Valigie, capelli e filo spinato rinnovato ricordano lo sterminio ad Auschwitz

I nazisti lì uccisero 1,1 milioni di persone. Un reportage dello Spiegel sui reperti dei prigionieri come scarpe a pezzi e occhiali. La scritta "Arbeit macht frei" non è quella originale

L’ingresso di Auschwitz

L’ingresso di Auschwitz

redazione 21 gennaio 2019
Nel Museo di Auschwitz-Birkenau uno dei problemi più delicati e difficili è preservare quanto è rimasto delle vittime: cappotti, valigie (anche di cartone), capelli, brandelli di bambini, donne, uomini sterminati dai nazisti. La sfida, la difficoltà anche etica, è che quei poveri pezzi decadono, si decompongono, per cui occorre “restaurarli” perché la memoria non vada persa ma se si “restaurano” si rischia di ricreare una realtà migliorata rispetto al reale. Di questi dilemmi il settimanale tedesco Der Spiegel ne dà conto con un reportage di Martin Doerry pubblicato nell’edizione tedesca del 12 gennaio e online, in inglese, nell’edizione internazionale online.

Il “Giorno della memoria” è stato istituito il 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 fu liberato il campo di Auschwitz come quello di Birkenau, che coprono un’area di circa 190 ettari. Il giornalista racconta cosa conserva il museo: circa 3.800 valigie, cinquemila spazzolini da denti, 110mila scarpe o pezzi di scarpe, “montagne di capelli”, occhiali e altre cose personali. “Nei campi di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau fu assassinato circa un milione e centomila persone, di cui un milione era ebreo”. Doerry dà conto di una sua esplorazione nei laboratorio di conservazione dove i restauratori conservano e puliscono “le reliquie del più vasto genocidio mai visto nella storia umana” perché hanno uno scopo preciso: “non un singolo pezzo delle prove lasciate dietro di sé dalle vittime o dagli autori dell’Olocausto dovrebbero essere sacrificati all’entropia”, ovvero alla dispersione di informazioni per il decadimento delle cose. E un tecnico gli chiarisce qual è la regola “d’oro” di loro conservatori: “Mantieni ma non riparare”. Perché se qualcosa è danneggiato, ripararlo rischierebbe di cancellare una prova dello sterminio.

Con quattrocento dipendenti, l’obiettivo del memoriale è “preservare l’autenticità” dei reperti di una storia che marchierà per sempre il genere umano. Ma il dilemma su come e cosa preservare si pone. “Le condizioni di molti edifici peggiorano, è quasi impossibile preservare tutto senza interferire con la situazione iniziale”.

Il dilemma si fa particolarmente acuto con i 14 chilometri di filo spinato: è uno dei simboli dei lager, “più volte quello originale è stato dovuto essere sostituito”, non è più elettrificato e i cartelli che avvisano di non avvicinarsi sono repliche. Ma non c’erano alternative: i cartelli originali con la scritta "Halt! Stój!" e il cranio con le ossa incrociate non esistono più. E anche la beffarda scritta "Arbeit macht frei" (il lavoro rende liberi) all’ingresso del campo principale di Auschwitz non è l’originale: fu rubato per un neonazista svedese nel 2009 e segato in tre parti. La scritta fu ritrovata e restaurata ma i responsabili del museo ritennero che era più sicuro esporre una copia, dato il furto. Quindi alla fine i visitatori vedono un luogo in condizioni migliori di quelle vissute da quel milione e centomila vittime. Ma al momento non c’è alternativa.

Il reportage di Martin Doerry su Der Spiegel International