La psicoterapeuta Povinelli: «C’è chi nega la paura, i più comprendono la gravità del Coronavirus»

La professionista romana: «Stare a casa è l’unica via. Un sacrificio può diventare un’occasione per prendere del tempo per noi e i nostri figli»

“Stay home” di Nello Petrucci, presso il Centro Commerciale La Cartiera a Pompei. Foto: Nello Petrucci

“Stay home” di Nello Petrucci, presso il Centro Commerciale La Cartiera a Pompei. Foto: Nello Petrucci

redazione 11 marzo 2020
di Stefano Miliani

Che effetto hanno, psicologicamente, nei nostri comportamenti, le restrizioni alla nostra vita per il Coronavirus? Perché tanti di noi ricorrono a video messaggi tramite chat? Ne parla, attraverso un colloquio telefonico, Cristina Povinelli, psicologa e psicoterapeuta romana di 53 anni formatasi alla Scuola di specializzazione Aspic. Attualmente la professionista conduce le sedute con i suoi pazienti attraverso il telefono video via WhatsApp o Skype.

Quali considerazioni generali possiamo trarre?
È stato molto faticoso far accettare precauzioni quali lo stare a casa e mantenere le distanze. Inizialmente sono state considerate esagerazioni senza senso. Tutto il fenomeno della coronavirus è stato sottovalutato da molti e a questo hanno contribuito politici e gente comune. Il contatto con la finitudine ha sicuramente evidenziato tratti di evitamento in molte persone: si è preferito negare la gravità del virus, soprattutto si è voluta tenere lontana l’idea della morte. Finalmente il decreto Conte ci riporta tutti alla realtà del momento e a come affrontarlo nell’unico e miglior modo possibile: lo stare a casa. Solo così potremo diminuire il tasso di contagio.
Per quanto questo rappresenti un sacrificio per tutti noi la sfida è farlo diventare un momento diverso unico: è un’occasione per prendere del tempo per noi stessi e per le persone con cui viviamo con cui abbiamo legami di attaccamento. Possiamo finalmente far scoprire ai nostri figli la noia, questa sconosciuta. Abituati ad incessanti attività potranno avere occasione di scoprire come la noia possa aiutare a sviluppare la fantasia, a creare nuovi modi di vedere la realtà.

Dal suo punto di osservazione quali reazioni al Coronavirus vede, tra gli italiani?
In generale molto variegate. Ci sono persone che in questi ultimi giorni si stanno rendendo conto della gravità di quanto accade e assumono comportamenti responsabili: seguono quanto viene consigliato, indicazioni, stanno attenti a non avere contatti, all’isolamento. Tra i pazienti vedo anche che molti accettano il fatto che il virus esiste e bisogna fronteggiarlo attraverso le regole, tra cui l’isolamento. D’altro canto avere del tempo in più è un’occasione per fare cose che normalmente non si fanno, per cui colgono l’occasione per fermarsi un attimo e riscoprire stimoli, a trovare un tesoro lì dove c’è crisi.
Questo vale per una parte. Per altri?
Per quanto riguarda l’altra parte della popolazione la paura ha generato la negazione della gravità di quello che stava succedendo. Questo lo abbiamo visto in certi ambiti della politica come anche in parte della popolazione. Polemiche inutili e sterili sminuenti la gravità della situazione hanno ritardato gli interventi necessari. Si è posta molto l’attenzione sull’economia, spostando nelle prime fasi di trasmissione del virus, il focus. È chiaro che l’economia è fondamentale ma non può ripartire se non ripartiamo dalla salute. È come i bisogni fondamentali individuati dallo psicologo Abraham Harold Maslow (1908 - 1970, ndr): non puoi pensare al bisogno di auto realizzarti se hai fame, prima devi sfamarti! Vale anche in questo caso.
Quindi una parte affronta l’emergenza, una la nega?
Sì. Secondo me tra chi nega la gravità della situazione ci sono quelli che, con un atteggiamento piuttosto egoistico, pensano che tanto l’epidemia non li riguarda tanto riguarda solo i vecchi! E quelli che negano perché negano la propria stessa finitudine, per paura della morte. Ecco allora che ci si sposta su altri temi come l’economia e le polemiche per evitare l’argomento principale che li mette a contatto con la paura della morte, appunto. Quasi tutto il genere umano teme l’idea della finitudine, non pensiamo mai che dobbiamo morire... eppure è il nostro destino.
Non viviamo in una cultura che rimuove la prospettiva della morte?
Sì, nella nostra cultura è così. Abbiamo l’illusione di essere eterni, di essere addirittura sempre giovani. L’idea della morte è cambiata anche culturalmente. I nostri nonni e bisnonni la vedevano in faccia davvero mentre ora, filtrata dai mass media, ci sembra finta fino ad apparire irreale. La morte spaventa tutti, alcuni ne vengono a patti, frutto questo di maturità.

Quali effetti ha lo stop a baci e abbracci ai quali come italiani siamo abituati?
Come popolo siamo calorosi anche se il comportamento cambia molto tra nord e sud. È una regola che riguarda tutti. All’inizio per molti questo stop era una esagerazione: quando dicevi “non mi baciare e tieni la distanza” sembrava un’offesa e chi lo diceva veniva magari preso in giro. Tra i miei pazienti alcuni una settimana fa parlavano di esagerazione, mentre altri riconoscevano di aver paura. Adesso, a martedì 10 marzo, già anche gli altri si sono acclimatati alle nuove abitudini: le troviamo una misura necessaria.
E l’effetto dell’isolamento in casa?
Molti pazienti hanno mandato messaggi in cui dicono che è un momento per vivere di più la casa. Per le famiglie con bambini e ragazzi il compito è più difficile, devono far capire ai figli che devono stare dentro e occorre tenerli impegnati: sono abituati a essere sempre attività da mattina a sera, perché viviamo il tempo in modo accelerato. Ma questa condizione nuova può essere l’occasione per vivere in modo diverso il tempo come succedeva ai nostri avi o ancora alla nostra generazione: non avevamo inglese o palestra in ogni momento, non correvamo tanto da un posto all’altro. Ho fiducia che provare la noia aiuterà a sviluppare la fantasia, a fare altro dal consueto: come leggere o fare giochi da tavolo. Vale anche per i genitori. L’isolamento in casa può aiutare a riscoprire un senso di famiglia. È una sfida: non si possono lasciare i ragazzini con telefono a fare videogiochi.

È una pratica diffusissima condividere video via whatsapp sul Coronavirus. Perché?
Ci sono in questo momento molti video che danno informazioni, alcune volte anche false, e che comunque sollecitano paura. Molti elicitano uno spirito di gruppo e un senso comune di responsabilità tra le persone. Il tam tam sui social delle persone sullo stare a casa ha sicuramente avuto un effetto positivo nell’assunzione gli atteggiamenti di tutela e protezione verso sé. e gli altri. Le persone parlano e chattano e alcuni video servono a creare proprio solidarietà e a infondere coraggio.
E i video che ironizzano sul virus o sui nostri comportamenti?
Servono sicuramente a esorcizzare la paura con gli altri e a unirci; anche questo è fondamentale. L’ironia (non parlo del sarcasmo) è una forma di intelligenza e aiuta tantissimo. Credo sia molto importante utilizzare i social nella relazione “con” l’altro. Personalmente quando li uso, anche quando mando una vignetta o un video, lo faccio pensando a quella persona, al tipo di reazione che avrà, a quanto può essere interessata.
Tornando ai suoi pazienti, come hanno reagito in genere?
Immaginavo persone terrorizzate o senza contenimento, invece hanno un loro modo di contenere la paura, anche chi ha avuto più paura. Alcuni ex pazienti mi hanno detto di utilizzare il tempo come stimolo per fare altro: è una buona cosa. Mi hanno stupito. Potrei aggiungere un’ultima cosa?
Ci mancherebbe altro.
Questa condizione ha stimolato in ognuno di noi la sfera del desiderio: ora ci vengono in mente tutte le cose che ci piacciono e che vorremmo fare ora e che non possiamo fare. A me manca molto non stare nel verde, nella campagna, a qualcun altro mancano il cinema o le mostre. È vero però che la coabitazione coatta alla lunga può anche incrementare la conflittualità: se la casa lo permette può essere utile dividere gli spazi, magari chiudersi in una stanza. Ed è bene fare una vita più sana possibile anche in casa, mangiare bene, fare sport, ballare …

Nella foto che accompagna questa intervista vedete un murale di Nello Petrucci. L’artista lo ha eseguito nella notte tra il 10 e l’11 marzo nei pressi del Centro Commerciale La Cartiera alla periferia di Pompei e si è ispirato alla famiglia Simpson che, data la situazione,  indossa una mascherina e resta a casa sul suo classico divano davanti alla tv (qui il link al suo sito).