L'ossessione per le scorte e l'antica paura della fame

In antichità le 'bocche inutili' venivano deportate fuori dalle città. Oggi, dopo aver riempito i carrelli con la nostra paura e con la farina dell’egoismo, stiamo ripartendo dai carrelli della solidarietà

L'ossessione per le scorte e l'antica paura della fame
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

2 Novembre 2020 - 16.29


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Un giorno forse la racconteranno così: “L’8 marzo del 2020, nonostante che le restrizioni alla mobilità imposte ai cittadini per contenere la pandemia non prevedessero la chiusura dei negozi di alimentari, di fronte ai supermercati italiani si formarono lunghe file. In poche ore in tutta Italia si esaurirono la farina e il lievito. I meno precipitosi rimasero senza, per effetto dell’accaparramento che riempì le dispense dei più impauriti con grandi quantità di prodotti deteriorabili che nei mesi successivi finirono tra i rifiuti”. Immagino già qualche pronipote figurarsi la mia casa di oggi come io mi figuro, che  so io, quella di mia nonna agli inizi del secolo scorso. Una profumata cucina toscana nella quale la gaia massaia impasta un pane fragrante per figlioli e marito riuniti davanti alla tovaglia candida sul desco familiare.

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No, lo sappiano i posteri, non è così. Tra chi ha saccheggiato i pacchi di farina ed esaurito il lievito solo pochi eletti erano già stati conquistati dalla tecnologia  delle macchine per fare il pane in casa  con un minimo intervento umano, e ancora meno erano quelli che lo preparavano sporcandosi le mani con l’impasto. Il pane, inoltre, continuava a trovarsi regolarmente nei negozi prima e dopo il marzo del 2020. Quella farina e quel lievito strappati al vicino di carrello non parlavano perciò di bisogni materiali, mostravano piuttosto tribù impaurite che si chiudevano in difesa. Erano un simbolo, sembravano portare dentro di loro le voci dei fiorentini che in una mattina del 1329si resero conto «che non v’avea tanto grano che bastasse a questa gente», e piansero «coloro ch’erano rimasi, che non aveano avuto».

La verità è che quando l’imprevisto ha fatto irruzione nella nostra storia con la sua forza brutale, qualcosa si è rotto dentro molti di noi e uno spettro atavico si è impadronito dei cervelli guidando i nostri comportamenti. Abbiamo avuto più paura della fame che del virus. Tuttora ci dividiamo, ognuno armato della propria verità, tra chi ha paura solo per la tenuta economica del paese e chi solo per la malattia.

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La fame è del resto uno spettro antico e gli esseri umani ne hanno inventate di tutti i colori per difendersene. Le bellissime città italiane, ad esempio, dal Duecento in poi erano cresciute in modo tumultuoso, riempiendosi di gente che non produceva da sola di che sfamarsi. Esposte all’azione degli speculatori e alle tensioni sociali, si organizzarono per dare risposte pubbliche al tormento continuo del cibo che contagiava tutti i livelli sociali. Ad esempio imponendo tasse per importare grano dalle aree più produttive oppure dove i prezzi erano più bassi.

Ma siccome non esistono mutamenti che si possano affrontare senza emozioni, la paura di morire di fame continuava a pesare quanto il pericolo concreto che ciò accadesse. Nei casi più innocui l’ossessione delle scorte e il mito dell’autosufficienza riempiva le dispense dei benestanti e si trasformava, per i più poveri, in sogni di evasione verso un paese ideale e meraviglioso, dove le vigne venivano legate con le salsicce e le montagne erano di parmigiano grattugiato. Questi sogni, peraltro, hanno prodotto pagine bellissime, ad esempio la descrizione del Paese di Bengodi nel Decameron di Giovanni Boccaccio (VIII giornata, novella III)..

In altri casi i nostri antenati tornarono a pratiche spietate, e per abbassare i consumi iniziarono a sacrificare i meno competitivi, i meno produttivi tra i cittadini, cacciandoli fuori dalle mura. Deportavano gruppi di abitanti considerati «bocche inutili», di volta in volta forestieri, prostitute, mendicanti, bambini, ladri, malati, malcapitati che le cronache del tempo descrivono ridotti a mangiare le erbe dei campi e condannati a una lenta decimazione.

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Guerre tra poveri, condotte contro i deboli, che servivano solo a placare un poco lo spavento. Di questi egoismi è costellata la nostra storia di affamati.

La paura della povertà è un’emozione e come tale difficilmente governabile. Però, anche nella sua etimologia, ogni emozione mette in movimento, scuote e fa procedere. Così, poco a poco, i nostri antenati intuirono che il vero problema sociale era redistribuire parte del reddito. Lo fecero, naturalmente, con i mezzi che avevano. Prima di tutto si misero a distribuire elemosine, poi capirono che occorreva indirizzare parte della ricchezza in forme di protezione sociale delle fasce deboli. Iniziarono allora a fondare ospedali dove trovò sostegno un numero crescente di persone in difficoltà, affamate o sole. Soprattutto bambini, donne, anziani poveri, impoveriti, declassati. Fu, questo, il ‘colpo di genio collettivo’ degli ultimi secoli del Medioevo, un giro di boa in quel grandioso avanzamento dell’Europa verso una società meno iniqua che si è secolarmente radicato nella nostra cultura e che abbiamo poi chiamato welfare system. Negli ultimi decenni abbiamo iniziato a negarlo e svilirlo come fosse fonte dei mali dell’economia in crisi, come fosse un costume parassitario produttore di una società pigra e scroccona.

Oggi, dopo aver riempito i carrelli con la nostra paura e con la farina dell’egoismo, stiamo ripartendo dai carrelli della solidarietà che da mesi si riempiono di generosi aiuti individuali diretti alle fasce deboli. Ma forse non basta, come non bastò, lo slancio privato. Cercasi nuovo colpo di genio. Cercasi un’Italia in grado di rifondare, come quella prima volta, il proprio welfare system.

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