Lo storico Filippi: perché noi italiani non chiudiamo i conti col fascismo

Nel saggio “Ma perché siamo ancora fascisti?” lo studioso analizza il mito degli italiani vittime inconsapevoli del regime. E chiama in causa il cinema. Cosa ne dicono Greppi e Melati

Impiccagioni fasciste nella guerra d'Etiopia

Impiccagioni fasciste nella guerra d'Etiopia

redazione 24 giugno 2020
“Dopo una guerra disastrosa, milioni di morti, l’infamia delle leggi razziali, la vergogna dell’occupazione coloniale, una politica interna economicamente fallimentare, una politica estera aggressiva e criminale, un’attitudine culturale liberticida, una sanguinosa e lunga guerra civile… –, oggi ci guardiamo intorno, ben addentro al terzo millennio, e ci scopriamo ancora fascisti? Ma cos’altro avrebbe dovuto succedere per convincere gli italiani che il fascismo è stato una rovina?” La domanda è purtroppo molto pertinente, quando i fascisti riscuotono consenso, e se lo è chiesto l’editore Bollati Boringhieri promuovendo il nuovo saggio di Francesco Filippi Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto (pp. 256, € 12,00). Che affronta un tema spinoso già enucleato con chiarezza dal titolo e dal sottotitolo.

Filippi è l’autore del libro dell’anno scorso in cui demistificava la vulgata sul fascismo che faceva arrivare i treni in orario e altre mistificazioni, Mussolini ha fatto anche cose buone (clicca qui per la notizia). “Il rapporto irrisolto degli italiani, sottolinea l’autore, genera ancora pericolose tossine”, scrive nella sua breve recensione sull’Espresso di domenica 21 giugno Pietro Melati. Che riassume il pensiero dello storico: “L’attenzione postuma ha ridotto l’esperienza del fascismo italiano ai suoi ultimi anni, quelli di Salò, rimuovendo il ventennio”. Che gli Alleati, che l’Occidente abbiano trovato conveniente occultare una politica tragica lunga vent’anni e condivisa dalla stragrande maggioranza degli italiani non sorprende: era una scelta in chiave anti-comunista nel clima della guerra fredda. Quanto registra Melati è però più sorprendente perché investe il cinema neorealista, un vertice del cinema mondiale del ‘900. “La grande stagione neorealista ha quasi sempre dipinto u Paese resistenziale o, al massimo, vittima passiva. La successiva saga di Guareschi su Peppone e Don Camillo ha completato il quadro. Alla fine prevaleva il carattere dell’eterno ‘bravo italiano’, sempre uguale sotto ogni bandiera e ideologia”.

Dal mito degli “Italiani brava gente” crescono piante malate. “Si moltiplicano le svastiche sui muri delle città, cresce l’antisemitismo, un diffuso sentimento razzista permea tutti i settori della società e il passare del tempo sembra aver edulcorato il ricordo del periodo più oscuro e violento d’Italia: a quanto pare la storia non ci ha insegnato abbastanza, non ci ha resi immuni”, rileva ancora l’editore. “Filippi in questo libro ci mostra come noi italiani ci siamo raccontati e autoassolti nel nostro immaginario di cittadini democratici, senza mai fermarci a fare davvero i conti col passato. Che, infatti, non è passato”.

Sul sito DoppioZero lo storico Carlo Greppi (suo L’antifascismo non serve più a niente, clicca qui per la recensione) riprende un dato di fatto dal libro del collega: “Il 25 giugno 1943, un mese esatto prima della caduta del regime, ‘il segretario nazionale del Partito nazionale fascista Carlo Scorza dichiara soddisfatto che il partito ha ben 4 770 000 iscritti. L’11% della popolazione italiana, neonati compresi’ ”.
Ancora: “Come non pensare – dice Greppi - e Filippi parla anche di questo, a quel mondo della cultura che si coprì di vergogna giurando, secondo la definizione dello storico dell’antichità Gaetano De Sanctis, a quei 12 ‘no’ su oltre milleduecento professori universitari che rifiutarono il giuramento al regime?”

Il ruolo degli intellettuali, argomenta Greppi, fu decisivo. E qui inscrive la critica alla rilettura del cinema sugli anni dell’epoca fascista. Si dipinge un “fascismo all’acqua di rose”. “il mussoliniano ‘spezzeremo le reni alla Grecia’ – dice Greppi riprendendo passaggi del saggio del collega - diventa come per incanto Mediterraneo di Gabriele Salvatores (1991), uno dei film di maggior successo della cinematografia italiana, che contribuisce a far passare un'immagine ben precisa”. È l’immagine dei bravi ragazzi, magari ingenui e inconsapevoli, sempre ed esclusivamente vittime del regime, mai sostenitori. Ma il giudizio di Filippi incide soprattutto sul presente: “Perché quindi siamo ancora fascisti o, meglio, perché non siamo convintamente antifascisti? – chiede lo storico nel suo libro - Perché in questi anni, nel tentativo di mantenere pulita la memoria del paese, non abbiamo affrontato con determinazione i crimini che il fascismo ha commesso anche grazie alla connivenza degli italiani e quindi oggi, per molti, dato che non si conoscono i delitti del fascismo, pare quasi che il fascismo di delitti non ne abbia commessi”.

Quanto tutto ciò si immetta nel nostro presente lo scrive nitidamente, ancora, Greppi nel concludere la sua recensione: “In un’epoca in cui i partiti di destra – in assenza di una significativa destra moderata – sono ormai quasi esclusivamente eredi diretti (per filiazione) della tradizione neofascista oppure non hanno nessun imbarazzo a stringere relazioni, e ovunque, con i due partiti dichiaratamente neofascisti che regolarmente corrono alle elezioni, è arrivato il momento di ricordarci come possiamo, oggi, essere antifascisti. E come possiamo, una volta per tutte, saldare questo conto rimasto aperto”.