Spannaus: l’assenza di protezioni per i più deboli favorì il voto a Trump

Con “L’America post-globale” l’analista che previde l’elezione del 2016 guarda agli Usa oggi. Un saggio molto lucido sullo scenario odierno pur se privo di uno studio più umano

Donald Trump. Wikimedia Commons

Donald Trump. Wikimedia Commons

redazione 7 ottobre 2020
di Rock Reynolds

Chi avrebbe mai immaginato che un biondo sbruffone dal passato nebuloso, considerato da molti un colosso dai piedi d’argilla nel settore edilizio a stelle e strisce, un giorno sarebbe passato dagli studi televisivi del suo format The Apprentice alla Sala Ovale della Casa Bianca? Io no. Per lo meno, non quando si presentò alle primarie del Partito Repubblicano, scelta che mi fece commentare che, per arrivare a tanto, i repubblicani dovessero essere davvero a corto di idee e candidati credibili. Qualcuno, invece, come l’analista americano Andrew Spannaus, non condivideva le mie perplessità.
Il suo saggio L’America Post-Globale. Trump, il coronavirus e il futuro (Mimesis Edizioni, pagg 192, euro 15) è una lucida analisi dell’attuale situazione. Ma si può affrontare un tema spinoso come quello delle imminenti elezioni presidenziali americane disgiungendo un’analisi razionale del quadro che si prospetta dal giudizio sugli atteggiamenti quantomeno insoliti e irrituali, se non apertamente inappropriati, dell’attuale inquilino della Casa Bianca? Andrew Spannaus, che aveva previsto la vittoria di Donald Trump nella passata tornata elettorale, sottolinea la necessità di farlo.

Il quadro è sempre più complesso e Trump viene visto dall’autore come un autentico baluardo alle mire espansionistiche di una Cina a cui, a suo dire, l’amministrazione Obama non avrebbe posto sufficienti freni. Proprio tale debolezza è considerata da molti analisti un errore strategico di portata enorme, di fronte all’aggressività delle politiche commerciali del gigante orientale e della sua posizione intransigente contro il dissenso interno, tasto molto sensibile per l’opinione pubblica americana, sempre attenta alle magagne dei sistemi democratici esterni e meno alle esigenze di maggiore democrazia in termini di equità sociale all’interno del paese. In quest’ottica viene visto l’inedito asse Cina-Germania: Spannaus lo considera un’alleanza voluta dai tedeschi, che hanno un ruolo-guida in seno all’Unione Europea, ma che non dispongono di un esercito all’altezza della loro leadership.

Che dire, allora, del populismo trumpiano, che affonda le radici nel dissenso socioeconomico degli USA, dove la diminuzione costante del reddito medio e l’aumento delle disuguaglianze sociali hanno creato un terreno fertilissimo per discorsi superficiali ma capaci di parlare alla pancia della gente? I tagli del costo del lavoro con la concomitante delocalizzazione della produzione creano rischi concreti di pericolose interruzioni della produzione in presenza di eventi imprevisti. Imprevisti persino per l’autore, come la pandemia da Coronavirus. Trump, in fondo, non ha fatto granché per vincere le resistenze di chi considerava l’Obamacare una riforma sanitaria incompleta ma pure sempre una riforma. E Trump, come l’autore di questo saggio, non avrebbe certo potuto prevedere che a mettere i bastoni tra le ruote di una campagna elettorale di per sé in salita ci avrebbe pensato un virus. E nemmeno battezzare ripetutamente il Covid-19 come “il virus cinese” sembra avergli giovato.

Spannaus sottolinea l’inevitabilità della comparsa sulle scene politiche internazionali di politici capaci di far leva su un malcontento popolare. Ed è proprio l’aspetto socioeconomico delle società moderne, oltre a quello degli equilibri internazionali, a stare a cuore all’autore. “I numeri sulla crescita del divario tra ricchi è poveri nelle società occidentali raccontano di un sistema che fun¬ziona bene per alcuni e lascia indietro molti. Ma il fattore chiave è che per anni il messaggio offerto dalle élite politiche ed economi¬che è stato che l’unica scelta era di adeguarsi, accettare la nuova realtà precaria del mondo globalizzato, e darsi da fare per cercare di agganciare il treno dei grandi innovatori, anche se ciò significava vivere peggio di prima. Si è esclusa invece la possibilità di cambia¬re le regole, di intervenire con le politiche pubbliche per proteggere i più deboli e guidare i grandi processi in atto, come se il processo fosse inevitabile, piuttosto che fatto e costruito da una serie di deci¬sioni prese dai nostri governanti negli ultimi quarant’anni”.

Alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi e, addirittura, negli ultimi giorni, L’America Post-Globale di Spannaus è un testo già vecchio, ma restano interessanti molte sue analisi. Vi si parla della debolezza (considerata dichiaratamente un “errore”) della reazione di Trump alle violenze della polizia nei confronti degli afroamericani, ma manca ovviamente un’analisi compiuta della relazione pubblica di Trump con il virus e della sua gestione in termini sanitari e di comunicazione. Resta la validità del tentativo di capire se le promesse di cambiamento fatte dal presidente siano state mantenute o meno. Secondo Spannaus, qualcosa di più importante rispetto a quanto la stampa “progressista” tenda ad ammettere c’è stato. Che cosa? La rinegoziazione degli accordi commerciali con Messico e Canada. La guerra aperta dei dazi doganali con la Cina. Una politica interna dalla chiara per quanto non brillantissima direzione: un aumento dei posti di lavoro nei servizi (che notoriamente pagano poco) ma non nel settore manifatturiero; salari medi erogati da società che pagano tendenzialmente poco (come Amazon e Uber), le uniche grandi realtà aziendali in crescita nel periodo della pandemia; insomma, la crescente difficoltà del cittadino medio a far quadrare il bilancio familiare a fine mese.

Manca, immagino per scelta, uno studio meno fattuale e più umano della situazione. In fondo, la vera risposta che una parte ancora minoritaria – principalmente legata all’intellighenzia – degli Stati Uniti invoca è la riforma radicale che non ci sarà, perché minerebbe alla base i principi fondanti stessi di un paese che non accetta di non poter più, sempre che prima lo potesse fare, rappresentare un modello di democrazia universale. Un paese in cui il Partito Democratico si trova ad affrontare il dilemma tra scegliere una posizione radicale che rischia di vincere le elezioni oppure arroccarsi su una posizione tradizionale che rischia di perderle, come ampiamente dimostrato dalla decisione di candidare la squadra Biden-Harris.

Ma, ai margini di quella intellighenzia, si muove una classe di intellettuali non salottieri, desiderosi di autentico cambiamento. Ne è un bell’esempio Dale Furutani, scrittore nippoamericano e, dunque, in grado di rappresentare il “diverso” all’interno di una società che sul diverso dovrebbe basarsi da sempre, in quanto figlia dell’incontro tra numerosissime etnie, lingue e culture. Furutani, in Italia noto per la splendida serie del samurai Matsuyama Kaze, apertasi con il romanzo Agguato all’incrocio e pubblicata da Marcos y Marcos, ha vissuto sulla sua pelle i pregiudizi razziali che Trump non ha fatto nulla per disperdere e non ha grande simpatia per quella che, a suo dire, è l’immagine buzzurra proiettata dal suo presidente nel mondo. All’indomani del mancato incontro di Papa Francesco con il segretario di stato americano Pompeo e, stimolato da una foto di repertorio che ritrae il pontefice accigliato di fronte a Trump, così ha commentato: “Pompeo è uno di quelle persone che hanno dichiarato che Trump è stato fatto presidente da Dio! La mia reazione è che, se così è stato, Dio deve avercela di brutto con gli USA. Di fronte a virus, incendi, tempeste, orde destrorse di buzzurri armati, fastidio a indossare la mascherina, scorrettezze e corruzione in seno al governo, cancellazione dei protocolli ambientali, interferenze russe e di altre potenze straniere nella politica americana e giochini repubblicani… be’, forse davvero Dio ci ha mandato Trump. Eppure, una buona parte del nostro popolo lo festeggia e non ha colto la lezione di umiltà che ci è stata impartita. Tra qualche settimana, vedremo cosa accadrà con le elezioni, ma, se Trump e i repubblicani non prendono una bella batosta, potrei vedermi costretto a chiedere informazioni sul mercato immobiliare in Europa”.