No ai brevetti sui vaccini nella pandemia? Si può fare a patto di investimenti pubblici

Dall'accademia il cuore della ricerca si è spostato all’industria che nel campo farmaceutico e biomedico sostiene gli studi. Se si vuole cambiare registro bisogna cambiare strategia

No ai brevetti sui vaccini nella pandemia? Si può fare a patto di investimenti pubblici
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19 Marzo 2021 - 19.50


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di Bruno Alfonsi*

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Di vaccini in circolazione e ad oggi disponibili  ce ne sono davvero pochi pochi vaccini per fermare l’ondata pandemica che da un anno ha travolto il mondo. Quindi  si torna a parlare inevitabilmente di brevetti sui farmaci ed in particolare sui vaccini. Da più parti se ne sta richiedendo la sospensione se non l’abolizione.
Queste proposte hanno un indiscutibile valore etico e toccano un tasto di alta intensità emotiva ed ideologica. E’, in realtà, un tema non nuovo perché di questo si dibatte ormai da anni, basti pensare alla battaglia combattuta dall’India per le terapie contro l’Epatite C.
Con un po’ di nostalgia vengono ricordati i due “scopritori” dei vaccino antipolio: Albert Sabin, scopritore  di quello vivo attenuato per uso orale e Jonas Salk  ricordato per quello a virus inattivato per uso iniettabile. I due scienziati, a metà degli anni 50 ingaggiarono un “duello” scientifico  sul valore delle rispettive scoperte ma nessuno dei due chiese di brevettare la propria. Sabin lavorava all’Università di Cincinnati e Salk all’Università di Pittsburgh.
Sono cambiati i tempi, i luoghi e i costi collegati alla ricerca.  Dall’accademia il cuore della ricerca si è spostato  all’industria e questo fatto solleva una prima scottante questione.  In assenza di un forte intervento pubblico, e di consistenti investimenti da parte dei governi, la pur giusta richiesta di revisione delle leggi sui brevetti potrebbe generare un rallentamento e una stasi nell’avanzamento della ricerca che, in particolare nel campo farmaceutico e biomedico, è portata avanti quasi esclusivamente in ambito industriale.

Volendo ridurre questo concetto a slogan si potrebbe dire: meno restrizioni brevettuali più finanziamenti pubblici alla ricerca.
In sostanza cos’è un brevetto (in inglese “patent”)? E’ il titolo che consente a chi ha realizzato un’invenzione di poterla produrre e commercializzare in esclusiva nel paese o paesi in cui il brevetto è stato richiesto. Le grandi Aziende hanno interi uffici e numerosi legali che si occupano esclusivamente di “brevettare” (a costi elevati) le preziose scoperte dei propri ricercatori nel più alto numero possibile di paesi del mondo ed al tempo stesso di verificare, controllare e difendersi da eventuali infrazioni da parte di concorrenti, tutto questo con cause e ricorsi che possono durare anni. 

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Sarebbe errato pensare che un brevetto “copra” un prodotto. In realtà un prodotto finale viene “sigillato” attraverso numerosi brevetti ognuno dei quali copre un dettaglio preciso e determinante di un processo produttivo. O un ingrediente ritenuto insostituibile. Tutto questo per rendere impossibile la riproduzione e la copia del prodotto finale. Sono i ricercatori a indicare al proprio “ufficio brevetti” i punti chiave da “coprire”, al tempo stesso i ricercatori di aziende concorrenti insieme ai propri esperti legali studiano il modo per riprodurre un processo aggirando i brevetti altrui. Ed è qui che nascono le dispute e i ricorsi. 
La sospensione volontaria o imposta dei diritti derivanti da un brevetto pur auspicabile e benemerita sarebbe comunque una azione “passiva” e non produrrebbe “per sé” gli effetti desiderati. E’ molto difficile se non impossibile pensare che la semplice abolizione di un divieto comporterebbe l’immediato riprodursi e moltiplicarsi di una tecnologia sconosciuta. Alla cancellazione degli effetti di un brevetto perché sortisca l’effetto desiderato, si deve accompagnare una azione “attiva” da parte dei detentori del brevetto stesso e cioè una concessione di licenza, una cessione di know-how e un trasferimento di tecnologia.
Banalmente un conto è “non impedirti di fare torte di mele buone come le mie”, altro conto è dirti quali ingredienti uso, financo quale qualità di mele sia quella migliore, i quantitativi, i dosaggi, la temperatura del forno, magari ti faccio comprare il mio stesso forno e poi faccio un corso ai tuoi fornai perché apprendano per filo e per segno ciò che devono fare.
Il trasferimento di tecnologia è un processo lungo e non facile e comporta grande compartecipazione e disponibilità da parte del cedente e del ricevente, in particolare in processi ad alta od altissima sofisticazione e con tecnologie nuove e mai sperimentate prima, la riproduzione esatta di ogni singolo passaggio è requisito indispensabile al successo dell’operazione.I tempi sono lunghi ed anche incerti, i costi e le risorse necessarie sono grandi, il successo non è garantito.
Per entrare in piena operatività è necessario che il nuovo processo e gli impianti per produrlo vengano validati ed approvati ed è indispensabile produrre un determinato numero di “consistency lots” vale a dire si deve poter dimostrare che il processo trasferito nel suo insieme è in grado di riprodurre sempre un prodotto che abbia esattamente gli stessi requisiti.

*Microbiologo

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