P2, servizi segreti, delitto Moro... Turone ricostruisce le trame occulte d’Italia

In “Italia occulta” il magistrato spiega con chiarezza gli anni dal 1978 al 1980. Dalla loggia di Gelli a chi sabotò l’intesa Dc-Pci, l’assalto alle istituzioni e alla democrazia

L’agguato in via Fani a Roma il 16 marzo 1978 quando Moro fu rapito dalle Br e la scorta massacrata

L’agguato in via Fani a Roma il 16 marzo 1978 quando Moro fu rapito dalle Br e la scorta massacrata

redazione 8 gennaio 2020
Antonio Salvati

Il 12 dicembre scorso abbiamo ricordato la strage di piazza Fontana, il grave attentato terroristico compiuto quarant’anni prima nel centro di Milano presso la Banca Nazionale dell'Agricoltura che causò 17 morti e 88 feriti. Fu considerata «la madre di tutte le stragi». Il 18 dicembre 2019 in prima serata su Rai Uno è andata in onda la docu-fiction Il prezzo del coraggio dedicata a Giorgio Ambrosoli, l'eroe borghese morto assassinato in seguito all’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, facente capo a Michele Sindona. Due pagine nere della nostra storia repubblicana, assai diverse tra loro che si inseriscono in una sequenza impressionante di stragi, assassinii, complotti, tentativi di colpi di Stato appartenenti a un passato torbido ancora non del tutto conosciuto.

Una ricostruzione inedita e chiara
Giuliano Turone, testimone e protagonista come magistrato, attraverso una ricostruzione inedita e straordinariamente chiara ed accessibile a tutti, si è concentrato su un ristretto periodo (1978 – 1980) di quella terribile stagione assai lunga (dagli anni sessanta ai primi anni ottanta) funestata da un cumulo di fatti e rimasti il più delle volte senza giustizia. Una storia terribile ma purtroppo vera, quella che racconta Giuliano Turone in Italia occulta (edizioni Chiarelettere 2019, pp. 480, euro 19), che eccelle perché minuziosamente documentata da atti di giustizia, sentenze, ordinanze, confessioni, interrogatori, testimonianze, perizie balistiche, verbali magari a suo tempo sottovalutati o non compresi. Tutto riportato in modo certosino dall’autore che spesso, come magistrato, è stato al centro di quel che racconta.

Il caso Moro modello della destabilizzazione
Il caso Moro è il paradigma, il miglior modello della destabilizzazione, si sottolinea nel volume. L’archetipo, direbbe lo psicanalista. Indubbiamente, il delitto politico più importante del Novecento italiano. Per tanti versi un’azione perfetta per deviare il corso degli eventi: nella scelta dell’obiettivo, nelle sue modalità di realizzazione, nella scenografia, nei personaggi principali e nelle comparse. Ormai è chiaro che Moro è stato ammazzato proprio quando la democrazia italiana stava sperimentando nuove strade verso il futuro, per superare una impasse che la Dc non sapeva più affrontare adeguatamente. Una sfida che il partito comunista più forte d’Europa, il Pci, aveva raccolto. Vicende che gli ultracinquantenni come me hanno conosciuto da vicino.
Giuliano Turone, egregiamente, in questo lavoro si propone di far conoscere anche alle giovani generazioni quella faccia del potere occulto che ha potuto osservare più da vicino di tutti noi. Ci spiega e ci ricorda che il progetto di Gelli, il famigerato «Piano di rinascita democratica», venne elaborato tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976. Mentre il governo italiano era guidato da Aldo Moro, le cui aperture nei confronti della sinistra e dell’eurocomunismo di Enrico Berlinguer non furono mai accolte con entusiasmo né dagli ambienti della Nato (e dalle loro propaggini occulte) né dalla destra della Democrazia cristiana, rappresentata da Giulio Andreotti.

La P2 irrompe clandestinamente nella scena
Mentre matura l’assassinio politico di Aldo Moro, tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977, si ha notizia della ricostituzione in forma articolata della P2, «risvegliata» già nel dicembre del 1971, come prova una circolare del gran maestro Lino Salvini, «per rafforzare ancor più il segreto di copertura indispensabile per proteggere tutti coloro che, per determinati motivi particolari inerenti al loro stato, devono restare occulti». Negli anni Settanta la società italiana è in gran movimento e le prospettive di una modifica degli equilibri politici verso orizzonti progressisti sono molto concrete. La P2 irrompe clandestinamente nella scena con l’obiettivo di trasferire nelle sedi occulte i centri decisionali del potere. La loggia del «maestro venerabile» di Arezzo, in effetti, riesce a imporsi quando è il momento di ridisegnare tutti gli organici dei servizi segreti appena ristrutturati dalla recente legge di riforma.

Nella P2 ufficiali, politici, magistrati, imprenditori e la “piramide”…
Nella P2 troveremo anche alti ufficiali dell’esercito, dell’aeronautica, della marina e dei carabinieri, ministri, parlamentari e politici di vari partiti (Dc, Psi, Psdi, Pli, Msi), alti magistrati (tra cui il procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo), giornalisti, finanzieri come Roberto Calvi e Michele Sindona, imprenditori come il futuro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. L’importante relazione finale della Commissione parlamentare sulla P2 della presidente Tina Anselmi documenta che la loggia finanzia anche i terroristi neri. Tuttavia, nessuna autorità giudiziaria o politica accolse la precisa accusa rivolta ben documentata che indicava nella loggia di Licio Gelli il motore finanziario di coloro che hanno eseguito la strage sul treno Italicus (agosto 1974).
La loggia, “la metastasi delle istituzioni”, finanzia gli stessi governi: Roberto Calvi, il finanziere a capo del Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri di Londra, raccontò a sua moglie che i soldi della P2 erano stati utilizzati per convincere i socialisti a entrare nel governo Cossiga dell’aprile del 1980, con tre ministri e cinque sottosegretari iscritti alla loggia. L’autore ci spiega che vi era una entità superiore - il vertice della “piramide” più volte ricordata nelle pagine di questo volume – che proteggeva lo stesso Gelli.

Da Dalla Chiesa a Tina Anselmi, c’è chi ha difeso la democrazia
Il libro, tuttavia, non è solo la narrazione di tanti uomini delle istituzioni resisi responsabili di assassinii, complotti, tentati colpi di Stato, violando il giuramento di fedeltà per la difesa della patria e la salvaguardia delle libere istituzioni. Sono uomini che, nelle ricostruzioni giudiziarie, giornalistiche, storiche e politiche, hanno spesso trovato più spazio di chi, invece, ha continuato a vivere con coerenza la promessa pronunciata in un determinato momento della propria vita.
C’è tutta una parte pregevole del libro in cui si ricordano storie di tanti uomini, quasi tutti scomparsi, cancellati dal tempo e soprattutto dalla scarsa rilevanza attribuita loro, nonostante i meriti indubbi del loro operato: il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale della guardia di finanza Vincenzo Bianchi e la presidente della Commissione P2 Tina Anselmi ne sono degli esempi. Oppure Giorgio Manes, il generale dei carabinieri che contribuì a scoperchiare le responsabilità dell’Arma dei carabinieri in un progetto golpista; Pasquale Juliano, commissario di pubblica sicurezza che provò a fermare i piani per la strage di piazza Fontana; Giancarlo Stiz, il giudice istruttore di Treviso che, tra i primissimi, intuì le responsabilità neofasciste dietro le bombe della strategia della tensione. Se non erro – salvo il caso del generale Dalla Chiesa - difficilmente oggi si incontrano piazze, vie, aule o sedi istituzionali a loro intitolate. Eppure sono stati tra i baluardi della tenuta democratica delle istituzioni in anni terribili della recente storia italiana. Un motivo determinante per leggere questo libro che – ripeto – prezioso per i nostri giovani e la coscienza collettiva.