Moby Prince, la pista dei soldi per la strage dimenticata

Nel 1990 140 persone morirono nel rogo della nave. Un saggio-inchiesta di Sanna e Bardazza per Chiarelettere cerca di svelare verità nascoste

Il relitto della Moby Prince

Il relitto della Moby Prince

redazione 10 aprile 2019
Il 10 aprile 1991 una collisione navale nel mare davanti a Livorno provocò un'autentica strage: sul traghetto Moby Prince andato a fuoco morirono 140 persone e se ne salvò soltanto una. La vicenda lascia molti punti oscuri. Con il libro Il caso Moby Prince. La strage impunita Francesco Sanna e Gabriele Bardazza (Chiarelettere, pp. 192, euro 16.00) riprendono le fila di una storia in apparenza archiviata come tragico incidente. E sulla base di rivelazioni, documenti inediti e i risultati delle commissioni d'inchiesta vogliono dimostrare che non fu un semplice incidente e che, soprattutto, qualcuno ha voluto occultare fatti e coprire responsabilità.

La nave era diretta a Olbia. L'editore ricapitola i fatti: «Alle 22.25 Moby Prince, sperona la petroliera Agip Abruzzo della compagnia statale Snam ferma all’àncora. La collisione apre uno squarcio sulla fiancata della nave, il combustibile fuoriuscito prende fuoco e scatena un incendio. Centoquaranta vittime, la più grande tragedia della marineria civile italiana dal dopoguerra. Secondo la ricostruzione ufficiale, stabilita da due sentenze assolutorie e altrettante richieste di archiviazione, la causa dello scontro sarebbe stata una “nebbia fittissima”. E non ci fu soccorso perché le vittime morirono pochi minuti dopo la collisione. Caso chiuso». Naturalmente il caso non si è mai chiuso.
La verità era ben lontana dall'essere resa pubblica, sostengono Sanna, di professione comunicatore, project manager, collaboratore del ilfattoquotidiano.it, e Bardazza, libero professionista presso lo studio di Ingegneria forense Bardazza Adinolfi che si occupa di disastri in ambito penale e civile e che segue il caso dal 2010 su mandato dell’Associazione “10 Aprile”.

Sul fattoquotidiano.it Diego Petrini riferisce come il libro smonti le conclusioni ufficiali. E che la vicenda abbia visto forze impari in gioco: «Da una parte le compagnie di navigazione, dall’altra i morti (passeggeri e lavoratori) insieme alle loro famiglie. Da una parte la battaglia civile e solitaria di chi ha resistito per 28 anni non accontentandosi delle verità gualcite date dai tribunali della Repubblica e dall’altra l’accordo assicurativo che i proprietari delle navi firmarono 68 giorni dopo la strage dai tanti primati di dolore: la tragedia più grande della marineria italiana in tempo di pace, l’incidente sul lavoro più grave da quando è nata la Repubblica».

La stranezza, spiega il giornalista, è che la petroliera non doveva trovarsi lì. Che la fantomatica nebbia non fu assolutamente responsabile della tragedia. Sanna e Bardazza hanno condotto una vera e propria inchiesta pluriennale, approfondita, chiedendo informazioni anche a paesi lontani per dare una risposta ai familiari delle vittime che non dimenticano e che, a questo punto, non credono nei tribunali.  «In modo alquanto curioso sulla vicenda Moby Prince nessuno ha seguito i soldi per oltre vent’anni», scrivono stupiti i due autori. Mentre, sostengono, è lì la chiave che apre le porte alla verità: è in un «accordo assicurativo» del 18 giugno 1991.