Ivica Đikić ricostruisce l’agghiacciante pulizia etnica di Srebrenica

Con “Metodo Srebrenica” lo scrittore ha messo in forma di romanzo la discesa all’inferno del 1995 in piena Europa

Il cimitero del massacro di Srebrenica

Il cimitero del massacro di Srebrenica

redazione 2 novembre 2020
di Rock Reynolds

La guerra deflagrata dopo la disgregazione dell’ex-Jugoslavia è uno dei tanti conflitti a limitata portata territoriale sorti dopo la Seconda guerra mondiale. L’aggettivo “mondiale” non compare più da allora, ma non può bastare a far tirare un sospiro di sollievo al mondo, dato che di pasticci bellici irrisolti o conclusi se ne sono susseguiti a ritmo continuo dal 1945 in poi. Taluni talmente lontani da non meritarsi più di un trafiletto sepolto tra le pagine meno lette di un giornale. Altri pericolosamente vicini a noi. Gli scontri che oggi riacutizzano tensioni secolari tra armeni e azeri nel Nagorno-Karabakh, un’enclave armena in pieno territorio azero, sono l’ultimo preoccupante focolaio che potrebbe far esplodere l’ennesima polveriera, a ridosso di una sonnecchiante Europa.
Lo scenario è molto diverso, ma non si può fare a meno di tornare con la memoria a quanto accadde all’inizio degli anni Novanta nella penisola balcanica, quando il mito unificante di Tito smise di fare da collante ai precari equilibri geopolitici, culturali e religiosi di un’area tenuta insieme con il pugno di ferro e il carisma.
E tornare a quei giorni e agli inevitabili scempi che ogni guerra porta con sé è sempre buona cosa. Ammesso che rinfrescare la memoria di chi non vuole ricordare e informare chi non può sapere serva davvero.

Aiutare il mondo a ricordare deve essere stata una missione chiara per Ivica Đikić, scrittore e giornalista di Tomislavgrad, Bosnia-Erzegovina, quando si è accinto alla stesura di Metodo Srebrenica (Bottega Errante Edizioni, traduzione di Silvio Ferrari, pagg 285, euro 17), un dossier scritto come un romanzo che si legge come un romanzo e che informa come un dossier sul massacro di ottomila musulmani (alcune fonti dicono molti di più) compiuto nel luglio del 1995 durante la guerra in Bosnia - Erzegovina.
Ivica Đikić lo dichiara fin dall’inizio, argomentando lucidamente la scelta di esporre i fatti nella forma del romanzo, a suo dire unico modo per prendere le dovute distanze dall’orrore che intendeva raccontare e dalla sofferenza che l’insensatezza di quegli eventi gli ha procurato.

Metodo Srebrenica è quasi la cronistoria della successione di nefandezze configurate come “genocidio” dal Tribunale internazionale dell’Aia con una sentenza del 2007. Il tono narrativo, malgrado le intenzioni dichiarate dell’autore, ha più la freddezza del resoconto giornalistico che del romanzo storico, come se un certo distacco fosse l’unico atteggiamento attraverso cui esporre compiutamente quanto il mondo sa già da diverso tempo, come se ricostruire quanto accaduto potesse riacutizzare un dolore mai del tutto sopito e risultare un compito arduo. Il “massacro di Srebrenica” resta forse il capitolo più infame nella storia recente di un’Europa che di macchie sulla coscienza ne ha tantissime.
E in cosa consistette quell’eccidio? Nel rastrellare ogni uomo maschio in grado sostanzialmente di combattere, nel tenerlo all’oscuro del suo terribile destino fino al momento della sua fucilazione, per poi seppellirlo in una fossa comune. Naturalmente, per farlo servivano soldati non impressionabili, ciecamente disposti a sparare a uomini inermi e innocenti, servivano luoghi in cui tenerli prigionieri per qualche ora o qualche giorno in attesa dell’esecuzione spiccia, servivano mezzi di trasporto per condurli al luogo dell’esecuzione e, talvolta, a quello della sepoltura. Insomma, un’operazione di chirurgica pulizia etnica come non se ne vedeva in Europa dai tempi del Terzo Reich, addirittura con l’abortita idea di bruciarne i corpi in quella che sarebbe stata una riproposizione dei forni crematori di retaggio nazista.
L’eccidio non si sarebbe potuto svolgere se non in un contesto come quello, in un paese in cui, “dopo l’uscita dal sistema comunista… scomparvero improvvisamente gli atei e gli indifferenti al fenomeno religioso, mentre di colpo la scena pubblica si riempì di credenti dichiarati! Questa forma di religiosità e di confessione di fede si fonda sulla paura e non ‘sull’amore verso Dio’”.

Protagonista assoluta di questo libro, insieme all’insensata violenza fratricida di quella guerra, è la figura inquietante del colonnello Beara, vero deus ex-machina della carneficina costata la vita a oltre ottomila musulmani maschi bosniaci. Naturalmente, la pianificazione scientifica di una carneficina di tali proporzioni, attuata tra il 9 e l’12 luglio del 1995, non si sarebbe potuta concepire e tantomeno attuare senza il consenso più o meno esplicito della politica, nella fattispecie senza l’avallo di Radovan Karadžić, il presidente della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, il tacito accordo di Slobodan Milošević, presidente serbo, e l’appoggio materiale del generale Ratko Mladić, comandante militare dei serbo-bosniaci. Lo sapevano tutti. Senza il loro “consenso non si sarebbe potuta sviluppare l’operazione dell’eccidio.”
È proprio il profilo freddo e insensibile del colonnello Beara, infatuato del generale Beara e alla costante ricerca del suo plauso al punto da mettere impegno e ingegno nell’attuazione della colossale operazione di pulizia etnica anche per guadagnare ulteriore stima presso il suo superiore e mentore, l’aspetto che avvicina maggiormente Metodo Srebrenica a un romanzo. Ed è un piccolo paradosso, considerata la gelida lucidità di Beara, che fa di lui una sorta di messaggero spettrale della morte. “Come concepì… il suo ruolo nella fucilazione di massa, di cui doveva pur conoscere l’orrore, se dentro quel vortice, durato quattro o cinque giorni, di adrenalina, alcol, calura, paura e morte, trovò anche un solo momento per un’introspezione, per un’autoriflessione?” si chiede l’autore. “A lui, al colonnello Beara, la storia e il generale Mladić avevano affidato un ruolo ingrato che comportava ed esigeva il sacrificio della coscienza e dell’etica.”

Metodo Srebrenica prende quota soprattutto da metà in poi, quando l’autore si libera delle ultime zavorre che sembrano tarpargli le ali, come emerge dalla seguente analisi: “Si manifestavano l’odio, il disprezzo e la sottostima tramandati di generazione in generazione, come una canzone popolare”. È davvero la banalità del male a covare nei rancori del passato? Perché i serbi “anche senza l’eccidio, avrebbero ottenuto ciò di cui avevano bisogno: uno spazio etnicamente ripulito”. Dunque, il massacro si compì anche per un bisogno disumano di supremazia, per la volontà insana di mostrare di che pasta fosse fatto un popolo rispetto a un altro? Metodo Srebrenica si insinua lentamente sotto la pelle del lettore e diventa irresistibile nell’agghiacciante lucidità della sua analisi. I bosniaci sotto attacco sono inizialmente chiamati “turchi”, l’epiteto che ne sottolinea il colpevole retaggio storico, e l’operazione militare è descritta apertamente come una “vendetta”. Man mano che l’eccidio si compie, sottolinea tristemente Đikić, i due termini diventano rispettivamente “pacchetti” e “lavoro”.