Nunziatina, partigiana che scampò due volte alla fucilazione fascista

Claudio Visani ricostruisce la vicenda quasi incredibile di Annunziata Verità della Resistenza faentina. E ricorda che quei fascisti non pagarono per i loro crimini

Annunziata Verità detta Nunziatina accanto alle lapidi dei fucilati nel cimitero di Rivalta. Foto dal libro di Claudio Visani

Annunziata Verità detta Nunziatina accanto alle lapidi dei fucilati nel cimitero di Rivalta. Foto dal libro di Claudio Visani

redazione 21 febbraio 2019
Stefano Miliani

Il 12 agosto 1944 Annunziata Verità detta Nunziatina, vivace ragazza partigiana, dalle parti di Faenza venne messa al muro al cimitero di Rivalta. Sopravvisse alla fucilazione dei fascisti e perfino al colpo di grazia. «Potremmo chiamarla “la donna che visse due volte”», esclama Claudio Visani, il giornalista che ha raccontato una vicenda in gran parte inedita, e in gran parte sconosciuta perfino ai nipoti della donna, nel libro La ragazza ribelle. Annunziata Verità storia, amori e guerra di una sopravvissuta alla fucilazione fascista (Carta Bianca Editore, 124 pagine 15 euro): l’autore presenterà il volume il 26 marzo alle 18 nella sala del consiglio comunale di Faenza con Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi.

La Resistenza delle donne
Il volume ha una prefazione di Gabriele Albonetti sulla “Resistenza delle donne” che «non hanno fatto solo le staffette, le crocerossine, le assistenti, ma hanno rischiato come gli uomini, hanno patito allo stesso modo arresti, torture, violenze, deportazioni e fucilazioni». Albonetti registra 35mila partigiane, 70mila iscritte ai Gruppi di difesa e ai Gap, 4.653 le arrestate e torturate, 2.750 le deportate, 2.900 le donne uccise. Il libro, segnala Visani, vuole anche ricordare come la Resistenza al femminile fu determinante, non in secondo piano. Il suo racconto, perché il libro-inchiesta si dipana come un racconto dal passo incalzante capitolo per capitolo e con testimonianze nuove, entra nel mezzo della storia senza preamboli, con un efficace effetto drammaturgico, se passate il termine: il racconto inizia direttamente con l’interrogatorio a Nunziatina a Villa San Prospero, l’11 agosto 1944: è notte, «la bandiera della Repubblica di Salò, alla parete i ritratti di Mussolini e Hitler». Fascisti della Brigata Nera e un ufficiale tedesco procedono all’interrogatorio. Violento. Perché la ragazza non parla. Risponde di non sapere, i fascisti, a partire dal camerata Raffaele Raffaeli la picchiano. Finché decretano la condanna a morte di Annunziata Verità «per complicità con i ribelli». Viene condannata alla fucilazione con quattro giovani contadini. Ha solo 18 anni e non ha ceduto. Stava con la Resistenza faentina. «Minuta e fiera», la descrive nel libro l'autore. E coraggiosa. Molto.
All’alba del 12 agosto i fascisti fucilano la ragazza e i quattro giovani. Alla schiena. Lei cade, coperta in parte da un cadavere, ma non è morta, è ferita alle braccia. Passa un ufficiale per il colpo di grazia. Spara. Il proiettile la sfiora la tempia, poco più di un graffio, i fascisti non controllano il corpo perciò non si accorgono che Nunziatina non è un corpo inerte. Quando scopriranno che lei non è tra i cadaveri, ore dopo esservi vantati dell'azione, Nunziatina sarà già in fuga verso i monti.

Una storia mai raccontata per intero
«Parte della storia non si conosceva, per intero non l’ha mai raccontata neanche ai suoi familiari», ricorda Visani, giornalista di molte testate e per vent’anni firma e colonna portante dell’Unità in Emilia Romagna. Il pudore su quel passato, la ritrosia, un magma di sentimenti che solo chi ha vissuto può decifrare appieno ha indotto quelle generazioni a non raccontare molto. Nemmeno a figli e nipoti. Continua il giornalista: «Un anno fa ho pubblicato un libro, L’eccidio dei martiri senza nome, su cinque fucilati sempre nella zona, sui monti sopra Brisighella nell’Appennino tosco-romagnolo, che in realtà erano cinque sfigati presi da un carcere di Forlì perché uno dei cinque “traditori” che i fascisti volevano inizialmente fucilare era un generale dai contatti potenti per cui non lo uccisero. Il periodo e la zona erano gli stessi della fucilazione a cui era sopravvissuta Nunziatina. Andai a trovarla e da lì è nato il libro. Si conoscevano alcuni pezzi della sua storia, mai la storia intera. Non era mai tornata sul luogo, il cimitero dove c’era stata la fucilazione, né sui monti dove era scappata. È una storia da film».

Nunziatina, viva per pura coincidenza
Dopo anni di fugaci cenni anche ai familiari, Nunziatina al cronista confessa la sua storia. Con lui ripercorre le tappe di quell’alba, dei giorni in fuga successivi, quando scappò, quando riparò ferita in una casa di campagna, quando una donna le dette del latte, un’altra del formaggio. «Siamo andati insieme nei posti e e ogni volta veniva fuori un pezzo di storia. È una donnina esile. Come ha potuto salvarsi? I fascisti avevano messo al muro i cinque condannati legandoli con una grossa corda. Lei è piccolina, aveva le braccia in alto, quando hanno sparato hanno colpito solo le braccia che cingevano la testa, è finita sotto un cadavere e quando un fascista è passato per il colpo di grazia l’ha colpita solo di striscio. Francesco Schiumarini, uno dei fascisti, nell’interrogatorio dopo la guerra disse di aver sparato apposta in alto senza mirare alla schiena per non ucciderla, però Nunziatina non ci crede, pensa sia stata una pura coincidenza».

Chi ha protetto Raffaeli, spietato fascista?
La giovane partigiana si è salvata ma la storia non ha un lieto fine e Visani la percorre tutta. «I responsabili erano otto fascisti della famigerata Brigata Nera di Faenza, sono stati riconosciuti e andarono tutti alla sbarra tranne il capo, Raffaeli. Alcuni furono condannati a pene pesanti in primo grado, poi arrivò l'amnistia di Togliatti, poi la Cassazione ribaltò le condanne, alla fine degli anni Cinquanta erano tutti liberi».
Già qui c’è da recriminare e perlomeno rammentare come troppi abbiano “dimenticato” la camicia nera che indossarono e i crimini commessi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’inizio dell’occupazione tedesca spalleggiata dai fascisti.
Ma su quel capetto faentino, Raffaeli, pesa un enigma: «Figlio di un padre fanatico che lo educa all'odio razziale e all'ideologia fascista a vent'anni capeggiava la Brigata Nera di faenza ed era già potente. Ha commesso una serie incredibile di crimini. Con l’arrivo degli Alleati ripara al nord, dalle parti di Como quando altri con lui si arrendono Raffaeli non c’è perché qualcuno lo avrà lasciato andare via. Dopo la guerra verrà protetto e ospitato nello Stato del Vaticano che lo aiuta a cambiare nome, gli dà il titolo di insegnante di un liceo privato pur se non era laureato, risiede in un palazzo di Propaganda Fide fino al 1959 quando la pena è prescritta. È sempre rimasto libero». Eppure questo modello di ferocia, Raffaeli, non è stato condannato? «Sempre in contumacia. Prima a morte, poi all’ergastolo, poi a vent'anni di carcere. Era irraggiungibile, aveva appoggi potenti nel clero altrimenti non si spiega. Era spietato e su di lui si sa pochissimo. Potendo, servirebbe un libro su di lui».