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Sandal: «Negazionisti e complottisti esprimono il neoliberismo, è una battaglia politica»

Parla il divulgatore scientifico: «Chi crede ai complotti non crede neppure ai fatti scientifici. Bisogna ricreare una scienza in una società equa che si guadagni la fiducia dei cittadini»

Sandal: «Negazionisti e complottisti esprimono il neoliberismo, è una battaglia politica»
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19 Dicembre 2020 - 13.24


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di Marco Buttafuoco

Massimo Sandal è un divulgatore scientifico. Circa un anno fa ha pubblicato un libro, molto bello, che abbiamo recensito (La malinconia del Mammut, il Saggiatore, clicca qui per la recensione): una storia dello spazio tempo terrestre raccontata attraverso le estinzioni, prevedibili e non, delle specie viventi. Storia di asteroidi, di cataclismi passati e futuri, di Homo Sapiens e della sua distruttività. Sandal, che vive ad Aquisgrana, combatte ogni giorno la sua battaglia contro la disinformazione scientifica. Suoi lavori, oltre al libro citato, si possono trovare su Il Post, Wired Italia, Next Quotidiano, Il Tascabile, Esquire Italia, Occulto, oltre che, ovviamente, sulle sue pagine social. Nei suoi profili si descrive come uno scrittore interessato “ a quello che la scienza fa, a come lo fa, ai suoi sogni, ai suoi miti.”

La sua risposta alla domanda sul contributo che la ricerca scientifica può dare nella lotta contro i vari complottismi, negazionismi, riduzionismi che oggi affliggono il dibattito pubblico, la sua risposta è tutt’altro che scontata.
Possiamo fare qualcosa, ma meno di quanto si possa pensare. La scienza è spesso inane contro un’ideologia strutturata. Chi vuole credere alle storie di oscuri complotti di Bill Gates, per diffondere il vaccino e arricchirsi ci crederà, anche se avrà sotto gli occhi i dati più evidenti e più argomentati: perché per accettare i dati devi credere a chi te li fornisce. Se non ti fidi, la ricchezza dei dati è, casomai, un ulteriore tentativo per confondere le acque, un’ulteriore prova del grande complotto. Se non troveranno prove per sostenere la loro tesi diranno che qualche potere oscuro le ha nascoste. Questo modo di pensare esiste da sempre. Le distorsioni cognitive, i pregiudizi (bias) fanno parte del pensare umano. Non è così sorprendente vedere che in fondo, nell’era pandemica che stiamo vivendo, abbiamo reazioni del tutto simili a quelle delle grandi pestilenze. Anche durante la Spagnola si tenevano manifestazioni no mask, si esaltavano le virtù di farmaci improbabili. Si sminuiva la gravità del fenomeno o si attribuiva la colpa ai governi o a oscuri agenti. Lo stesso nome che fu dato alla malattia è equivoco e ingiustificato. Ora, il negazionismo non è solo un baraccone di qualche squinternato. Come abbiamo visto ultimamente, è spesso l’espressione di una concezione del mondo tutt’altro che sommersa e minoritaria, quella del neo liberismo, di un certo concetto di economia e sviluppo che diventa fine a sé stessa, anche contro la ragionevole evidenza. I negatori del disastro ambientale, quelli che accusano la scienza di catastrofismo, non sono solo leoni da tastiera. Sono idee hanno permesso ai Trump e ai Bolsonaro di vincere le elezioni nei loro paesi; il riduzionismo garantisce a chi lo propugna un tornaconto politico non trascurabile. Ma, ripeto, la scienza non può operare più di tanto contro il pregiudizio e l’ideologia. Può combattere la sua battaglia, ma le evidenze non riusciranno, almeno a breve termine, a scalzare i fondamenti del preconcetto. Può sembrare un paradosso ma il vero campo di battaglia, per chi crede nella scienza, è politico: ricreare una scienza in dialogo col pubblico, una scienza inserita in una società equa e giusta, che possa guadagnarsi la fiducia dei cittadini.

Una delle critiche ricorrenti che vengono rivolte agli scienziati, soprattutto in questo periodo tormentato, è quello di non esprimere pareri univoci. In effetti le continue discussioni dei virologi disorientano, talora, il pubblico.
La diversità di idee, in questo campo, è normale e sana. È normale che circolino idee diverse, soprattutto su questa malattia che è, paradossalmente, tanto prevista quanto poco conosciuta. Siamo al fronte della ricerca: la comunità scientifica lavora su ipotesi e previsioni, che vengono sottoposte a un vaglio continuo. Il problema vero è discernere quanto di scientifico ci sia in un dibattito tanto ampio e spesso acceso. Facciamo un esempio chiaro e ben conosciuto a tutti. Chi ha parlato di virus clinicamente morto non ha dato voce a una parte della comunità delle scienze che lavorava su questa ipotesi. Ha espresso sue impressioni personali, non suffragate da altre ricerche, da analoghe conclusioni. Nessuno, a livello internazionale ha parlato di virus agonizzante. Non era un’ipotesi discussa, visto anche l’andamento sempre crescente dei dati epidemici a livello planetario; era, al più un’esperienza personale, e limitata. La scienza prevede una replicabilità delle scoperte. Bisogna distinguere sempre, fra le sortite politiche e le ipotesi scientifiche. Detto questo non vorrei apparire come un difensore di una “Scienza” con la S maiuscola, immune da errori, da pregiudizi o da vere e proprie complicità con i poteri economici. Naomi Oreskes ed Erik Conway hanno mostrato benissimo, nel loro Mercanti di Dubbi, un libro la cui lettura mi sento di consigliare a tutti, come è stato un gruppo di scienziati di livello, piegati a esigenze economiche e ideologiche, a difendere prima l’industria del tabacco, sostenendo la non pericolosità del fumo e poi a negare la questione del riscaldamento globale. Il sospetto su queste connivenze, diffuso in buona parte dell’opinione pubblica, è tutt’altro che infondato o incomprensibile. Prima o poi i nodi vengono al pettine: la scienza nella sua accezione migliore, ha gli anticorpi, gli strumenti per difendere se stessa e il pubblico da errori, bias e colpevoli omissioni; il problema è se tali nodi vengono al pettine troppo tardi, quando il danno è già fatto. Al momento sono abbastanza fiducioso sui vaccini anti-Covid, che probabilmente saranno in media sicuri, anche se non mi è piaciuto vedere questa battaglia tra uffici stampa prima di una vera trasparenza nei dati. Spero che le aziende farmaceutiche sappiano che non possono permettersi, al momento, di creare illusioni che poi si rivelano fallimenti.

Al di là della questione cruciale dei vaccini, cosa si può dire oggi sulla pandemia e quali prospettive le intravede?
Possiamo chiederci come mai ci sia caduta addosso questa catastrofe, ma il vero problema di questa pandemia è capire come mai non ne siano accadute di più poiché noi umani sfruttiamo, senza saggezza e senza pensare al futuro, il 50 % delle superfici emerse. Questo sfruttamento favorisce in modo molto pronunciato la zoonosi, in altre parole il passaggio di un virus da una specie all’altra. Se ci avviciniamo alle foreste e ci avventuriamo ai loro limiti favoriamo gli incontri con quei nostri nemici invisibili che sono i virus. Eppure, a ben pensare un’altra pandemia devastante c’è stata, l’Hiv, ma l’abbiamo dimenticata così come abbiamo dimenticato la Spagnola e altre catastrofi. Ci sarebbe da chiedersi come mai, in presenza di previsioni univoche da parte degli scienziati, previsione vecchie di oramai di decenni, ci siamo lasciati sorprendere. Forse la fortunata gestione della Sars e la relativamente benigna pandemia dell’influenza suina ci hanno fatto abbassare la guardia e dimenticare di aggiornare i piani di emergenza. Devo dire che ci sono poche tracce di ravvedimento all’orizzonte, come ha mostrato anche la gestione della seconda ondata di pandemia. Quando tutto sarà passato probabilmente torneremo a pensare che a tutto ci sia una soluzione tecnologica, o che ci sono altri problemi più importanti e che l’economia deve continuare a espandersi. E almeno per un po’ continueremo a usare il pianeta tenendo poco conto di questa lezione, con quello che ne seguirà. I fatti, come già detto, non sempre scuotono le ideologie dominanti, neanche quando ci colpiscono sul cranio come ha fatto la pandemia. Però, e questo è importante, vale forse in generale ma non è così per tutti. Confido che un nucleo di persone abbia invece imparato o rinsaldato la lezione, e che in un futuro possa diffondersi una consapevolezza capace di farci uscire da questa cecità collettiva. Un vero progresso è una scalata dolorosa e difficile, ma non è impossibile.

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