La non violenza come pratica di democrazia. Un saggio di Ramin Jahanbegloo

Tradotto da noi “La disobbedienza consapevole” del filosofo iraniano: “Non è passività né indifferenza, è una alternativa anche quotidiana”

Gandhi

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redazione 9 febbraio 2021
Quando in una delle principali democrazie al mondo, gli Stati Uniti, un robusto manipolo di donne e uomini raccoglie gli incitamenti del presidente uscente per dare l’assalto al luogo-simbolo della democrazia e agisce in modo violento, quando movimenti neofascisti e neonazisti godono di consensi nelle democrazie occidentali, le riprove che la violenza è ben presente anche nei paesi retti da democrazie più o meno traballanti sono sufficienti a destare allarme. 

Può essere allora stimolante un pensiero alternativo a chi concepisce la politica e il vivere civile sotto il segno dell’esclusione, dell’aggressività, della violenza verbale cui – più volte – segue quella fisica. Lo manifesta Ramin Jahanbegloo, filosofo iraniano naturalizzato canadese, docente di Scienza politica all’Università di Toronto, che nel 2006 il regime iraniano incarcerò e liberato dopo quattro mesi grazie a un movimento d’opinione internazionale. Dell’intellettuale che ha più volte affrontato, tra altri temi, il pensiero gandhiano, la casa editrice Marietti 1820 in questo febbraio pubblica il saggio “La disobbedienza consapevole. Introduzione alla nonviolenza” (edizione italiana a cura di Debora Tonelli, traduzione di Claudia Ferrari, pp. 272, euro 16). 

La scheda editoriale sul saggio del pensatore nato a Teheran sgombra subito il campo da un equivoco o dal fraintendimento di chi vede nella nonviolenza una forma di resa o di arrendevolezza o alla portata solo di chi ha tutte le garanzie. È esattamente il contrario, sostiene Jahanbegloo, forte di un pensiero lungo secoli: “La nonviolenza non è l’opzione di un’élite intellettuale, ma un’alternativa pratica che inizia dalla quotidianità di ciascuno – riporta la scheda editoriale sintetizzando il pensiero del pensatore - Essa non può dunque essere confusa con la passività o con l’indifferenza poiché sposta il piano del confronto dalla prova di forza a quello della riflessione sui valori e sulla giustizia, imponendo una modifica radicale nel modo di pensare della società civile. La riflessione di questo libro si snoda su due livelli: uno è storico, attraverso l’interpretazione di alcuni avvenimenti a partire dalla prospettiva nonviolenta, l’altro è filosofico-politico, sia attraverso il confronto con la tradizione occidentale sia proponendo una concezione tipicamente orientale, in cui la dimensione spirituale dell’essere umano svolge un ruolo essenziale”.

I capitoli affrontano i rapporti tra non violenza e più civiltà e religioni: nell’induismo, jainismo e buddismo, nel cristianesimo, nell’Islam, i suoi “fondamenti filosofici”, Gandhi naturalmente, fino alla pratica non violenta nel XX secolo, in questo inizio di millennio, in rapporto alla democrazia. La curatrice Debora Tonelli è ricercatrice senior al Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento