimidazione brandendo una mazza da baseball) e dichiarò che, piuttosto che servire un afroamericano, avrebbe chiuso bottega. Maddox sarebbe diventato governatore della Georgia!
Questo episodio non lo troverete ne Il Sogno e la Ragione (Jaca Book, pagg 182, euro 20) di Daniele Biacchessi. In compenso, troverete una lucida ricostruzione della lotta per l’emancipazione del popolo dei neri d’America, una pagina di storia degli Stati Uniti che solo la nobiltà dei suoi attivisti e il sacrificio dei suoi martiri impedisce che nei libri di scuola venga definita unicamente come un’infamia. Biacchessi, da sempre impegnato nelle cause dei deboli e attento analista della questione razziale, traccia un quadro organico della strenua battaglia per il riconoscimento a tutti i cittadini dei diritti civili essenziali, dagli albori della schiavitù al moderno movimento “Black Lives Matter”. Per chi fosse interessato, da aprile sarà disponibile anche un film realizzato attraverso una lunga campagna di crowfunding, con la partecipazione di Gaetano Liguori e dei Gang e le illustrazioni di Giulio Peranzoni.

Si parte dal blues: cos’ha di tanto essenziale nella formazione del popolo afroamericano?
Il popolo del blues di Le Roi Jones, alias Amiri Baraka, resta tuttora un punto di riferimento per chi studia l’evoluzione della cultura afroamericana dagli anni della schiavitù a oggi: la trasformazione progressiva di un suono che dal cuore dell’Africa porta i neri verso il loro tentativo di emancipazione. Nella sostanza, secondo Baraka, il blues è un sentimento, una conoscenza sensoriale, un’entità, non una teoria. Il blues è il passato, quello che è andato: è perdita, l’esperienza andata, l’ignoto che verrà. Ma senza il dissidio e la lotta non c’è il blues, dice Baraka. Ed è un punto di vista che vale ancora oggi. “La nostra storia è piena di eroi ed eroine dialetticamente contraddittori… Dobbiamo… comprendere che non è solo la nostra storia ad apparire esteticamente contraddittoria… ma che, in quanto schiavi e, ora, nazione oppressa, la contraddizione schiavo/schiavo-padrone è la più preoccupante di tutte.”
Perché la storia americana ha sempre bisogno di un immaginario biblico? 
Per via dell’agonia di Gesù nel Getsemani, come indicato dal Vangelo secondo Luca: “Il suo sudore diventò come grosse gocce di sangue che cadevano in terra”. La storia americana è intrisa di sudore e sangue. Il mito di John Henry è il sudore dell’afroamericano che sfida la trivella a vapore e muore stremato (il sangue), davanti ai suoi compagni di lavoro. Sudore e sangue sono i “deportee” di Woody Guthrie, i braccianti messicani sottopagati e schiavizzati. E migliaia di altre storie, come le morti per Covid-19 che hanno colpito la comunità afroamericana. Perché i neri sono morti più dei bianchi, più di qualsiasi altro gruppo etnico: perché hanno minor accesso alla sanità pubblica o privata; perché sono segnati da un’incidenza più alta di diabete e disturbi cardiocircolatori; perché vivono in quartieri più degradati.
Lo slogan “America First” esalta la superiorità dei bianchi?
Il suprematismo bianco torna ogni volta che il paese affronta crisi epocali politiche, economiche, sociali, sanitarie. Non è questione di ragionare con la pancia o con la testa, come qualche desueto analista vorrebbe farci credere. Il proletariato urbano è diventato sottoproletariato. Il sottoproletariato si è trasferito sotto i tetti e ancora di più ai confini della società. La middle class è in parte scesa negli inferi del proletariato. Sono diminuiti i diritti per tutti e le differenze tra chi ha la pancia piena e chi non riesce neanche a portare a casa un pezzo di pane per i propri figli si è allargata a dismisura. Negli USA, come in Europa, sembra prevalere il modello culturale sovranista che affascina perché propone uno schema collaudato: il pezzo di pane va dato prima agli americani e gli altri muoiano pure di fame. Trump non ha fatto altro che rispolverare un vecchio modello tuttora prevalente.
Qual è per sommi capi il percorso da Selma a Black Lives Matter?
È un percorso che si compie molto prima e nasce sempre come controreazione a una violenza subita. Si dipana dall’era del “Ku Klux Klan” e dei linciaggi pubblici dei neri al primo conflitto razziale del 1935 ad Harlem, agli atti di disobbedienza di Claudette Colvin e Rosa Parks, al raduno di Washington  del 1963, alla repressione di Birmingham, alla rivolta di Filadelfia del 1964. Passa dalle marce da Selma a Montgomery del 1965, ai fatti di Watts del 1965, all’insurrezione di Detroit del 1967, alla guerra civile sfiorata in seguito all’uccisione di Martin Luther King nel 1968, alla morte di Bob Kennedy del 1968, al Black Panther Party, alla repressione dell’Fbi di Hoover, al gesto emblematico dei velocisti neri alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, alle sommosse della Kitty Hawk del 1972, Miami del 1980, Los Angeles del 1992, Saint Petersburg del 1997, Cincinnati del 2001, Ferguson del 2014, Baltimora del 2015. Fino ad oggi. Non si può comprendere il movimento Black Lives Matter se non si analizzano sogni spezzati, speranze infrante, fallimenti di azioni politiche, ma anche conquiste sociali e grandi cambiamenti.
La presunzione di superiorità è talmente radicata tra i bianchi americani da coinvolgere pure le minoranze, spingendole a sentirsi superiori ad altre minoranze. Le pare un’analisi condivisibile?
È una tendenza emersa anche durante le elezioni presidenziali. Analizzando i voti popolari e postali si può notare come una parte consistente del voto ispanico sia finita a Donald Trump, per esempio a Miami e in altre zone della Florida. Trump ha guadagnato voti soprattutto in diverse contee al confine con il Messico, dove la popolazione di origine ispanica è la maggioranza. Gli afroamericani, determinanti per la prima vittoria di Barack Obama nel 2008, si sono nel tempo allontanati dalle urne. Sull’onda del movimento “Black Lives Matter”, si sono rivelati invece un elemento chiave per la vittoria democratica. Infatti, Biden ha conquistato l’87% degli afroamericani, il 65% dei latini e il 61% degli asiatici.
Cosa si aspetta dal cambio di amministrazione?
Il cambio di amministrazione ha portato nei palazzi una generazione di giovani radicali neri. La spinta dovuta alla vittoria del ticket Joe Biden-Kamala Harris inserisce nelle stanze parlamentari anche il frutto migliore di una generazione di afroamericani che ha guidato nelle strade e nelle piazze americane una stagione di lotte politiche e sociali. Non solo il movimento “Black Live Matter”, la cui azione è stata a mio avviso determinante per l’affermazione democratica, ma anche una rete capillare di associazioni, di organizzazioni sparse nei territori che fanno della politica dal basso una buona pratica. Questa classe politica non spunta all’improvviso. Non sarà facile passare dalla radicalità alle stanze del potere, ma nutro la speranza che possa favorire la costruzione di un nuovo modello di sviluppo basato sull’etica, sulla sostenibilità ambientale, sul senso di responsabilità. Se vince questa idea di mondo, vale per gli Stati Uniti e anche per l’intero universo. È una occasione unica. 
Molti, ora che Biden è presidente, iniziano a dire che non cambierà nulla. Una grossa differenza ci sarà pure. Quale?
In pochi giorni Biden ha già cambiato il volto degli Stati Uniti. Non solo perché sta pian piano smantellando la struttura sovranista e suprematista bianca di Trump. Penso alla naturalizzazione degli immigrati, al muro tra Stati Uniti e Messico, al ripristino dell’Obamacare e Medicaid per le persone indigenti. L’avvio della vaccinazione di massa, la costruzione di una task force formata da eccellenze, un nuovo approccio non negazionista dovrebbero portare, almeno in teoria, ad un contenimento sostanziale della pandemia in breve tempo. Poi ci sono le questioni economiche: forte riduzione della disoccupazione, nuovo piano sanitario, aiuti straordinari per le famiglie in difficoltà, un pacchetto di stimoli fiscali quantificato in 2300 miliardi di dollari, 900 miliardi mirati all’aiuto di famiglie e imprese. Si tratta del piano più corposo messo in campo dagli USA dal dopoguerra ad oggi. Ma la vera sfida di Biden sarà la pacificazione del paese, diviso sul piano politico e culturale dopo la tornata elettorale, soprattutto dopo l’assalto fascista a Capitol Hill. Va ripristinata l’anima di una nazione, smussando la polarizzazione e offrendo al mondo una nuova immagine degli Stati Uniti. Non sarà facile, ma qui si misureranno le reali capacità del Biden statista.