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Boldrini: «“Domani” scardina il modo come sono fatti i giornali». E sta a sinistra

Il docente di giornalismo e comunicazione promuove il nuovo quotidiano: «Un esperimento che merita attenzione»

Boldrini: «“Domani” scardina il modo come sono fatti i giornali». E sta a sinistra
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15 Settembre 2020 - 21.10


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di Francesca Fradelloni

È proiettato nel futuro, guarda all’approfondimento e non insegue il web. Questa è la sua mission. “Domani”, il nuovo giornale di De Benedetti, diretto da Stefano Feltri, uscito oggi 15 settembre, “invece di raccontare soltanto cosa è successo ieri – scrive il direttore nell’editoriale – come i giornali di un tempo, ha l’ambizione di costruire insieme ai suoi lettori un destino differente….il futuro oggi è costruire”. Le cose, soprattutto quelle nuove, stanno nei nomi. Questo nuovo prodotto editoriale ne ha colto lo spirito. E in un periodo come questo, lo spirito vitale di un’idea, è di per sé un fatto positivo.

Tutti i manuali di giornalismo ci dicono che la natura di un giornale è fatta di tre elementi: la proprietà, la testata, i contenuti. A raccontarlo bene e con competenza, è Maurizio Boldrini, giornalista e scrittore, ma soprattutto docente Teorie e Tecniche del linguaggio giornalistico e Comunicazione istituzionale all’Università degli Studi di Siena. “Se prendiamo il primo punto, la proprietà, è tutto molto esplicito. Sappiamo tutto della proprietà, sappiamo che l’editore è Carlo De Benedetti, un uomo, si può dire con certezza, che ha inciso nel giornalismo italiano. Di lui si conoscono pure i conflitti con Silvio Berlusconi e la sua vita vissuta nell’imprenditoria italiana”, dice Boldrini. È lo stesso direttore Feltri che esplicita un posizionamento. “Per essere un giornale deve essere indipendente. “Domani” nasce dall’iniziativa di Carlo De Benedetti, lontano da tempo da ogni attività imprenditoriale, che ha finanziato la società editoriale. Dopo la fase di avvio, le azioni passeranno a una fondazione che garantirà risorse e autonomia”.

Cosa vuole dire con questo? Feltri parla di una fondazione che farà editoria pura. È ovvio che De Benedetti non farà mai filantropia, lo dice, si fa editoria, business. E l’editoria ha bisogno di lettori e di vendere i giornali. È un editore, deve piazzare il suo prodotto, il suo giornale deve essere comprato. “Passiamo al secondo punto”, continua lo studioso di comunicazione. “La scelta della testata diventa un paradigma, l’essenza del quotidiano, come è Il Foglio, come l’Avvenire, come era l’Unità, che hanno e avevano nel titolo il senso del loro esistere. Segna un periodo, disegna un tipo di platea, si colloca nella sfera dei secondi giornali, come era stato pensato il Foglio, appunto”. Il secondo giornale della sinistra italiana, non di massa, ma tanto di massa i giornali non lo sono più, che guarda al mondo accademico, a una ipotetica nuova classe dirigente. “E questo – spiega Boldrini – lo si può notare dalla successione delle pagine: le scardina. Non ci sono gli Interni, gli Esteri, la Cultura. Ci sono i Fatti. La scuola è raccontata come un pezzo di cambiamento, non racconta dei banchi, si accenna della mancanza dei docenti di sostegno e non solo. Le elezioni regionali non vengono affrontate con chi vince a chi perde, ma con una lettura interessante sui candidati e la scuola del partito comunista in Toscana. Le due pagine di Emiliano Fittipaldi raccontano di flussi di denaro che la Lega ha prima incassato e poi restituito ai suoi parlamentari, cioè un modo per pagare meno tasse…”.

Insomma sono pagine da leggere che non inseguono la cronaca, la cronaca ormai non si può inseguire. I giornali devono raccontare e riflettere. Come la storia di Willy che passa dalla storia e dagli occhi delle migranti di Capoverde, non dal taglio di cronaca già abbastanza sezionato da tutti i media. Non c’è flusso di notizie, qui si cerca la lentezza della lettura, della riflessione. Questo è un giornale che riassume le notizie essenziali e sceglie gli sguardi da dare al mondo intorno. Un giornale che si pone di lato alla lotta dei grandi titoloni di Repubblica e Corriere, dalla battaglia dagli inserti più inutili dei due colossi, per ritagliarsi uno spazio tutto suo. “È un esperimento – conclude Boldrini – che in questi tempi ha bisogno di sostegno o almeno di attenzione. L’attenzione che si dovrebbe dare al nuovo, almeno”.

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