I 90 anni di Furio Colombo, l’indipendenza a sinistra fatta persona

Il 1° gennaio è il compleanno dello scrittore, ex parlamentare e giornalista che lanciò la nuova “Unità”. A Lerner: “Sono tornati i fascisti mentre gli antiberlusconiani non hanno rilievo”

Furio Colombo

Furio Colombo

redazione 31 dicembre 2020
Wikipedia, alla voce “Furio Colombo”, riprende un dato citando il sito OpenParlamento: al 27 maggio 2011 nei suoi anni da deputato il giornalista, scrittore e direttore dell’Unità dal 2001 al 2005 ha raggiunto il record parlamentare di “voti ribelli”, 633, vale a dire non conformi a cosa diceva il partito di appartenenza. Forse il dato non è aggiornato, forse non è così con precisione – ma resta difficile immaginare diversamente – tuttavia quel numero indica il tratto fondamentale di fatto questo grande intellettuale che domani 1° gennaio 2021 compie 90 anni, sempre sposato e innamorato della scrittrice Alice Oxman: l’indipendenza di giudizio e di opinioni, la capacità di non farsi comandare e nel mantenere il proprio pensiero. Prima e oggi. Per esempio nel ritenere, quando emerse e quando aveva il potere e oggi, il berlusconismo un male morale e politico di questo paese. Come ha detto in un’intervista a Gad Lerner sul Fatto Quotidiano di ieri 30 dicembre: “Ci hai fatto caso? In Italia nessuno di coloro che hanno perseguito davvero l’antiberlusconismo figura in posizioni di rilievo nella vita pubblica. Mentre invece sono tornati i fascisti, una traiettoria rovesciata”.

A Lerner Colombo ha risposto su una vita costellata di incontri straordinari perché mossa dalla curiosità, dal desiderio di conoscere e viaggiare, di approfondire. Un tratto che lo rivela è un suo libro magnifico, “La città profonda. Saggi immaginari su New York”, con disegni di Tullio Pericoli, del 1992, pubblicato a Feltrinelli: in quelle pagine lo scrittore ricomponeva una metropoli a strati, i suoi grattacieli, le sue viscere, quando non si vedeva, e su tutto la sua umanità variegata. Con una scrittura originale, profonda, capace di scatti che stupiscono, in apparenza imprevedibili ma che dopo averli letti diventano accostamenti naturali.

Colombo ha conosciuto di persona personaggi che hanno segnato la storia. Martin Luther King che conobbe bene, Che Guevara all’Avana nel 1961, Muhammad Ali, al seguito dei Beatles sull’Himalaya, Joan Baez, in Italia gli amici per una vita come Umberto Eco e Gianni Vattimo, con i quali entrò tramite concorso in Rai nel 1954 per uscirne pochi anni dopo lasciano un posto sicuro da giornalista su invito di Adriano Olivetti. 

Furio Colombo fece l’ultima intervista a Pasolini prima del suo assassinio, il 1° novembre 1975. Conosce e ha conosciuto molti degli artisti e scrittori italiani degli ultimi decenni. È un uomo dallo sguardo internazionale e partecipe alle cose di casa nostra. Nell’intervista a Lerner si ritrae come è: persona garbata, “moderata” e, da moderato, fermo nel tenere la barra del timone verso la giustizia sociale, la libertà, la democrazia. Lungo questa rotta diresse l’Unità dal 2001 al 2005 insieme ad Antonio Padellaro, il giornalista esperto che conosceva come funziona la “macchina” di un giornale. Tanti usano il termine “straordinario” per quel tandem ed è un aggettivo pienamente giustificato. I giornalisti di quella stagione del quotidiano lo ricordano come un periodo impagabile, entusiasmante, di battaglie in prima fila. La principale, la più faticosa, la più sentita: contro il berlusconismo dilagante, non solo contro Berlusconi. Contro quella ideologia che ha pervaso l’Italia e di cui oggi raccogliamo, purtroppo, i frutti. 

Colombo combatté quella ideologia anche quando il partito che lo aveva messo a guida dell’Unità, o almeno una grossa fetta dei vertici di quel partito, non digeriva tanta indipendenza. Il tandem Colombo – Padellaro fece rinascere l’Unità, chiusa nel 2000, nel marzo del 2001. Fu un successo e, per l’indipendenza conquistata sul campo, quel successo non andò giù a voci forti nel partito proprietario allora dell’Unità, i Ds, e portò alla sua destituzione da direttore del quotidiano. Che paradosso: il direttore non fu destituito perché il quotidiano non vendeva copie ma al contrario per il motivo opposto, perché, per alcuni, andava troppo bene in una direzione troppo indipendente.  “Nacque un sodalizio formidabile (con Padellaro, ndr), anche con la redazione – ricorda quest’uomo dalle tante vite a Lerner - Mi stupì invece la diffidenza del partito. Noi credevamo di avere a che fare con un partito integralmente di sinistra. Invece scoprimmo che si pretendeva una mitezza tale da coprire rapporti tutto sommato benevoli col governo di destra, da cui scaturissero anche nomine e scelte condivise. Per limitare i danni di non avere il potere. L’Unità si avvicinava alle centomila copie ma rompeva la cautela necessaria, accrescendo i danni di non avere il potere. Fu un successo politico e giornalistico. Non ho rimpianti”.
Lo conferma uno dei vicedirettori di quella stagione, Pietro Spataro, sulla testata online “Strisciarossa” che raccoglie il testimone dalla striscia in prima pagina con frase significativa del giorno ideata proprio da Colombo. Scrive Spataro in un articolo pieno di stima e affetto: “Prese un giornale morto e lo portò a vendere quasi centomila copie, ne fece di nuovo un simbolo da mostrare in piazza, uno strumento per capire e per lottare. Poi, come è successo altre volte all’Unità, la ragion di partito – forse ve lo ricorderete: quella per cui non basta dire no e non si può essere solo contro – prese il sopravvento e Furio Colombo fu cacciato dalla direzione. Dopo, non fu più come prima. Ma come è andata a finire l’Unità lo sappiamo bene tutti”.