Insegnare a distanza? D’accordo ma la lezione frontale resta la più efficace

Il bilancio provvisorio di un prof: né apocalittici né integrati, ma molti ne sono esclusi. Uno studio di Solimene e Zanchini: oggi la cultura si trasmette per via orizzontale

Murale

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redazione 30 aprile 2020
di Antonio Salvati *

Da circa due mesi viviamo in emergenza. Una emergenza che non è solo sanitaria ma che è anche e soprattutto sociale, con risvolti importanti su ogni aspetto della nostra vita. Uno stato emergenziale che ha ampiamente attraversato il mondo della scuola, forzando gli insegnanti e gli studenti a misurarsi con la forza delle loro abitudini, che rischiano di diventare talvolta routine implacabili. Come se gli esseri umani fossero loro stessi le loro abitudini. L’emergenza ci ha di colpo ricordato non solo la nostra finitudine, ma anche che siamo macchine difettose. Il coronavirus ha costretto noi insegnanti a un ricorso improvviso e diffuso alle tecnologie per la didattica on-line. Conseguentemente l’allontanamento forzato dagli edifici scolastici ha aperto diversi interrogativi sul fare scuola, in particolar modo sull’uso delle nuove tecnologie e di modalità diverse di insegnamento. Cosa significa, pertanto, fare scuola in un tempo emergenziale come questo, in tempi di “società liquida” e di “cultura orizzontale”?

Solimene e Zanchi: la cultura oggi si trasmette per via orizzontale
Oggi per i due studiosi Giovanni Solimene e Giorgio Zanchini, autori del volume La cultura orizzontale (Editori Laterza 2020, pp. 185, € 14), la trasmissione culturale avviene prevalentemente per via orizzontale, in un contesto che sembra offrire pari opportunità e che quindi non è più condizionato dalle gerarchie del passato, che si fondavano su un rapporto verticale tra chi sapeva e chi doveva apprendere. Nel loro libro Solimene e Zanchini riportano un brano di Bauman, nel quale si ricorda che storicamente la “cultura” ha avuto una missione di proselitismo, finalizzata a educare le masse e raffinarne i costumi: gli “strati bassi della società” dovevano elevarsi.

I più giovani rifiutano gli esperti
Quotidianamente noi insegnanti e non sperimentiamo che forse siamo caduti nell’eccesso opposto e tanti, soprattutto i più giovani, rifiutano le competenze e disconoscono il ruolo degli “esperti”. Tutti noi abbiamo l’illusione che, a partire da poche e banali notizie recuperate sul web, possiamo saperne quanto basta. Tutti possiamo presumere di essere esperti di qualsiasi cosa. Potremmo dire non solo tutti commissari tecnici della Nazionale di calcio, ma anche tutti virologi e quant’altro. Molti nostri allievi danno valore ed importanza solo alle comunicazioni tra pari, non comprendendo che la rete si trasforma così in una gigantesca bolla in cui i giovani credono di poter dire e ascoltare quello che vogliono. Sotto i 30 anni, oggi, sono i social media e non i notiziari televisivi nazionali le modalità di informazione più diffuse. Occorre avere il coraggio di dimostrare esattamente l’opposto, come ha fatto lo scrittore Franco Ferrucci con una frase di un suo libro di qualche anno fa, Lettera ad un ragazzo sulla felicità (Bompiani editore 1982, pp. 153, € 12): «in perfetta buona fede il ragazzo credeva di avere un sacco di cose da dire mentre aveva un gran bisogno che gli si dicesse qualcosa».

Insegnanti formati prima dell’era-internet
Molti insegnanti, come me, si sono formati in un’era pre-internettiana, accostandosi alla cultura attraverso forme e linguaggi propri dell’universo analogico (l’apprendimento impostato sulla lezione frontale per intenderci, ossia lo studio fondato sulla comunicazione scritta, la fruizione culturale praticata nei luoghi “sacri” della cultura come i teatri, i musei, le biblioteche) e continuando ad impostare inevitabilmente le loro riflessioni sulle evoluzioni in corso attraverso un frequente confronto fra il “prima” e il “dopo”, spesso pregiudicato e falsato dall’età e dalla nostalgia.
È evidente che oggi si legge in modo diverso dal passato, ci si informa in maniera più complessa di come lo si faceva solo pochi anni fa. E sono soprattutto i giovani ad avere abitudini di consumo culturale e mediale assai lontane da quelle dei loro genitori.

La lezione frontale resta lo strumento più efficace
Ciò detto, a mio parere, la lezione frontale, per quanto criticata come metodo di insegnamento, resta lo strumento più efficace per trasmettere conoscenze, purché realizzata efficientemente, in termini di sintesi, chiarezza e – diciamolo - vivacità comunicativa. Pur nella sua avvenente forma, la didattica online di fatto è caratterizzata principalmente da lezioni frontali, talora con telecamera fissa e sonoro in presa diretta, con testi ridondanti, spesso in pratica molto più noiose – lo dico in termini autocritici - di una lezione in aula che, se adeguatamente svolta, esercita quasi il fascino di una performance teatrale: in classe, l’insegnante mentre spiega con tono di voce e gestualità adeguati riesce a mantenere – non sempre - desta l’attenzione degli studenti, riesce soprattutto ad osservare le loro reazioni e cerca di adeguare la propria esposizione alle richieste implicite che essi esprimono con il linguaggio del corpo, utilizzando chiarimenti o semplificazioni, interrompendosi (talvolta, invece, è interrotto dalle richieste più varie e frequenti degli studenti del tipo: «posso andare al bagno?»), aumentando i ritmi quando individua un calo di attenzione (spesso anche spaziando con l’utilizzo di argomenti di stretta attualità) e così via.

Emozioni e apprendimento sono connessi
Del resto, le neuroscienze da anni spiegano che le dimensioni emozionali e cognitive dell’apprendimento sono inestricabilmente connesse. Gli insegnanti devono – afferma efficacemente Milena Santerini nel suo volume Pedagogia socio-culturale (Mondadori 2019, pp. 234, € 19,50) - capire quanto le dimensioni cognitive ed emotive lavorano assieme e al contempo devono rendersi conto di quanto le emozioni negative possono inibire i processi di apprendimento e demoralizzare i giovani.

I tanti esclusi
Non entro nel merito sulla ricaduta sociale ed anche economica che la didattica a distanza ha ed è destinata ad avere sulle famiglie. Ipotizzando, infatti, un uso prolungato della FaD (Formazione a distanza) le famiglie sarebbero costrette a investimenti importanti per fornire agli studenti gli strumenti necessari alla didattica online. In questa situazione d’emergenza, già oggi molte scuole stanno valorizzando le risorse disponibili, non solo con la distribuzione di pc e tablet, ma anche, ad esempio, utilizzando lo smartphone come strumento di comunicazione, il cui possesso è certamente più diffuso di quello del computer. Tuttavia dobbiamo però essere realisti e non dimenticarci dei tanti ragazzi che, purtroppo, da questa didattica a distanza sono stati esclusi, spesso per marginalità sociale, per povertà e mancanza di mezzi informatici, per arretratezza culturale delle famiglie. Efficacemente Paolo Ciani ha utilizzato l’espressione «andiamoli a cercare».

Tecnologie o meno, i mediatori servono
Tornando alle domande iniziali in particolar modo a quella relativa a un ripensamento dell’uso delle nuove tecnologie, come sta avvenendo in questa fase cruciale, occorre dire (e ricordare) con forza che la società ha sempre avuto bisogno di mediatori. Quindi, se è vero che l’approccio multidimensionale e onnivoro della “generazione delle reti” si «fonda sul presupposto tecnico e da un certo punto di vista “filosofico” della vastità mondiale degli stimoli che tutti riceviamo, è anche vero che quegli stimoli hanno bisogno di essere messi in forma, ordinati, che il sapere ha bisogno di essere correlato e organizzato, che le conoscenze hanno bisogno di essere consolidate», spiegano Solimene e Zanchini. Non bisogna essere né degli “apocalittici” ne degli “integrati”. La cultura orizzontale in altre parole non può fare a meno della cultura verticale. Vanno favorite ed accolte favorevolmente tutte le occasioni finalizzate ad avvicinare chi produce cultura e chi desidera fruirne. Malgrado i rischi e le difficoltà dell’era digitale, non possiamo non rilevare che in nessun momento della storia dell’umanità c’è stata tanta gente in grado di accedere all’istruzione e alla conoscenza come in questo momento, sia per l’enorme quantità di sapere disponibile sia per la grande quantità di persone che può accedervi.

* insegnante a Roma