Matt Haig: l'ansia da social media schiaccia, se la riconosci la eviti

"Vita su un pianeta nervoso" è un testo ricco di humor sullo stare sempre connessi e suggerisce qualche via d'uscita. Ne pubblichiamo qualche estratto

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redazione 25 marzo 2019
Giornalista e scrittore, l'inglese Matt Haig ha scritto un libro sul nostro vivere in un "pianeta nervoso", ovvero sempre connessi, iperconnessi, maniacalmente attenti a un like o a un twett, vivere in ansia con conseguenze sulla nostra vita, anche affettiva. Il libro si intitola appunto Vita su un pianeta nervoso (edizioni E/O, traduzione dall'inglese di Silvia Castoldi, pp. 408, euro 15,00): è ricco di ironia, autoironia, è divertente, ha capitoli brevi dal ritmo che può ricordare le canzoni rock'n'roll. Leggere queste pagine solleva l'animo oltre a divertire. E magari migliora anche l'esistenza. Pubblichiamo tre capitoli su concessione dell'editore.

Matt Haigg: Il mondo diventa sempre più piccolo

Il sovraccarico esistenziale è una sensazione che si origina in parte dalla contrazione e concentrazione che sembra aver subìto il mondo. Il mondo umano ha accelerato ed è davvero diventato più piccolo. Si sta facendo sempre più interconnesso, e lo stesso succede anche a noi. La “mente alveare”, espressione coniata per la prima volta nel racconto di fantascienza La seconda notte d’estate [James H. Schmitz, La seconda notte d’estate, traduzione di Vittorio Curtoni, in Astronavi & avventure, Urania 1402, Mondadori, Milano 2000], pubblicato da James H. Schmitz nel 1950, ormai è realtà. La nostra vita, le informazioni e le emozioni sono collegate tra loro come mai prima d’ora. Internet unifica anche quando sembra dividere.

Questo rimpicciolimento del mondo non è stato un processo improvviso. Da secoli gli esseri umani comunicano a distanze superiori rispetto alla portata della propria voce. Si sono serviti di tutto, dai segnali di fumo ai tamburi ai piccioni viaggiatori. Una catena di fari di segnalazione da Plymouth a Londra annunciò l’arrivo dell’Invincibile Armata.
Nel XIX secolo il telegrafo collegò i continenti.
Poi il sistema nervoso globale continuò a evolversi grazie al telefono, alla radio, alla televisione e, naturalmente, a Internet.
Per molti versi questi collegamenti ci avvicinano ancor di più gli uni agli altri. Possiamo inviare email, SMS, telefonare con Skype o FaceTime, giocare online in modalità multiplayer e in tempo reale con persone lontane diecimila chilometri. La distanza fisica è sempre più irrilevante. I social media ci hanno permesso di organizzare azioni collettive senza precedenti, dalle rivolte alle rivoluzioni a risultati elettorali del tutto imprevedibili. La rete ci ha permesso di unirci per cambiare le cose. In meglio e in peggio.
Il problema è che se siamo collegati a un enorme sistema nervoso la nostra felicità e infelicità sono più collettive che mai. Le emozioni del gruppo diventano le nostre.

Isteria di massa

Esistono migliaia di esempi nella storia in cui le emozioni individuali sono state influenzate da quelle della folla, dai processi alle streghe di Salem alla Beatlemania.
Uno degli esempi più divertenti, o spaventosi, è il caso di quel convento francese del XV secolo in cui una suora cominciò a miagolare come un gatto. Ben presto anche altre consorelle la imitarono. E di lì a qualche mese gli abitanti del villaggio vicino rimasero sconvolti nell’udire tutte le suore miagolare a gran voce in coro per
diverse ore al giorno. Smisero solo quando le autorità locali minacciarono di frustarle.
Ci sono altri esempi bizzarri. Come la “piaga del ballo” del 1518, durante la quale, nell’arco di un mese, a Strasburgo quattrocento persone danzarono fino a crollare (e in qualche caso a morire) senza una motivazione comprensibile. E senza che nessuno stesse suonando.
Oppure l’episodio avvenuto durante le guerre napoleoniche, quando, secondo una leggenda, gli abitanti di Hartlepool, una cittadina inglese, si convinsero in massa che una scimmia portata a riva dalle onde dopo un naufragio fosse una spia francese e impiccarono il povero, esterrefatto primate. Le fake news esistono da parecchio tempo.
E naturalmente al giorno d’oggi siamo dotati di una tecnologia, Internet, che facilita e
rende più probabili i comportamenti di gruppo. Cose molto diverse tra loro (canzoni,
tweet, video di gattini) diventano virali nell’arco di un giorno, o di poche ore. La parola “virale” è perfetta per descrivere l’effetto contagioso suscitato dall’interazione tra la natura umana e la tecnologia. Ovviamente non sono solo i video, i prodotti e i tweet a poter diventare contagiosi. Ma anche le emozioni.
Un mondo totalmente interconnesso ha in sé il potenziale di impazzire collettivamente, all’improvviso.

Primi passi

Di nuovo la stessa storia. «Matt, esci da Internet».
Andrea [la moglie, ndr] aveva ragione e parlava solo per il mio bene, ma io non volevo ascoltarla.
«È tutto a posto».
«No, non è tutto a posto. Stai litigando con qualcuno. Vuoi scrivere un libro su come
affrontare lo stress di Internet e ti stai facendo stressare da Internet».
«In realtà il libro non parla proprio di questo. Sto cercando di capire in che modo la nostra mente è influenzata dalla modernità. Voglio scrivere un libro sul mondo in quanto pianeta nervoso. Sull’interconnessione psicologica tra gli esseri umani. Su tutti gli aspetti di un...».
Lei alzò le mani. «Basta così. Non voglio ascoltare una conferenza sulla tecnologia».
Sospirai. «Sto solo rispondendo a un’email».
«No, non è vero».
«D’accordo. Sono su Twitter. Ma c’è un punto che devo assolutamente chiarire...».
«Matt, dipende da te. Ma io credevo che tu stessi scrivendo quel libro per cercare di capire come fare a non ridurti così».
«Così come?».
«Così coinvolto da questioni in cui non dovresti lasciarti coinvolgere. Non voglio che ti ammali. Ed è così che ti ammali. Tutto qui».
Andrea uscì dalla stanza. Guardai il tweet che stavo per spedire. Non avrebbe aggiunto niente alla mia vita. Né a quella di qualcun altro. Mi avrebbe solo spinto a controllare ancor di più il telefono, proprio come Pepys con il suo orologio da taschino. Premetti il tasto “cancella” e provai uno strano sollievo mentre guardavo i caratteri scomparire.