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Simone Alliva: “L’Italia dichiara guerra alle persone lgbt”

Il giornalista, autore del libro “Caccia all’omo”: “L’importanza della legge Zan viene sminuita anche a sinistra e da noi manca una vera destra liberale. Ma serve una nuova educazione, anche nei media”

Simone Alliva: “L’Italia dichiara guerra alle persone lgbt”
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1 Agosto 2020 - 00.47


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di Chiara Zanini

Nella notte di martedì 28 luglio la Commissione Giustizia della Camera ha approvato il testo del disegno di legge contro l’omotransfobia e la misoginia. La legge approderà quindi alla Camera il 3 agosto. Dopo Francesca R. Recchia Luciani (clicca qui) e Antonia Caruso (clicca qui) la terza intervista con cui raccontiamo il percorso della “Proposta di legge Zan” (dal primo firmatario, il deputato Pd Zan) è con il giornalista Simone Alliva, che collabora con L’Espresso ed Esquire, occupandosi di cronaca politica e diritti civili. Nel 2017, per HuffPost Italia aveva raccontato per primo in Italia la persecuzione degli omosessuali in Cecenia. Ha recentemente pubblicato per Fandango il libro Caccia all’omo (pp. 208, euro 16,00), che nasce dalle sue inchieste.

Il sottotitolo del suo libro Caccia all’omo è “Viaggio nel paese dell’omofobia”. Sono tanti i casi di omofobia che lei annota ogni settimana, ma fanno poco clamore. Perché?
Questo è un paese che dichiara apertamente guerra alle persone lgbt. Lo sta facendo in queste settimane ignorando l’importanza della legge Zan, sminuendola a destra e a sinistra. Sfogliamo la cronaca: i reati a sfondo omotransfobico sono numerosi tanto quanto quelli che vengono colpiti attualmente dalla legge Mancino, eppure fino a oggi sono stati gli unici reati esclusi dalla tutela. Assistiamo a una politica che, praticamente, istiga a delinquere contro le persone lgbt. Lo fa nel momento in cui stabilisce che, fra le minoranze oggettivamente colpite da violenza di matrice discriminatoria, ve ne è una che viene punita meno delle altre. È come dire: se dovete prendervela con qualcuno, vi conviene prendervela con le persone lgbt, perché rischiate meno. Le questioni lgbt sono storicamente poco considerate dai media, vengono viste come una questione di “costume”. E la notizia di un’aggressione viene accolta spesso con indifferenza; siamo figli di una cultura condiscendente, quando non compiaciuta, verso l’omotransfobia. C’è un pensiero diffuso che spesso dice: “in fondo hanno fatto bene”.

Molti sostengono che uno dei motivi per cui si registra tanto odio omotransfobico è che manca una legge che lo punisca. Cosa cambierà se il ddL Zan verrà approvato?
È sicuramente giusto chiedere una legge che garantisca la certezza della pena, una legge che riconosca il reato di omotransfobia, ma non credo basti. Il deterrente non può essere qualche anno in più per chi massacra una persona per il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere. Serve ma non basta. Quello che cambierà le cose è l’educazione. La legge prevede anche il contrasto e la prevenzione attraverso una serie di iniziative culturali e sociali (centri antiviolenza, corsi di formazione), la novità è questa. Il vero deterrente possibile all’omotransfobia è nello sguardo degli altri e nella disapprovazione sociale. Serve una cultura diffusa che consideri questo genere di comportamento aberrante e che lo indichi per strada come inaccettabile. Questa legge lo fa. Se non cambia.

Su Twitter ha scritto: “Sulla legge contro l’omofobia arrivano comunicati di deputati che non ho mai sentito neanche per sbaglio durante questa legislatura. Mai. Questa è la meraviglia sulle leggi che riguardano i diritti civili. Tutti hanno un’opinione, anche quelli che non hanno mai lavorato un giorno”.
Sì, anche questa volta noto una corsa sotto i riflettori. Si consuma sempre quando si tratta di diritti civili. E viene sempre da gente che nella vita non ha mai espresso una parola a favore o contro. Mi faceva sorridere questo tentativo di sfruttare la questione puntando al consenso personale, alla polemica purchessia, alla ribalta per quanto melmosa. Alla fine non dicono mai nulla perché non sanno di cosa parlano. Già discettare di “reato di opinione” vuol dire che non aver letto il testo.

Perché la destra italiana è così contraria a questa legge, mentre altrove le destre si dichiarano friendly o hanno addirittura leader lgbt, come Alice Weidel, che guida AfD in Germania?
L’Italia ha diverse destre. C’è la destra fascio-trash che si identifica in Fratelli d’Italia e Lega che è strategicamente omotransfobica perché crea consenso, come racconto nel libro. E poi c’è quella destra che cerca di essere un partito serio, liberale, come Forza Italia, ma fallisce ogni volta. Cade tutte le volte che si affida a persone cristallizzate dentro un tempo scivolato via, oppure si blocca per paura che quella mossa lì, sostenere apertamente una legge come quella di Zan, faccia perdere voti. La paura è la musica di Forza Italia. Eppure in Francia la legge contro l’omofobia è stata approvata dalla destra di Chirac che ha innalzato la pena a 30 anni per omicidio omotransfobico. Ma non solo: chi insulta gay e lesbiche rischia un anno di carcere e fino a 45mila euro di multa. Forza Italia non riesce.

Nel libro ricostruisce il corteggiamento reciproco tra partiti di destra e movimenti anti-lgbt. Partiti che hanno costruito fake news come lo scandalo di Bibbiano, o quello delle scuole di Brescia dove si sarebbe praticata la stregoneria. Tutto pur di screditare gli avversari e attirare nuovi elettori. Perché la sinistra in Italia non riesce a rispondere unita e a schierarsi dalla parte dei diritti? Troviamo ancora catto-dem spaventati da questa legge…
I catto-dem sono pochissimi oggi, non siamo nel 2013. Se parliamo del Pd, c’è un segretario che aveva sbattuto i pugni sul tavolo chiedendo questa legge e che ora è scomparso. Il rischio è che ognuno faccia quello che vuole. Se il Pd ha chiesto aiuto a Forza Italia non è solo perché i voti sono risicati, causa anche Italia Viva, ma anche perché sa che dentro non c’è più disciplina di partito. Quando non si dà ascolto ai leader la colpa è dei leader, c’è un problema di qualità della leadership che sta venendo meno, evidentemente. È come quando i figli non obbediscono ai genitori: la colpa non è dei figli, ma dei genitori che non si fanno obbedire. Penso sia anche merito di un corredo di sgambetti e vendette intestine se ci troviamo a discutere dei delitti (della politica) e delle pene (le nostre). È un elemento da non sottovalutare.

E cosa sta succedendo tra Italia Viva e Forza Italia?
Qualcosa di molto interessante. Sul corpo di questa legge si sta consumando la fusione di due partiti: Italia Viva e Forza Italia. Italia Viva sta facendo da ponte con Forza Italia sulla legge contro l’omofobia. Dialoghi, trattative, mediazioni. Portati avanti dalla deputata Lucia Annibali, “la pontiera”, la chiamano. Questa cosa rende difficile il percorso. Naturalmente l’oggetto della trattativa è la legge Zan, il fine però è un’alleanza tra Italia Viva e Forza Italia per le regionali, e chissà. Un laboratorio per il futuro. Le loro riunioni carbonare servono a questo, sono prove tecniche.

Come sono stati scelti i soggetti da audire in Commissione Affari Sociali? Penso ad esempio ai promotori del Family Day, che affermano senza problemi che l’omosessualità sia una malattia, e hanno altre credenze smentite dalla scienza.
La scelta la fanno i gruppi parlamentari. Quindi quel mondo è stato chiamato in causa da Fratelli d’Italia e Lega. Non sorprende perché la sinergia tra i partiti fascio-trash-sovranisti e gli anti-lgbt è chiara da tempo, e la racconto nel libro. In Commissione Affari Sociali sono stati smentiti uno dopo l’altro dalla deputata dem Giuditta Pini. Non è difficile disinnescarli: basta volerlo fare.

Nel libro lei riferisce un episodio accaduto nel 2016 in tribuna stampa, all’epoca della discussione parlamentare sulle unioni civili, quando lei ed alcuni colleghi freelance siete stati appellati come “froci” da altri colleghi che scrivono per testate di rilievo nazionale. Questo perché avete invaso il loro territorio, ossia i palazzi del potere. Lei chiude il suo diario di quella giornata dicendo: “C’è molto da fare sul piano culturale, anche dentro le redazioni, e non lo avrei mai detto”. In questi quattro anni, come lei dimostra, le aggressioni sono raddoppiate. Stampa e politica sono alleate degli omofobi?
Sono spesso complici, non direi alleati. Complici a “loro insaputa”, ogni tanto. Il problema è che molte redazioni sono composte da gente che raramente riesce a mettersi in ascolto, fare un bagno di realtà, uscire fuori e vedere il mondo dove sta andando. Poca umiltà anche per imparare cose banali: ad esempio che se parli di una donna trans, non dovresti scrivere “un trans” o “un uomo”, e che non esistono “famiglie gay” o cose come il “matrimonio gay”. Ma soprattutto non comprendono che giornalisticamente raccontare le questioni lgbt è molto interessante. Per farlo, però, devi metterti davvero in ascolto. Il problema è che lo fanno in pochi e così la responsabilità verso il lettore diventa un bene molto residuale.

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