Simonetta Della Seta del Meis: «Negare il 25 aprile porta al razzismo e all’antisemitismo»

La storica e giornalista dirige il Museo dell’ebraismo e della Shoah a Ferrara: «Fascisti e nazisti uccisero novemila ebrei. E bisogna ricordare anche i tanti partigiani ebrei»

“1938: l’umanità negata”, mostra permanente” al Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. Foto Marco Caselli Nirmal

“1938: l’umanità negata”, mostra permanente” al Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. Foto Marco Caselli Nirmal

redazione 24 aprile 2020
di Stefano Miliani

«Per tutti gli italiani, e tanto più per i cittadini ebrei d’Italia, il 25 aprile 1945 fu una data spartiacque, tra il buio di un regime totalitario e ingiusto e una guerra spietata finita con l’occupazione tedesca e la nuova libertà. Questo passaggio così cruciale e significativo va tramandato e spiegato anno dopo anno alle nuove generazioni che non lo hanno vissuto, soprattutto ora che avremo sempre meno testimoni di quel momento così significativo per la nostra storia. Per questo il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah ha deciso di dedicare la giornata a farvi conoscere tante storie di partigiani ebrei». Lo scrive il Meis con sede a Ferrara nella nota stampa in cui avvisa su un calendario di appuntamenti avviato a inizio settimana e in corso fino a lunedì 27. Come logico online, dato il lockdown per il Coronavirus. Del significato della ricorrenza parla il direttore Simonetta Della Seta, studiosa di storia del Popolo Ebraico, di Israele e del Medio Oriente, giornalista professionista.

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Direttore, perché ritiene il 25 aprile così importante?
È una data fondamentale per l’Italia e tanto più per gli ebrei italiani perché il Paese fu liberato dal periodo più buio, più difficile e più tragico dello scorso secolo ovvero il periodo del fascismo e dell’occupazione nazista che ha segnato discriminazione, persecuzione e morte. Per ogni ebreo italiano si tratta di una data fondamentale: i nostri nonni e genitori, quindi parlo di con un ricordo vicino, ci hanno raccontato cosa è successo quel giorno. Il 25 aprile ha significato recuperare la dignità e la libertà che non era solo di movimento. Non dimentichiamo che l’Italia fascista aveva emanato nel 1938 le leggi razziali, che si dovrebbero piuttosto chiamare razziste: impedirono agli ebrei italiani di essere alla pari di tutti gli altri cittadini italiani quando oltretutto avevano fatto l’Italia assieme agli altri, partecipando al Risorgimento, combattendo nella Prima guerra mondiale, e facendo parte del tessuto della nostra Penisola da oltre duemila anni: quelle leggi furono un tradimento. Gli ebrei hanno dovuto sopportare terribili umiliazioni, nascondersi, difendersi da una persecuzione di regime, senza scampo, sperimentare una tragica caccia all’uomo: ricordo che dal nostro Paese novemila ebrei sono morti per mano fascista e nazista a fronte di una popolazione ebraica, allora, di 45mila persone. Mio padre nominava sempre il 25 aprile con le lacrime occhi. Ricordo i miei nonni e le persone care che non ci sono più, come ad esempio la scrittrice Giacometta Limentani: erano famiglie che avevano vissuto sulla propria carne la Shoah, parte dei loro familiari erano stati deportati e non più tornati, altri avevano vissuto la lotta antifascista e partigiana.

Al Meis come ricordate questo capitolo della nostra storia?
Ricordiamo alcune storie tra quelle di centinaia di partigiani ebrei che hanno rischiato la vita a fianco di tutti gli altri, e a volte sono caduti, per liberare l’Italia da quel sistema totalitario ingiusto. Penso tra altri a Matilde Bassani, Mosè Di Segni, Emanuele Artom, Franco Cesana che aveva 13 anni quando fu ucciso, Liana Millu, Rita Rosani, Luciana Nissim che era nel convoglio di Primo Levi: sono solo alcuni dei nomi. Quindi la data ha tante valenze diverse: significa restituire dignità a chi fu trucidato dai nazisti e dai fascisti, al lavoro di tutti i partigiani e dei partigiani ebrei, senza dimenticare la Brigata ebraica.

Che operò militarmente nelle forze britanniche.
Erano ebrei arruolati nell’esercito inglese e c’erano anche loro a liberare l’Italia, quel giorno. Il loro cimitero è a Piangipane nel ravennate. La Brigata fece per l’Italia quanto hanno fatto tutti gli alleati ma non sempre è capito, non sempre può sfilare con gli altri perché ha Stella di David.

I fischi rivolti in passato contro la Brigata Ebraica, da forze di sinistra, sono stati vergognosi.
Sono convinta che la Brigata debba sfilare con tutti i partigiani e con chi ha liberato l’Italia. È necessario che non solo gli ebrei, ma tutti gli italiani, conoscano quanto fu importante il loro apporto alla Liberazione.

Che senso ha oggi la giornata del 25 aprile, tanto più che non si può andare per strada o in piazza per il Coronavirus?
Ha senso come lo ha tutti gli anni e oggi la si celebra con i mezzi dati, in remoto, sui siti, i social. Tutte le comunità italiane organizzano lezioni e incontri. Come Meis vi dedichiamo una newsletter e, tramite una campagna sui social media, raccontiamo le storie di alcuni partigiani ebrei, anche per ricordare a tutti gli italiani che gli ebrei di mobilitarono per il loro paese pur essendo discriminati, perseguitati e resi cittadini non di serie B ma C o D, dall’Italia che avevano contribuito a creare e costruire. Gli ebrei mantennero il senso civile del loro paese fino all’ultimo, anche quando venivano portati verso le camere a gas: hanno sempre lottato per la giustizia e la libertà affinché il loro paese, l’Italia, diventasse un paese migliore. E il Meis è nato non per raccontare una cultura estinta ma per rendere noti la storia e il pensiero di una comunità italiana viva, attiva, partecipe.

C’è chi nega il valore del 25 aprile, nella destra, soprattutto quella estrema, come momento di liberazione del paese dalla dittatura.
Oggi assistiamo a rigurgiti fortissimi di antisemitismo, che sappiamo essere forti anche in questo periodo in cui la popolazione dovrebbe essere coesa e in appoggio a chi soffre e a chi lotta contro il virus. Invece vediamo forme molto diffuse di antisemitismo, prima di tutto sul web ma non solo lì: sono vergognose. Queste vanno denunciate ogni giorno, e anche nella giornata del 25 aprile. Quanto al non dare valore alla data della Liberazione a mio parere è una forma di revisionismo storico: è pericoloso perché le nostre identità sono la nostra storia, i nostri ricordi, sono ciò che abbiamo attraversato nella vita individualmente e come società e paese. Se cancelliamo dei momenti, e lo dico pensando anche alle foibe, poi non siamo in grado di vivere in pieno il presente e rischiamo di costruire una società a cui manca qualcosa, debole, vulnerabile. Quindi celebrare il 25 aprile è riconoscere una parte della storia dell’Italia e negarla è una forma di revisionismo storico: lo stesso che porta al razzismo, all’antisemitismo e ad altre forme discriminatorie, al di là del colore politico. Gli eventi non devono essere manipolati da una parte o dall’altra ma riconosciuti come ce li ha consegnati la storia. Solo se pienamente consapevoli di quanto accaduto, nel bene come nel male, potremo affrontare il nostro presente e affidarlo alle nuove generazioni per costruire il futuro.