Grosso: padri che fregano figli, come curare i giocatori d’azzardo

Lo psicoterapeuta Leopoldo Grosso al festival “Kum” ad Ancona parla della dilagante dipendenza dal gioco. E qui scrive il percorso per curarla

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redazione 15 ottobre 2018

“Negli ultimi 10 anni in Italia si è assistito ad un aumento vertiginoso delle dipendenze dal gioco d’azzardo”, ma definirle “ludopatie” è un errore. Lo scrive lo psicoterapeuta Leopoldo Grosso in questo intervento redatto per globalist.it in vista del suo incontro, venerdì 19 alla Mole Vanvitelliana di Ancona, alla prima delle tre giornate della seconda edizione di “Kum”, festival sul tema della cura e sulle varie pratiche diretto da Massimo Recalcati. Con il titolo “Risurrezioni”, in calendario fino a domenica 21 ottobre, l’appuntamento anconetano diventa luogo in cui parlare di welfare, di politica sanitaria, di disagio, della cura e delle possibili declinazioni filosofiche e sociali attraverso più discipline. Oltre a psicoanalisti, psichiatri, medici, pedagogisti intervengono filosofi, storici, scrittori, teologi in oltre 40 incontri con più di 60 relatori. Lo promuovono il Comune di Ancona e il Fondo Mole Vanvitelliana, lo organizza l'associazione Esserci.


Leopoldo Grosso: la cura dei giocatori d’azzardo


Negli ultimi 10 anni in Italia si è assistito ad un aumento vertiginoso delle dipendenze dal gioco d’azzardo. Sono erroneamente definite ludopatie, il cui immaginario assolutorio rimanda a un papà che ieri spodestava il figlio nel giocare col trenino elettrico e che oggi gli funge da sparring partner alla playstation. Nel gioco d’azzardo patologico, la realtà non infrequente mostra invece un padre che, nella ricerca spasmodica di qualche soldo per continuare a giocare, fracassa il salvadanaio del proprio figlioletto.
Numeri saliti vorticosamente in 15 anni
I numeri delle persone che chiedono un aiuto ai servizi sono saliti vorticosamente fino a diventare 24.000 nel 2016: la punta dell’iceberg di 17 milioni di italiani ( 10.000.000 nel 2010 ) alle prese con gratta e vinci, slot machines, video lottery, “win for life”, tornei di poker al computer. I “nuovi giochi” sono riusciti a soverchiare le scommesse sui cavalli e mettere in crisi l’attività degli ippodromi, oltre ad assestare un duro colpo al business degli stessi casinò. Intere città e paesi italiani sono diventati un’enorme bisca, dove al posto dei tanti negozi che hanno abbassato le serrande per via della crisi si sono diffusi i punti scommesse, le sale giochi e i “compro oro”. La crescita vertiginosa del gioco d’azzardo è un po’ il simbolo della “bolla” di una economia che, invece di produrre beni e servizi, spacciando l’illusione per speranza, preleva ogni anno dalle tasche dei giocatori qualcosa come 90 miliardi di euro.
Tutto è avvenuto in 15 anni. Fin verso la fine degli anni ’90 si giocava solo al Lotto, Totocalcio e Totip, più la Lotteria della Befana. Poi è bastato andare progressivamente in deroga all’articolo 718 del codice penale, che pur ancora oggi continua a vietare il gioco d’azzardo in Italia. 1997: vengono introdotte la doppia giocata al Lotto, il superenalotto e le sale scommesse. 1999: si dà il via al Bingo. 2003: si introducono le slot-machine. 2005: è la volta della terza giocata al Lotto, delle scommesse Big Match e delle scommesse on line. 2006: vengono istituiti i Nuovi Corner e i punti gioco per le scommesse. 2007-2008: si autorizzano i “giochi che raggiungono l’utente, sms e tornei di poker on line. 2009-2010: arrivano le nuove lotterie ad estrazione istantanea, le VLT… 2011: possibilità di giocare in azzardo il resto della cassa al supermercato. 2013: arriva on line anche il gratta e Vinci e i Lotto…
Comuni contro Monopoli di Stato e aziende
Alla incredibile induzione dell’offerta di gioco d’azzardo da parte del Governo tramite i Monopoli di Stato, si coniugano gli interessi delle aziende del gioco d’azzardo. I Comuni e gli Enti locali più sensibili hanno cercato di opporre resistenza, ingaggiando una durissima battaglia, dall’esito alterno, per difendere la salute dei loro cittadini, rivendicando il potere di decidere sull’istallazione di nuovi giochi sul loro territorio, dove e quando (in quali orari) potesse essere consentito l’azzardo. Il braccio di ferro è tutt’ora in atto.
Il giocatore d’azzardo: “smetto quando voglio”, ma non può
In questo contesto si colloca la cura di tutti coloro che, nel frattempo, hanno sviluppato una dipendenza. Le richieste di aiuto sono molto diverse tra loro, ma tutte sopraggiungono tardive. Prima che una persona che ha perso il controllo del gioco si rivolga a un servizio di cura possono trascorrere anni. Il giocatore d’azzardo nega la propria dipendenza illudendosi di poter sempre “staccare”, e fino a che non sopraggiunge un “incidente critico” (un’illegalità compiuta e scoperta, un debito contratto non più procrastinabile, un “crollo” psicosomatico, una relazione in frantumi a causa del gioco, la reazione molto dura dei familiari che improvvisamente scoprono le conseguenze a loro danno, la “fase di disperazione” che afferra il giocatore senza più risorse…) non si mette in discussione e non accetta di essere aiutato. La vittima preferenziale del gioco d’azzardo è maschile, tra i 40-50 anni, con reddito da lavoro, sposato con figli; ma anche giovani, casalinghe, anziani, disoccupati, nessuno è esente dal rischio di sviluppare una dipendenza. L’ “uncinamento” del disturbo da gioco d’azzardo si rivela più spietato quando la persona deve fare i conti con una propria vulnerabilità che rimanda a insoddisfazioni, vuoti e problematiche rimaste irrisolte e immerse in un contesto sociale, relazionale e culturale che non riesce a rendere praticabili altre soluzioni.
Come inizia la cura
La cura inizia con l’ “aggancio” della persona e il potenziamento della motivazione al trattamento, che inizialmente è spesso più volontà dei familiari che del diretto interessato. La domanda di aiuto è intrisa di ambivalenza, per cui si crea una dinamica conflittuale con l’equipe curante a cui viene consegnato un pur sincero desiderio di “smettere”, mentre si conserva gelosamente per sé la pulsione di continuare a giocare. Lo sviluppo della cura prosegue su diversi assi per cui non è sufficiente un singolo terapeuta, ma un’equipe multiprofessionale. “staccare la spina” dal gioco è tra i primi interventi. In alcuni casi risulta utile un completo e radicale allontanamento dalle proprie abitudini e dall’ambiente in cui si sono crogiolate. Il “controllo del portafoglio” si rivela una misura quasi sempre necessaria, perché disporre di denaro induce a riattivare il comportamento di gioco ed una figura al di fuori della famiglia risulta più utile in questa difficile funzione. La mentalità del giocatore esige un attento lavoro di rivisitazione perché è sovente prigioniera di un “pensiero magico” , indotto dall’ abitudine all’azzardo, che oscilla tra giudizi erronei sulle probabilità di vincere, superstizioni di varia natura e il senso di onnipotenza di poter controllare la casualità.
L’alleanza terapeuta-paziente e famiglia
L’ “alleanza di lavoro” tra terapeuta e paziente si estende alla famiglia, che può svolgere un ruolo essenziale per il buon decorso del trattamento. Osservando la costanza nello sforzo di astenersi dal gioco, i familiari riguadagnano fiducia, assumono ruoli positivi e si rende possibile l’elaborazione del senso di vergogna e di colpa del giocatore attraverso la costituzione di un nuovo “patto” affettivo tra i componenti della famiglia. Un aspetto non secondario del trattamento è costituito dal problema dell’ammontare complessivo dei debiti accumulati dal giocatore, che richiedono un esame accurato e un piano di restituzione negoziato e realistico. Definiti i presupposti preliminari e i significativi aspetti della “cornice” in cui si colloca il lavoro di cura, la terapia si inoltra nell’affrontare le vulnerabilità proprie della persona che hanno impattato col gioco d’azzardo, le problematiche relazionali e di coppia antecedenti, alcune eventuali comorbilità (depressione, disturbo di personalità, abuso d’alcol…).


La terapia è di durata pluriennale. Gli episodi di ricaduta vanno messi in conto e immediatamente trattati. Il sostegno ai familiari non va interrotto. Il monitoraggio e il follow-up devono essere assicurati nel tempo.


Il festival Kum