Addio al compagno Emanuele Macaluso: il coraggio di un comunista pronto ai mutamenti

Storico dirigente del Pci, aveva 96 anni. Una delle menti più lucide della politica italiana, parlamentare per molte legislature, era stato sindacalista, giornalista, direttore de l'Unità dove portò la satira nel partito

Addio al compagno Emanuele Macaluso: il coraggio di un comunista pronto ai mutamenti
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19 Gennaio 2021 - 09.32


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Addio a Emanuele Macaluso, una delle menti più lucide della politica italiana, non solo della sinistra. Lo storico dirigente del Pci aveva 96 anni e se n’è andato alla vigilia dei cento anni dalla fondazione di quella che fu la sua casa, non solo il suo partito, il Partito comunista italiano appunto. Al quale aveva aderito nel 1941, diciassettenne, quando era una forza clandestina in lotta contro il fascismo. Quando il Pci cambiò rotta con la famosa “svolta” impressa da Achille Occhetto nel 1989 per il cambiamento del nome (un tabù fino a quel momento), concordò e allo scioglimento del partito nel 1991 si iscrisse al Pds, il Partito democratico della sinistra.

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Ricoverato al Gemelli di Roma, Macaluso è morto nella città dove viveva, nel quartiere del Testaccio. Era nato a Caltanissetta il 21 marzo 1924. Dal 1947 al 1956 fu segretario regionale della Cgil in Sicilia. Eletto alla Camera con il Pci nel 1963, 1968, 1972, al Senato nel 1976, 1983, 1987, 1992, è stato parlamentare per sette legislature. Era anche giornalista e non era un mestiere di facciata o un ripiego come a volte capita. Scrisse il suo primo articolo a 18 anni nel 1942 su l’Unità clandestina e l’argomento erano le terribili condizioni di lavoro degli zolfatari. 

Dall’82, su incarico di Enrico Berlinguer, all’86 fu direttore del quotidiano fondato da Antonio Gramsci dove prese una decisione che ha fatto storia perché indicava un cambio di passo immettendo l’autoironia in una politica poco incline all’ironia: pubblicò le vignette di Sergio Staino con Bobo figura critica della sinistra e del partito e il settimanale satirico “Tango”. Il che gli valse critiche anche durissime dal partito stesso, ma Macaluso non cedette. Era a l’Unità per rinnovare e rinnovò molto la testata. A dimostrazione di una mentalità aperta a cambiamenti a quel tempo difficili da immaginare in un dirigente politico di primo piano.
Per quindici anni, fino alla chiusura nel 2010, ha diretto il mensile Le ragioni del socialismo. Era stato editorialista del Riformista e per un anno, dal 2011 alla chiusura nel 2012, direttore. E ha continuato fino all’ultimo a commentare i fatti della politica e della società con il profilo em.ma. su Facebook affidando la trascrizione dei suoi biglietti scritti a un ex giornalista de l’Unità, Sergio Sergi.

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Il politico veniva da una famiglia economicamente modesta, con il padre che lavorava nelle ferrovie. Avrebbe voluto studiare al ginnasio, però i genitori non potevano permetterselo e, come ha raccontato in una intervista alla Stampa di qualche tempo fa, ripiegò per l’Istituto minerario frequentato già dai fratelli. Divenne perito minerario. Si ammalò di tubercolosi e grazie al consiglio di un amico si iscrisse al Partito comunista clandestino. Dove conobbe, tra l’altro, un giovane di nome Leonardo Sciascia. Nel 1944 divenne segretario generale della Camera del Lavoro di Caltanissetta, dal 1947 fino al 1956 fu segretario regionale in Sicilia della Cgil e ricordiamo che in quegli anni fare il sindacalista, soprattutto in una forza esplicitamente di sinistra e che era collegata al Pci, significava affrontare battaglie durissime, ostracismo, perfino minacce. Nel 1944 andò con il sindacalista Girolamo Li Causi nel paesino siciliano di Villalba, territorio di un boss mafioso, Calogero Vizzini, e qualcuno sparò ai sue sindacalisti. Difendere i diritti calpestati dei lavoratori, anche negli anni a venire, nel dopoguerra, in Sicilia sopratutto, richiedeva coraggio. Molti sindacalisti vennero uccisi. Ma il coraggio non ha mai fatto difetto, a Macaluso.

Entrò nella direzione del Pci nel 1960, nel 1962 salì a Roma per far parte dall’anno successivo della Segreteria politica con Palmiro Togliatti segretario, poi con Luigi Longo e con Enrico Berlinguer per diventare deputato, sempre nel 1963, iniziando una carriera parlamentare lunga un trentennio. E nelle fila del Pci si collocava nella corrente riformista, o migliorista, in compagnia di figure come Giorgio Napolitano, una corrente che voleva modernizzare il partito e la sinistra guardando alle democrazie occidentali e dialogando con le forze socialdemocratiche più che ispirarsi al regime sovietico. 

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Visse anche esperienze che ricordano i costumi di un tempo. Dopo essere finito anche in carcere per adulterio negli anni ’40, nel 1960 passò otto mesi in clandestinità nel modenese perché aveva avuto un figlio da una donna sposata e la Dc lo denunciò. E a quel tempo anche il Partito comunista aveva una morale rigida, su questi temi. Non fu facile.

Sulla sua vita è significativo cosa disse in un omaggio del Senato per i suoi 90 anni, che sotto potete vedere in un video dell’agenzia Vista. L’ex deputato e senatore ripensando al suo passato ricordava: “Non sono un ‘pentito’ di quello che ho fatto, ho rivisto il mio percorso criticamente, mi ero obbligato per come ho vissuto la mia vicenda soprattutto nel partito comunista. Rivendico quindi la mia azione. E la mia vita è stata condizionata da dove sono nato e come sono cresciuto. E i ricordi dell’infanzia restano come un segno indelebile del mio modo di essere”. Dove ricordava tra l’altro di aver aderito senza sapere di Gramsci, Togliatti, Marx, e ricordò di una figura per lui centrale: un bibliotecario del suo paese che teneva una biblioteca clandestina in casa (era il tempo del fascismo) e morì per provare a salvare i libri durante un bombardamento. Un ricordo che ritrae bene anche chi è stato Macaluso: un uomo che amava leggere e amava scrivere in modo chiaro. E che ha lasciato, tra i tanti che hanno lavorato con lui, un ricordo di stima e, anche, di affetto.  

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