Roggero, il Colle e la firma che nessun ministro può dare

Ricostruiamo la vicenda della grazia dopo il caso Roggero. Da Einaudi a Mattarella la clemenza presidenziale è passata da 15.578 firme a 71, e l'ultima parola resta di un uomo solo.

Roggero, il Colle e la firma che nessun ministro può dare
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31 Luglio 2026 - 13.05


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di Lorenzo Lazzeri

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Il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, tre uomini armati entrano nella gioielleria di Mario Roggero. Quando scappano, il gioielliere li insegue in strada e spara contro l’auto in fuga. Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli muoiono, Alessandro Modica resta ferito. Tre gradi di giudizio arrivano alla stessa conclusione: nel momento in cui parte la raffica, l’aggressione è finita e il pericolo con essa. Nessuna legittima difesa. Quattordici anni e nove mesi, definitivi. A settantadue anni Roggero si è costituito a Bollate.

Sua moglie, Mariangela Sandrone, ha scritto al Quirinale. È la strada più antica che l’ordinamento conosca: l’articolo 87 della Costituzione, comma undicesimo. Nel luglio 2026 il ministro Carlo Nordio ha annunciato di aver aperto d’ufficio l’istruttoria. In poche ore il fascicolo è diventato una bandiera: chi difende la casa, chi difende le sentenze, e in mezzo un uomo di 72 anni che entra in carcere.

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Poi è accaduta una cosa che molti hanno scambiato per protocollo. Mattarella ha convocato il Guardasigilli al Colle.

Non era una cortesia, perché si stava marcando un confine. Per mezzo secolo la grazia è stata terreno di scontro tra Quirinale e via Arenula: nel 1991 il ministro Claudio Martelli negò la controfirma a Francesco Cossiga, che voleva graziare il brigatista Renato Curcio per chiudere simbolicamente gli anni di piombo; più tardi Roberto Castelli oppose un simile rifiuto a Carlo Azeglio Ciampi sul caso di Ovidio Bompressi, condannato per l’omicidio del commissario Calabresi e ormai malato. Ciampi sollevò conflitto di attribuzione. La sentenza 200 del 2006 della Consulta chiuse la partita esplicando che la grazia è prerogativa esclusiva del Capo dello Stato, il ministro istruisce e attesta, non decide, non può! Ricevendo Nordio, Mattarella si è richiamato a una regola non scritta che risale a Luigi Einaudi: il Presidente non possiede i poteri che la Costituzione gli affida, li amministra per un tempo determinato e deve consegnarli al successore senza una sola incrinatura. Una prassi tollerata oggi è il precedente che un altro ministro invocherà domani.

Chi immagina la grazia come una scorciatoia politica non ha guardato i numeri. Einaudi ne firmò 15.578, Pertini oltre 6.000. Poi la caduta: Scalfaro 339, Ciampi 114, Napolitano 23 e nessuna nel secondo mandato. Mattarella, in undici anni, 71. Oggi passa una domanda su cento. Non è severità caratteriale: con la legge Gozzini e le misure alternative. Affidamento in prova, semilibertà, domiciliari… lo Stato si è dotato di strumenti ordinari per misurare il reinserimento. Alla clemenza presidenziale è rimasto solo ciò che il codice non sa vedere.

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E ciò che il codice non vede, quasi sempre, è una stanza di ospedale. Giancarlo Vergelli, fiorentino, strangolò la moglie ottantottenne devastata dall’Alzheimer e si costituì subito. Vitangelo Brini, ex vigile pratese, sparò in clinica alla moglie malata da dodici anni. Franco Dri uccise il figlio quarantasettenne, tossicodipendente senza ritorno: mille compaesani firmarono per lui. Franco Cioni soffocò con un cuscino la moglie terminale che accudiva da cinque anni. Sono i “delitti di disperazione”, il cuore della clemenza di Mattarella: pene giuste sulla carta che, applicate, diventano crudeltà inutile.

Ma la grazia sa anche tradire chi la concede. Nel 1994 Scalfaro premiò Salvatore Buzzi, che in carcere si era laureato dopo un omicidio: vent’anni più tardi Buzzi era il nome centrale dell’inchiesta su Mafia Capitale. Nel 2004 Ciampi liberò Graziano Mesina, quarant’anni di cella alle spalle; nel 2013 fu arrestato per droga e nel 2016 la grazia venne revocata. Nel febbraio 2026 il condono totale a Nicole Minetti, motivato dalla necessità di curare negli Stati Uniti il figlio minore gravemente malato, ha scatenato mesi di sospetti, prima che la Procura generale di Milano confermasse la regolarità del dossier.

Torniamo a Bollate. A favore di Roggero pesa un precedente quasi identico: nel 2004 Ciampi graziò Luigi Pellè, ex carabiniere della Dia condannato a tredici anni per aver ucciso un diciassettenne che gli rubava l’auto. Anche lì un colpo esploso a furto ormai in corso di fuga, anche lì un uomo senza pericolosità sociale. Ci sono poi i settantadue anni, l’assenza di precedenti, una rapina armata subita davanti alla moglie e alla figlia, una mobilitazione che attraversa gli schieramenti.

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Il paragone però si incrina dove conta. Pellè aveva già scontato metà della pena quando arrivò il decreto; Roggero è appena entrato in carcere, e per anni ha definito la condanna “un’ingiustizia”, pur esprimendo rammarico davanti al cancello. Il Colle legge il ravvedimento anche come accettazione del giudicato, ed è lì che il fascicolo rischia di fermarsi. Restano due uomini uccisi mentre fuggivano e un terzo ferito. Resta soprattutto il sospetto che una firma verrebbe letta come ratifica per decreto di una lettura estensiva della legittima difesa che tre collegi hanno respinto.

C’è una terza via che quasi nessuno nomina. La grazia può essere parziale: accorciare la pena senza cancellarla, come per l’ottantottenne Antonio Russo o per l’agente Cia Robert Seldon Lady. È la sola forma che terrebbe insieme la pietà per un settantaduenne e il rispetto delle sentenze, senza consegnare a nessuno un trofeo da esibire.

Il fascicolo arriverà sul tavolo del Presidente a istruttoria conclusa, dopo i pareri della Procura generale e della Sorveglianza, che sul differimento della pena ha già detto no. Ma la partita vera si è giocata prima e non riguardava un gioielliere delle Langhe: riguardava chi tiene in mano la stilografica.

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