Montanari: intellettuali liberi "vaccino" della democrazia

Lo storico dell’arte in Maremma parla del suo libro “Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità”

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari

redazione 11 agosto 2018

“Intellettuali e potere”: un rapporto dove i primi, troppo spesso, si fanno servi dei potenti e dei politici di primo piano, si accodano o salgono sul carro di chi vince per scendere appena il potente precipita o, magari, un momento prima del crollo. Mentre la funzione degli intellettuali è essere critici verso chi detiene il potere, vigilare. Lo sostiene, ed estende il concetto ai giornalisti, lo storico dell’arte impegnato costantemente in temi civili Tomaso Montanari nel libro “Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità” (Edizioni Gruppo Abele, 2016): ne parla domenica 12 agosto alle 18 alla biblioteca comunale di Storia dell’arte di Montemerano, frazione del Comune di Manciano nella Maremma grossetana, in un appuntamento dell’Accademia del Libro e in un momento in cui il tema resta calzante come non mai.


Montanari è da anni in prima fila nelle battaglie sui beni culturali perché intende la cultura, e la storia dell’arte, come mezzi di conoscenza per tutti, come strumenti di pensiero critico da tenere sempre ben oliati. Il filo conduttore del libro: “qual è il ruolo, quale lo spazio, del pensiero critico nel suo rapporto con il potere, con la comunità della conoscenza, con la comunicazione, con la scuola, con quella che chiamiamo “cultura”? Le risposte che proverò a dare sono orientate sulla bussola di un’affermazione di Norberto Bobbio: “Il primo compito degli intellettuali dovrebbe essere quello di impedire che il monopolio della forza diventi anche il monopolio della verità”.


E all’edizione fiorentina di Repubblica il 14 marzo scorso dichiarava: “Tocca agli intellettuali vigilare sulla democrazia. Ciò che gli intellettuali non possono assolutamente fare — diceva lo storico dell’arte in un’intervista a Gaia Rau — è, da un lato, rinchiudersi in biblioteca e disinteressarsi della res publica.
Erwin Panofsky parla della metafora della torre d’avorio, che non dobbiamo interpretare semplicemente come qualcosa di bello ed élitario: dalla torre si vedono per primi le minacce, e l’intellettuale non può esimersi dal tacere su ciò che vede. A costo di rendersi terribilmente antipatico, come Cassandra”. Invece notava come quando Matteo Renzi era “all’apice della sua velocissima parabola” pochi lo criticavano, salvo “allontanarsene” in fretta quando la parabola del politico fiorentino scendeva a livelli più bassi.
Tanto più oggi che sul web circolano milioni di informazioni, anche false, l’intellettuale deve essere ancora più vigile e presente nel valutare. Perché non è una figura di ornamento: è “il vaccino della democrazia”, diceva nell’intervista il docente di storia moderna moderna all’Università Federico II di Napoli, laureato alla Normale Superiore di Pisa, autore di saggi sul barocco, sul patrimonio culturale e di serie televisive su Bernini e Caravaggio (originali, approfondite e senza scadere in luoghi comuni). Ha un blog su repubblica.it