Stereotipi di genere, obblighiamo il giornalismo a cambiare parole e racconto

Introdurre l’obbligo nella formazione continua dei giornalisti di acquisire almeno 5 crediti deontologici su temi legati alle questioni di genere. E' la proposta del consiglio dell'ordine dei giornalisti della Lombardia

Stereotipi di genere, obblighiamo il giornalismo a cambiare parole e racconto
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Ester Castano Modifica articolo

21 Dicembre 2023 - 12.12 Giulia


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Il Consiglio dell’Ordine regionale della Lombardia, nella sua riunione del 19 dicembre 2023, ha deciso di sottoporre al Consiglio Nazionale una modifica del regolamento sulla Formazione continua. La proposta punta a introdurre l’obbligo di acquisire almeno 5 crediti deontologici su corsi e temi legati alle questioni di genere. A farsene promotrice Ester Castano, consigliera alle pari opportunità dell’Odg lombardo e Giulia lombarda di cui pubblichiamo parte dell’analisi uscita sulla sua newletter 

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 A che cosa serve l’Ordine dei giornalisti se i mezzi d’informazione continuano a promuovere stereotipi di genere e pornografia del dolore? Me lo chiedo anche io, che da due anni ricopro la delicata carica di consigliera a Giovani, nuovi giornalismi e pari opportunità dell’Odg lombardo. Eppure continuo ad essere convinta che l’informazione debba essere strumento di cultura e di sviluppo di senso critico della società.

Sempre più lettori e lettrici si allontanano dai media tradizionali perché disgustati dalla continua spettacolarizzazione della violenza di genere, dalla superficialità e dal qualunquismo dei contenuti proposti. Ne è un esempio il lessico amoroso per descrivere la relazione vittima-carnefice. Eppure sarebbe così facile fare meglio. Basterebbe mettere in pratica quelle poche e semplici indicazioni contenute nell’articolo 5 bis del Testo unico dei doveri del giornalista, il compendio deontologico che i giornalisti sono tenuti a rispettare nell’esercizio della professione.

L’articolo 5 bis ‘Rispetto delle differenze di genere’ è entrato in vigore l’1 gennaio 2021: è stato elaborato dal Gruppo di lavoro Pari opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Si tratta di poche e semplici indicazioni. Prevede che nei casi di femminicidio, violenza, molestie, discriminazioni e fatti di cronaca, che coinvolgono aspetti legati all’orientamento e all’identità sessuale, il giornalista:

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a) presti attenzione a evitare stereotipi di genere, espressioni e immagini lesive della dignità della persona;
b) si attenga a un linguaggio rispettoso, corretto e consapevole, all’essenzialità della notizia e alla continenza
c) non alimenti la spettacolarizzazione della violenza
d) non usi espressioni, termini e immagini che sminuiscano la gravità del fatto commesso
e) assicuri, valutato l’interesse pubblico alla notizia, una narrazione rispettosa anche dei familiari delle persone coinvolte

Le parole sono gli strumenti di noi giornaliste e giornalisti: impariamo a usarle in modo corretto. Non è sempre semplice applicare l’articolo 5 bis. So che ciò significa mettersi in gioco, prendersi del tempo, rivedere le proprie abitudini e, soprattutto, scontrarsi con i propri superiori. Ho lavorato anni in un’agenzia stampa occupandomi prevalentemente di cronaca nera e giudiziaria, e ho ben presente le richieste tartassanti e inopportune dei capi: dalla corsa morbosa alla ricerca delle foto sui social di vittima e carnefice all’appostamento telecamera in mano sotto casa dei parenti con il cadavere ancora caldo a chiedere: “Come ci si sente?”. Rabbrividisco ancora, e sono fiera di me stessa per essermi più volte opposta a linee di narrazione in contrasto con la mia etica. Prendiamoci questa responsabilità, collettivamente però, in modo tale che non sia il singolo a farne le spese ma il gruppo a farsi forza. Anche perché, oltre al martirio, il singolo non va da nessuna parte.

La mia proposta formativa

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Ricordiamo poi che il Testo unico è alla base della formazione professionale continua dei giornalisti. Per chi non lo sapesse, è obbligatoria per legge per tutti gli iscritti all’Ordine, sia pubblicisti che professionisti. Per l’assolvimento dell’obbligo formativo si devono acquisire 60 crediti nel triennio di cui almeno 20 deontologici. Sta al singolo o alla singola giornalista scegliere quali frequentare, in presenza e online, in diretta o on demand. Ce ne sono per tutti i gusti ed esigenze, dai corsi sui nuovi media alla libertà di stampa, dai temi scientifici a quelli giuridici. Nei crediti deontologici sono inclusi i corsi dedicati al codice rosso, all’hate speech, al linguaggio sessista.

ll problema delle donne ammazzate perché donne non è più emergenziale ma strutturale. Per questo sarebbe utile rendere obbligatoria la frequenza di almeno un corso formativo su linguaggio e violenza di genere per triennio. Chi si occupa di cronaca nera e giudiziaria non può improvvisarsi esperto del settore; chi scrive un articolo d’opinione sui temi di genere non può non avere una formazione adeguata. Chi viene invitato nelle trasmissioni televisive a commentare i fatti deve conoscere ciò di cui parla. La violenza contro le donne è un fatto culturale. Paradossalmente questo è un vantaggio: cambiando cultura il problema può essere risolto. Nel caso del giornalismo il cambiamento avverrà usando le parole giuste.

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