Covid19, bisognerà chiedersi da che parte stare e combattere l’ignoranza

La malattia irride confini e muri a dispetto dei sovranisti. Come ha scritto Ambrosini, “la paura che si fa esclusione e discriminazione parla di un’Italia malata”

Un’opera di street art

Un’opera di street art

redazione 21 marzo 2020
di Antonio Salvati

Il Covid-19 in pochi giorni ha profondamente modificato le nostre abitudini e messo in discussione le nostre certezze. Lo “tzunami” del coronavirus ha colpito indistintamente il nostro paese ed il resto del mondo, rendendoci più fragili. La vita è precaria, flottant, scriveva Paul Ricoeur. Siamo stati privati della possibilità di progettare. I progetti futuri, quelli immediati e quelli a lungo termine, vanno momentaneamente riposti nel cassetto. Non abbiamo più “la certezza” di ciò che possediamo (salute e famiglia, lavoro, dei nostri progetti). Non si può uscire e quindi è venuta meno anche la possibilità della prossimità (fisica) e la partecipazione ai luoghi. Vedendo le nostre città, potremmo dire che siamo stati scaraventati nel tempo del silenzio. Un silenzio che abbiamo percepito plasticamente recandoci a fare la spesa. Tutto il mondo dell’informazione è quasi esclusivamente concentrato sul coronavirus, con la continua ricerca di informazioni mediche. La storia, con le sue innumerevoli vicende vicine e lontane, sembra ferma. Che fare?

In tanti aspettiamo con ansia il superamento dell’emergenza sanitaria. Nello stesso tempo ripensiamo la nostra vita e il nostro futuro con maggiore consapevolezza. C’è un’umana e comprensibile domanda di ritorno alla “normalità”. Tuttavia, nella consapevolezza straordinarietà del momento, non possiamo porci la domanda di futuro senza concepirla caratterizzata da una discontinuità profonda. Bisogna anche chiedersi da che parte stare.

Il mondo è più globale che mai. Il coronavirus è lì a dimostrarlo, irridendo – a dispetto dei sovranisti – confini, muri e barriere. Nella malattia il coronavirus ha manifestato l’unificazione del mondo. Siamo tutti nella stessa barca dell’umanità, che ci piaccia o no. Come spiegava un recente articolo apparso sul National Geographic (https://www.nationalgeographic.org/article/global-network/) siamo da tempo tutti interconnessi da un capo all’altro del mondo. Abbiamo gli stessi gusti, i nostri abiti si rassomigliano sempre di più. Ci contagiamo in mille modi. Del resto, il contagio del coronavirus è uno dei tanti effetti dell’essere tutti così strettamente legati. Che fare?

Possiamo fare molto, ciascuno di noi può fare tanto. Ad esempio, lottando contro l’ignoranza che è l’anticamera del disprezzo. In questi giorni abbiamo meglio compreso l’importanza del cosiddetto Bene Comune, quanto questo passi dalla condivisione di medesimi destini e dalla convergenza e responsabilità di tutti. Serve un allargamento delle nostre capacità e delle nostre competenze, l’aumento delle opzioni conosciute. Quello che prima era solo oggetto di conversazione oggi è diventato esperienza.

La storia può aiutarci, per non imbarbarirci. Il coronavirus ha generato un paradosso, ha giustamente osservato Maurizio Ambrosini sulle pagine di Avvenire. Abbiamo accusato le comunità cinesi di aver portato il virus in Italia (dimenticando che nel passato è stata tante volte l’Europa a portare il contagio nei territori conquistati). All’improvviso ci siamo trovati dall’altra parte della barricata: chiusi e isolati nelle zone rosse, con molti Stati che ci vietano l’ingresso nei loro territori. “Ci sentiamo vittime di un’ingiustizia – dice Ambrosini - e viviamo con fastidio lo stop ai nostri aerei imposto da Paesi mediorientali e africani, come se loro non avessero diritto di difendersi dall’epidemia. Sarebbe meglio imparare la lezione. Chiudere confini e alzare muri è inutile. Non regge l’idea di un mondo diviso tra Nord ricco, serrato con le sue certezze, e un Sud povero alla deriva. Le persone si spostano, così come i virus. L’intolleranza fa solo danni, è irrazionale e non serve a trovare soluzioni per gestire i movimenti planetari».

Sarebbe utile in questi giorni ritornare sulle pagine di alcuni libri. Come le pagine sulla zona grigia de I sommersi e i salvati di Primo Levi, preziose per leggerci dentro. Cosa ci sta trasmettendo questo tempo? Nelle emergenze esplodono il meglio e il peggio, come diceva il filosofo tedesco Karl Jaspers. Nei disastri si rivela l’uomo, una pasta strana fatta di contraddizioni: può divenire il peggiore di qualsiasi essere consenziente, ma anche essere particolarmente generoso. Spiega acutamente Ambrosini: «Al netto dell’azione degli imprenditori (politici e culturali) del rancore verso gli immigrati, la paura che si fa esclusione e discriminazione parla di un’Italia malata, essa sì, di perdita di punti di riferimento, razionalità di giudizio e fiducia sociale. Insicurezza, smarrimento, autoreferenzialità, ripiegamento privatistico generano mostri».

C’è sempre qualche disgraziato pronto a cavalcare le paure collettive per sfruttarle a proprio vantaggio, ha osservato Annamaria Testa, esperta di comunicazione, la quale ricorda tra i dieci rischi globali di maggiore impatto distruttivo, rischi ambientali si trovano al primo, terzo e quarto posto (al secondo posto ci sono le armi di distruzione di massa). Le epidemie globali sono contemplate, ma con probabilità e impatti minori. Il guaio è che, per contrastare il rischio climatico (il più probabile, il più impattante) non basta scoprire un vaccino e nella nostra memoria non c’è ancora un numero di catastrofi climatiche sufficiente a terrorizzarci quanto basta.