L’Anpi: ricordiamo Walter Tobagi ucciso dai terroristi rossi. Monito del figlio Luca

Il “Corriere della Sera” pubblica in un libro gli articoli del giornalista ammazzato 40 anni fa. Luca Tobagi: “Oggi l’insulto è la regola. Il rischio del ritorno alla violenza fisica è concreto”

L’Anpi: ricordiamo Walter Tobagi ucciso dai terroristi rossi. Monito del figlio Luca
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27 Maggio 2020 - 13.41


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Il 28 maggio 1980 intorno alle 11 di mattina il gruppo di terroristi di estrema sinistra “Brigata 28 marzo” uccise con cinque colpi di pistola davanti alla sua casa a Milano Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera che si occupava di cronaca sindacale e terrorismo. Un colpo fu sparato al cronista quando era a terra. Il gruppo, di figli della buona borghesia milanese, si era formato dopo che brigatisti rossi erano stati uccisi nel “covo di via Fracchia” a Genova il 18 marzo 1980. Nato vicino a Spoleto, Tobagi aveva 33 anni. Era altro sangue degli “anni di piombo”. 

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L’Anpi, con la presidenza e la segreteria invitano a ricordare il giornalista: “L’intero Paese, preda di un insopportabile e destabilizzante clima di terrore quotidiano, perdeva un prezioso professionista della verità, un analista preciso, un autentico e appassionato servitore dello stato democratico”. Per l’Associazione nazionale dei partigiani non deve essere solo un “un doveroso omaggio” ma un ricordo “perché il suo esempio di cittadino responsabile e impegnato nella salvaguardia della convivenza civile e dunque nella puntuale denuncia dei suoi aggressori sia concretamente e attivamente presente nella vita di tutti gli italiani”.

Da oggi 27 maggio il suo giornale, il Corsera, pubblica un volume sul “suo” giornalista: Poter capire, voler spiegare, a cura di Giangiacomo Schiavi (pp, euro 8,90 più il quotidiano). Un volume con i suoi articoli commentati. E su quel giornalista Venanzio Postiglione, in un ritratto sul Corsera online, riprende un passaggio di un articolo di Tobagi che spiega non solo le ragioni che portarono alla sua “condanna” da parte dei terroristi, ma spiega almeno in parte alcune delle ragioni per cui i terroristi rossi presero di mira, con un apparente paradosso, molti progressisti e sindacalisti. I “riformisti” erano un obiettivo militare e politico.

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Riprendiamo dunque il brano dal testo di Postiglione: “«In viale Umbria il partito della morte ha teso l’agguato a Emilio Alessandrini, 39 anni. È la prima volta che uccidono un magistrato a Milano». Articolo del 30 gennaio ’79: «Il partito della morte», lo definisce. Come in un terribile gioco di specchi, Tobagi ricorda l’autoprofezia di Alessandrini che diventa anche la sua autoprofezia. Eccola, la frase del magistrato riportata dal giornalista: «Non è un caso che le azioni dei brigatisti siano rivolte non tanto agli uomini di destra ma ai progressisti. Il loro obiettivo è intuibilissimo: arrivare allo scontro nel più breve tempo possibile, togliendo di mezzo quel cuscinetto riformista che, in qualche misura, garantisce la sopravvivenza di questo tipo di società». Il ragionamento di Alessandrini ricade su sé stesso. E su Tobagi che lo fa suo. I riformisti come nemico da abbattere”.

Con un passaggio all’oggi, vale citare anche un estratto del figlio, Luca Tobagi, pubblicato sul Corsera anche online laddove scrive: “Chi è vissuto negli anni Settanta può ricordare bene il clima di tensione che si respirava. Episodi di violenza erano parte della cronaca quasi ogni giorno. Anche un bambino, com’ero io all’epoca, poteva capirlo. Sinceramente non avrei pensato di ritornare a percepire un disagio simile a quello nel nostro Paese, ma forse non dovrei essere sorpreso, data la quantità di nostalgici di quel periodo e del suo clima di «partecipazione». Oggi per fortuna non abbiamo episodi di violenza fisica come quelli dell’epoca e mi auguro di cuore che non ritornino. Ma negli ultimi anni il degrado delle abitudini nella gestione di alcune relazioni sociali, a cominciare dal dibattito politico e pubblico, è stato tale da farmi percepire il rischio di un ritorno della violenza come concreto. È diventato raro assistere a una discussione che non degeneri in rissa verbale, con i suoi protagonisti che urlano uno contro l’altro. L’insulto e la presa in giro irrispettosa non sono più l’eccezione, ma la regola”. Ecco: quel clima, ammonisce Luca Tobagi, fu “propedeutico alla morte” del padre giornalista. Dagli insulti e alla violenza verbale il passaggio all’azione fisica è breve.

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