Emilia D’Antuono: il “delitto di solidarietà” per migranti è stato un “monstrum”

Pubblichiamo un brano dal saggio “Solidarietà” di Emilia D’Antuono: fa parte del volume “Parole della convivenza” premiato dall’Associazione Amerigo

Il campo di Moria a Lesbo, in Grecia

Il campo di Moria a Lesbo, in Grecia

redazione 14 ottobre 2020
Su gentile concessione della curatrice del volume Vittoria Franco, pubblichiamo un brano dal saggio “Solidarietà” di Emilia D’Antuono dal libro “Parole della convivenza” (Castelvecchi Editore, pp. 120, € 17,50). I testi sono rielaborazioni di quattro conferenze tenute fra il 2018 e il 2019, nel periodo cruciale dei respingimenti dei migranti del primo governo Conte, quello con Matteo Salvini ministro dell’Interno. Gli incontri erano inseriti nel ciclo “Con-vivere” per il gruppo Per Un Nuovo Mondo Comune a Firenze e dedicate a quattro parole “Bontà” di Vittoria Franco, “Misericordia” di Anna Scattigno, “Solidarietà” di Emilia D’Antuono, “Legame sociale” di Franca Alacevich.
Come scrive la curatrice nell’incipit, le riflessioni muovono da due riflessioni: “È possibile la convivenza umana senza gesti di bontà, di solidarietà, di apertura agli altri? Com’è potuto accadere che atteggiamenti di tolleranza, di ascolto reciproco, di rispetto delle differenze di opinioni, di accoglienza vengano qualificati come “buonismo”, diventata una parola denigratoria?”
“Parole della convivenza” ha vinto il “Premio libertà di opinione” 2020 promosso dall’Associazione Amerigo.

di Emilia D’Antuono: Solidarietà

La solidarietà diviene potenza costruttrice di storia.
Eppure, il lessema solidarietà condivide nel nostro presente la sorte di “bontà” e “misericordia”, di cui Vittoria Franco e Anna Scattigno ci hanno, con chiarezza ma anche con pathos, dischiuso i sensi, e dei “legami sociali” solidali delineati da Franca Maria Alacevich: frequentemente oggetto di vilipendio politico-mediatico, tutte le parole chiave proposte come nostro oggetto di riflessione sono vittime della retorica politica che tenta di destituirle di valore e di portata non solo morale ma anche civile e politica. Nella realtà del nostro presente, nella quotidianità del vivere, esse sono rese «inattuali» dai tentativi di desolidarizzare l’ethos in Italia e in Europa. Emblematico in questo senso è quel monstrum costituito dalla possibile formulazione in termini giuridici di un délit de solidarité, di un reato di intervento solidale verso i migranti, i “dannati senza terra”, fatti oggetto di respingimento come se fossero nemici in armi e non un grande problema dell’umanità, almeno di quella umanità che con un travaglio millenario si è voluta comunità civile e politica.

D’altronde una considerazione va fatta: la necessità di rendere reato la solidarietà è la prova e contrario di quanto essa sia radicata nell’ethos, quell’ethos che si stratifica sedimentando istanze morali delle soggettività umane e orientamenti giuridico-politici, e così costituisce la tradizione, con i suoi antidoti a propagande pervasive. A conferma di ciò, prassi esemplari testimoniano la penetrazione profonda della solidarietà in costumi consolidati: penso, tra tanti episodi che meriterebbero di essere citati, alla vicenda di Trieste, con il vicesindaco che getta nell’immondizia la coperta dell’homeless, azione turpe evocata da Claudio Magris come antitetica a quella di San Martino che divide il suo mantello con chi è senza difese dal freddo; penso alla mobilitazione del popolo e del sindaco di Torre Melissa che salvano e accolgono i naufraghi curdi, dando senso operativo alla parola solidarietà.

L’episodio di Torre Melissa e la risposta della cittadinanza triestina, che ha colmato di beni di prima necessità il luogo, ormai vuoto, che fungeva da casa per il “senza fissa dimora” e ha pronunciato parole di scusa per il gesto di un suo “rappresentante” istituzionale, non vanno ricordati solo perché ci restituiscono l’orgoglio dell’appartenenza all’unico genere umano, ma anche perché rappresentano un segnale. Un segnale che ci aiuta a capire che sradicare valori profondi e scompaginare un ethos è impresa che può riuscire solo se viene meno la resistenza della società. Non è un caso che il délit de solidarité, contestato da tanti, in Francia sia stato respinto come costituzionalmente irricevibile. Insisterei su questo tema perché vorrei che all’arroganza del potere non si rispondesse con una rassegnazione disarmata e che mai fosse considerata chiusa la partita che si gioca sulla tenacia storica della solidarietà.