La partigiana Laura: «Combattere nazisti e fascisti è servito, cʼè la democrazia»

La nipote di Giacomo Matteotti Laura Wronowski racconta le sue battaglie in un romanzo di Zita Dazzi: «Il 25 aprile per me è raccoglimento, penso ai compagni perduti»

Partigiane nella Resistenza

Partigiane nella Resistenza

redazione 23 aprile 2019
di Stefano Miliani

«Il 25 aprile per me è prima di tutto un giorno di raccoglimento. Penso ai compagni perduti quando combattemmo i nazisti». Lo confida al telefono una donna di 95 anni dalla mente vivace e con una storia individuale intrecciata alle tragedie novecentesche del nostro Paese: è Laura Wronowski, milanese, nipote di Giacomo Matteotti e partigiana che imbracciò le armi nelle brigate Giustizia e Libertà di Ferruccio Parri. Quelle vicende hanno preso la forma di un romanzo in cui si intrecciano memoria e fatti e dove la prosa scandisce i passi evitando le paludi della retorica: è Con lʼanima di traverso. La storia di resistenza e libertà di Laura Wronowski della giornalista di Repubblica e scrittrice Zita Dazzi (Solferino Libri, Narratori, pp. 224, € 15).

Zita Dazzi ha dato forma narrativa alle parole e ai ricordi di Laura Wronowski. In queste pagine una tredicenne alle prese con la tesina di terza media, Tecla, apprende di essere nata lo stesso giorno dellʼanziana signora nel suo palazzo, Laura Wronowski appunto. Tecla scoprirà un passato ignoto in un racconto che si snoda anche come un romanzo di avventure: nella giovane partigiana in azione infatti si legge anche una spregiudicatezza nelle azioni, perfino un gusto per il pericolo, oltre al coraggio e a un carattere indomito e forse indomabile. La Storia con la s maiuscola si lega alle vicende individuali, ai sogni e agli amori stroncati anche da una pallottola in battaglia. «È importante che ve lo facciano studiare per bene cosa successe nel Ventennio, quando cominciarono a perseguitare le persone per via della cosiddetta "razza" e per le idee politiche. Certi giorni, anche qui in Italia, sembra di star tornando a quei tempi bui» esclama la signora dei ricordi quando acconsente a ricostruire il proprio passato a Tecla. Domani mercoledì 24 aprile alle 21 è alla Casa delle associazioni di Sesto San Giovanni, in piazza Oldrini, (Mm 1Sesto Rondò).

Signora Wronowski, lei va nelle scuole a raccontare la sua vicenda e la Resistenza.

È possibile che per imparare a essere civili bisogna passare dal drammatico? Insegnare educazione e civismo dovrebbero essere pane quotidiano per la famiglia e la scuola, ma è diventata unʼimpresa faticosissima. Nelle scuole i ragazzi si entusiasmano quando sentono persone come me parlare di quella Storia senza retorica. La retorica riempie idee che non ci sono, è un vuoto che riempie un vuoto e va di moda. Dietro la retorica resta poco, non dice nulla, non per niente i regimi sono sempre retorici.

Il romanzo narra anche lʼemarginazione subita dalla vostra famiglia prima della Seconda Guerra Mondiale.

È tutta roba vissuta pesantemente sula nostra pelle. La nostra vita è stata faticosa, piena di rinunce, mio padre era disoccupato. Ma ciò non voleva dire non vivere. Mia madre ripiegò sui libri, lʼunica cosa che abbondava in casa, per cui diventammo lettori accaniti. Ne sono molto contenta, sono unʼanima solitaria e il libro è sempre stato un compagno, anche se purtroppo adesso non vedo più bene.

Con la Resistenza lei ha rischiato la vita. Ha combattuto i nazisti e i fascisti.

Dove cʼera la lotta con i partigiani mi buttavo, a volte anche a occhi chiusi. Devo ringraziare lʼaver avuto una madre meravigliosa e combattiva che trascinava alla lotta: non le somiglio, ma qualcosa ho copiato da lei. Salvo i fortunatissimi la vita è faticosa per tutti, ma combattere è il sale della vita: il benessere è riposante ma non dà un gran sapore, è molto comodo. Invece conquistare qualcosa che qualcuno o il sistema nega è più saporito. Ma ciò fa parte del temperamento di ciascuno. Avevo una sorella maggiore molto più colta di me ma non era combattiva, io lo sono per temperamento e grazie al carattere di mia madre: se vedo una cosa storta la combatto, non la scarto. Il rischio è il sale della vita: raramente dà soddisfazioni ma ti aspetti la lotta, non le soddisfazioni.

Quale era in casa il ricordo di Giacomo Matteotti, un uomo che ha lottato e ha pagato con la vita la sua opposizione al fascismo?

Mia madre venerava il cognato che ha avuto la possibilità di conoscere e ne è stata una seguace più della vedova. Matteotti era stato su tutto un uomo coerente. E mia madre ha educato me e i miei fratelli a rifiutare le cose come stanno se sono sbagliate. Questo ha un prezzo salato, anche essere eternamente diversi è faticoso, ma è davvero costruttivo, forma il carattere. Combattere è una lezione che è servita. La mia generazione ha incontrato troppe difficoltà tutte insieme, ma chi non è stato fucilato o ucciso si è irrobustito. Resteranno briciole che magari diventano semi. Se a 95 anni sono qui a parlare forse significa qualcosa.

Lei perché ha combattuto il nazismo e il fascismo?

A parte lʼeducazione familiare, erano regimi violenti. Non sapevo come era un Paese libero, lʼho imparato insieme a mia madre dopo la guerra. Come hanno scritto persone molto più preparate di me, la democrazia è una conquista faticosissima e quotidiana. Per questo agli italiani non piace la democrazia: non piace faticare. Nella democrazia esiste lʼavversario, non il nemico, è il diritto di tutti a dire propria opinione senza offendere a parole o fatti lʼavversario. La democrazia si impara ora per ora, rispettando lʼavversario e portando idee, discutendole. La Lega fa tanto la combattiva ma non ha mai unʼidea.

Che importanza riveste il 25 aprile per lei?

Non lo festeggio molto perché divento malinconica. Penso ai compagni perduti. La Liberazione è stato un traguardo importante, però se ci deve essere sempre un pizzico di allegria, non ci sia retorica, la odio, e si sappia che quellʼallegria è innestata su scelte difficili, sui tanti che ci lasciarono la pelle. In quei momenti non cʼera niente di allegro: cʼera molta paura, il Paese era dissanguato dalla guerra, avevamo fame di pane, di sapere, di tutto, e ci domandavamo: quale sarà il nostro avvenire? Era un Paese alla deriva, venivamo da anni dove la dignità di ognuno era poco diffusa, perché i regimi non hanno bisogno della dignità della persona, hanno bisogno del terrore. Mussolini pensava a sé stesso e se ne infischiava del Paese: i pochi italiani che lo avevano capito erano stati messi a tacere.