Il saggio di Allievi: «L’Italia si spegne, muore e non se ne accorge»

Denatalità e proiezioni sulla famiglia disegnano un futuro fosco per il Paese. Lo conferma il rapporto Cisf del Centro studi di Famiglia Cristiana

Street art. Fonte Creative Commons

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redazione 16 luglio 2020
di Antonio Salvati

Sono decenni che periodicamente vengono segnalate alcune tendenze in forte aumento come la denatalità, la scarsa propensione dei giovani al matrimonio e la limitata considerazione sociale della famiglia. Entrambi i miei genitori provengono da famiglie composte da cinque figli. Altri tempi, potremmo dire. Per noi cinquantenni era assai raro avere come amico un figlio unico quando eravamo adolescenti. In altri termini, la famiglia, così come l’abbiamo conosciuta, sta evaporando. Il recente Rapporto Cisf 2020 – La famiglia nella società postfamiliare – ci fornisce un quadro a tinte fosche sul futuro dell’istituzione familiare.

«Ora e sempre, resilienza» è lo slogan con cui Stefano Allievi, in un recente volume, La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l'Italia non ha futuro (Laterza Roma Bari 2020, pp. 224, € 15,00), ha voluto dare la dimensione della misura dell’eccezionalità della sfida che ci troviamo ad affrontare. Non solo far rialzare l’economia e la società da una caduta traumatica, provocata non solo da fattori esterni, ma fermare l’inesorabile discesa agli inferi dell’Italia per la quale, nonostante in molti ci provino a inventarne, non ci sono capri espiatori esterni da incolpare. Discesa dovuta da decenni di nostre scelte sbagliate, di cecità rispetto ai reali problemi e di cambiamenti culturali inesistenti o troppo lenti ad affermarsi. Per Allievi sono in connessione i deficit del Paese nei vari campi, interconnessi, con la fondamentale crisi demografica. «Siamo un Paese che muore, ma lentamente, invecchiando, assopendosi, spegnendosi, consumandosi goccia a goccia come una candela – scrive Stefano Allievi –. E che, in questo processo, perde progressivamente di energia, di vitalità. Quel che è peggio – come spesso accade ai vecchi – senza nemmeno accorgersene, senza consapevolezza di quel che sta accadendo al proprio corpo e al proprio spirito».

Quella in cui siamo immersi è ormai una società post-familiare in cui i nuclei familiari vanno scomponendosi e riaggregandosi secondo modalità sempre più complesse e cui, soprattutto, la famiglia fondata sul matrimonio e aperta alla vita non è più l’unico modello di riferimento, ma solo una delle possibilità. «Dobbiamo prendere atto che i modelli di differenziazione delle forme familiari sono inarrestabili e probabilmente sempre più soggetti a tendenze culturali materialistiche, evoluzionistiche e neo-paganeggianti», scrive Pierpaolo Donati, docente di sociologia a Bologna, tra i più autorevoli studiosi della famiglia in Italia, nell’introduzione del Rapporto Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia - Famiglia Cristiana) 2020 da lui curato. Non a caso il quotidiano Avvenire il 15 luglio scorso ha presentato il Rapporto con un titolo d’apertura decisamente forte: «Patto di estinzione».

Le proiezioni statistiche per il futuro familiare dei giovani 25-34enni maschi sono desolanti. Nei prossimi vent’anni quasi 6 su 10 (57%) tenderanno a rimanere nella famiglia di origine. Il 13% pensa a far famiglia con figli, il 10% senza figli. C’è poi un 19% che ipotizza di vivere da solo, ma senza progetti. E le ragazze? Il 47% pensa di rimanere a casa con i genitori. Solo il 25% pensa di sposarsi e avere figli.

Troppo spesso abbiamo concentrato la nostra attenzione sugli effetti sociali ed economici, sottovalutando quelli, veri, sulle spinte e sulle ragioni che ci inducono a realizzare una scelta ispirata alla definitività piuttosto che un’altra con l’imprinting prevalente del precariato esistenziale. Sbagliato credere che siano fondamentali i soli incentivi, una diversa organizzazione dei tempi, migliori e più diffuse strutture di servizio. Tutte cose decisamente indispensabili, ma non sufficienti a dare una spinta verso percorsi stabili e generativi. Sta venendo meno un modello credibile, quella della preferibilità per la propria vita di un disegno che assuma il matrimonio e i figli come importanti e non accessori. È un problema culturale. Sempre meno la famiglia viene percepita come il ponte sul quale attraversare insieme ogni incertezza, difficoltà, gioie. I figli sembrano non essere più la realizzazione di un sogno condiviso, la scelta fiduciosa assunta una volta per tutte come stile di vita, che non verrà meno.

Analizzando i modelli che si muovono nell’immaginario giovanile nutrito da consumi culturali omologanti – tra web, social e serie tv – troppe sono le spinte che fanno pressione nella direzione opposta dei tradizionali valori familiari, privilegiando decisamente atteggiamenti narcisisti, egocentrici, talvolta nichilisti. Siamo di fronte alla dispersione dei valori propri di una “famiglia sociale”, che lascia sul terreno frammenti seduttivi ma nessuno dei quali in grado di costruirci sopra una vita.

Potremmo dire che da sempre, nella storia dell’umanità, la scelta della generatività familiare era accompagnata dalla forte consapevolezza di quanto questa sia importante per dare senso alla propria esistenza. Una domanda di senso difficile da percorrere in un paese come il nostro che, in quest’ultimi anni, è in perenne caccia al capro espiatorio con la cattiveria che ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare. A ciò aggiungiamo l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive. L’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea – ha più volte ribadito Giuseppe De Rita - con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori.

Il Rapporto avverte che nei prossimi vent’anni avremo, tra le altre conseguenze, il progressivo calo della proporzione di coppie con figli (da 9 milioni a 7-8 milioni) a beneficio delle coppie senza figli (da 5,4 a 6,5 milioni), mentre le persone sole cresceranno del 4,7%. Altro dato che tenderà a crescere quello della permanenza dei figli nella famiglia d’origine fino a età avanzata (fino a 45 anni). Viene spiegato nel Rapporto che non si tratta di un rifiuto della famiglia come scelta valoriale: è la conferma che anche per i giovani tutto ciò che comprende legami e affetti può essere considerato famiglia.

Siamo irriducibilmente “umani”, direbbe Vincenzo Paglia. Non siamo nati semplicemente per assecondare la vita, siamo nati per fronteggiarla, per aiutarla, per trasformarla, per renderla migliore per tutti.