Maledetti lombardi! Le origini medievali dello stereotipo dell'affarista senza scrupoli

Un tempo ‘Lombardi’ voleva dire italiani e voleva dire anche affaristi capaci ma ossessionati dal denaro, sebbene non ogni uomo d’affari italiano fosse un feroce usuraio

Maledetti lombardi! Le origini medievali dello stereotipo dell'affarista senza scrupoli
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

7 Dicembre 2020 - 19.40


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La pandemia sta destabilizzando, con le nostre vite, anche i nostri quadri mentali e scava fossati d’incomprensione in base a semplificazioni della realtà. Ondate di argomentazioni perentorie supportano le parti in conflitto, basta fare l’esempio dei “maledetti garantiti” contro i “maledetti evasori” o dei virologi contro i clinici o dell’uomo comune contro gli scienziati.

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Anche se non è sempre chiaro quale sia la chiave del successo di ognuno dei modi di presentare la realtà che la pandemia sta creando e quali bisogni umani ognuno di essi soddisfi, osserviamo nei fatti il montare di una rabbia che si formalizza in accuse stereotipate. Lo “state a casa vostra” del sud contro il nord  dei primi mesi, rapidamente trasformato nella ritorsione estiva “e allora non avrete i nostri soldi”, ha rinnovato risentimenti e antiche incomprensioni. La crisi epidemica si è tradotta in un colpo difficile da incassare per chi coltivava, legittimamente, il mito del piccolo mondo felice, prospero e ordinato e se l’è visto imbruttire; e ha trasformato le aree più tardivamente ma violentemente colpite dalla ‘livella’ della malattia in un crogiolo di nuovi risentimenti. “I vostri soldi, i vostri dannati soldi!”, “la vostra inefficienza, la vostra dannata inefficienza!” Semplificazioni irritanti, come un po’ tutto ciò che ha il sapore della deriva identitaria.

Stereotipi altrettanto forti attraversarono l’Europa medievale. Ad esempio quando la gente era strozzata dagli usurai, si diceva che la era dai prestatori lombardi. Ancora oggi a Parigi o a Londra Lombard street o rue des Lombards ne testimoniano una continua presenza. «Questi lombardi cani li quali a chiesa non son voluti ricevere, non si vogliono più sostenere», così in Borgogna sparlavano degli italiani nella novella di ser Ciappelletto da Prato, uomo corrotto e bestemmiatore, incaricato di riscuotere i crediti accumulati da un grande mercante fiorentino e poi morto in casa di alcuni usurai, anch’essi fiorentini, dopo una falsa confessione, refrattario al pentimento persino in punto di morte (Boccaccio, Decameron, I, 1). 

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I lombardi, cioè i fiorentini e i pratesi? Come stanno le cose? Il fatto è che al di là delle Alpi venivano chiamati ‘lombardi’ tutti insieme gli affaristi di Milano, Piacenza, Cremona, Pavia, Asti, Chieri… ma anche di Firenze, Prato, Lucca, Siena, Pistoia e di tutto il Centro e il Nord d’Italia. A un certo punto tra i ‘lombardi’ si era fatto schiacciante il predominio dei toscani e si narra che in occasione del giubileo indetto nel 1300 da Bonifacio VIII addirittura dodici re europei (tra cui i re di Francia, Germania e Inghilterra) scegliessero uomini d’affari fiorentini come loro rappresentanti in Roma. Li scelsero anche per i loro dannati soldi, per il loro fiorino d’oro, il “maledetto fiore” (Paradiso, IX). Il papa pare commentasse un po’ stizzito: «I fiorentini sono il quinto elemento del creato!».

‘Lombardi’, insomma, voleva dire italiani e voleva dire anche affaristi capaci ma ossessionati dal denaro, sebbene non ogni uomo d’affari italiano fosse un feroce usuraio e non tutti i lombardi venissero dall’area geografica omonima. Perché lo stereotipo era più forte della realtà. Anche quando finivano in prigione accusati di varie nefandezze e voracità usuraria dalle autorità inglesi, francesi o catalane i ‘lombardi’ il più delle volte pagavano il fatto che queste ultime avevano un disperato bisogno dei loro soldi per finanziare le casse pubbliche e trovavano comodo confiscarne le ricchezze e chiedere il riscatto.

Su questo piccolo esempio mi viene da riflettere mentre si annuncia una società del conflitto, mentre di nuovo si distinguono i modelli di vita e di gestione della spesa pubblica del nord da quelli del sud d’Europa e d’Italia, mentre la ricchezza individuale e la capacità di spesa degli stati genera nuove disuguaglianze. E di per sé non sarebbe nemmeno un fatto tutto negativo se almeno spingesse a fare chiarezza su tanti punti sui quali siamo divisi non per colpa della pandemia, ma perché lì sta un bubbone, qualcosa che dal dopoguerra a oggi è rimasto prima nelle pieghe della frenetica trasformazione del nostro paese, poi in quelle della nascita dell’Unione europea. 

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Il fatto è che per raggiungerla, quella chiarezza, ci vorrà altro tempo e che, prima che l’Italia e l’Europa ‘a due velocità’ siano ricondotte a un’accettabile unità, noi che ci troviamo in mezzo alla crisi comunque ne patiremo. Proviamoci, se possibile, senza generare nuovi stereotipi. Dalle semplificazioni della realtà non è mai nato niente di buono.

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