Per il quarto anno consecutivo il Sud cresce più del Nord

Ce lo ricorda il Comunicato Svimez di oggi 18 giugno. Il Pil delle regioni meridionali segna una crescita dello 0,7%, al Centro-Nord 0,5%. L'Italia invece continua a crescere meno della media europea. Ciò significa che, mentre discutiamo dei divari interni, il sistema Paese continua a perdere terreno nel confronto internazionale.

Per il quarto anno consecutivo il Sud cresce più del Nord
Preroll AMP

Marcello Cecconi Modifica articolo

18 Giugno 2026 - 21.32


ATF AMP

Per quattro anni consecutivi il Mezzogiorno cresce più del Centro-Nord. Secondo gli ultimi dati Svimez, nel 2025 il Pil delle regioni meridionali è aumentato dello 0,7%, contro lo 0,5% del resto del Paese. Un fenomeno che rappresenta un fatto senza precedenti nelle serie statistiche disponibili dal 1980 e che richiama, per continuità, i decenni della grande crescita del dopoguerra.

Top Right AMP

Di fronte a questi numeri è naturale chiedersi se siamo davvero davanti a una svolta storica oppure a una fase destinata a esaurirsi. La risposta richiede cautela. Il divario tra Nord e Sud non è stato soltanto economico perché per oltre un secolo ha inciso sulle opportunità di vita, sull’accesso ai servizi, sulla mobilità sociale e sulla stessa percezione che il Paese ha avuto del Sud.

Per generazioni il Mezzogiorno è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso le sue fragilità. Disoccupazione, emigrazione, ritardi infrastrutturali sono diventati gli elementi dominanti di una narrazione che spesso ha posto in ombra le competenze che potevano emergere, le capacità imprenditoriali e anche la vitalità culturale. Questi dati, da maneggiare con cura, invitano comunque a guardare il Sud in modo diverso, mettendo da parte quegli stereotipi che hanno finito per giustificare, nel tempo, una sostanziale marginalizzazione delle politiche di sviluppo.

Dynamic 1 AMP

Quello che è certo è che una parte rilevante di questa crescita è legata agli investimenti pubblici. Il Pnrr, insieme alle misure straordinarie, come il bonus edilizio, attivate già dai Governi che precedono quello attuale, hanno immesso risorse significative nell’economia reale. È un dato che dovrebbe alimentare una riflessione sul fatto che quando lo Stato investe, programma e accompagna i processi di sviluppo, i risultati arrivano. Per questo appare quantomeno contraddittorio che proprio mentre emergono segnali positivi si moltiplichino le spinte a ridimensionare gli strumenti pubblici di riequilibrio territoriale o a privilegiare logiche di autonomia che rischiano di ampliare ulteriormente le differenze tra le aree del Paese.

Se questa tendenza sarà consolidata, il Mezzogiorno potrebbe finalmente iniziare a lenire il dolore della sua ferita più profonda che riguarda l’emigrazione dei giovani qualificati. Negli ultimi vent’anni migliaia di ragazze e ragazzi formati nelle università meridionali hanno costruito altrove il proprio futuro professionale causando una perdita di capitale umano che ha impoverito non solo il Sud, ma l’intero Paese.

Tuttavia, la crescita economica, da sola, non basta. Servono lavoro stabile, servizi pubblici efficienti, trasporti, ricerca, welfare e accesso alla cultura. E proprio su questi fronti le politiche nazionali continuano a mostrare limiti evidenti. La riduzione degli investimenti sociali, le difficoltà della sanità pubblica e la persistente debolezza di molti servizi territoriali rischiano di compromettere i risultati raggiunti.

Dynamic 1 AMP

Anche il rallentamento di alcune regioni tradizionalmente trainanti del Nord dovrebbe indurre a letture meno semplicistiche. Non esiste una competizione tra territori da vincere o perdere. Esiste invece la necessità di costruire un modello di sviluppo più equilibrato, capace di valorizzare tutte le aree del Paese. In questa prospettiva, il successo del Mezzogiorno non dovrebbe essere vissuto come un’eccezione da osservare con stupore, ma come una condizione normale da consolidare.

Resta infine un dato che invita alla prudenza. L’Italia continua a crescere meno della media europea. Ciò significa che, mentre discutiamo dei divari interni, il sistema Paese continua a perdere terreno nel confronto internazionale. La sfida non è soltanto ridurre le distanze tra Nord e Sud, ma costruire una strategia di sviluppo capace di affrontare le grandi trasformazioni economiche, ambientali e tecnologiche del nostro tempo.

Per questo il dato del 2025 non può essere celebrato come un successo definitivo. Dovrà essere la politica a interrogarsi. Soprattutto dovrà essere chi governa a interpretare questo segnale e trasformarlo in una scelta strategica di lungo periodo o se invece si lascerà prevalere ancora una volta interventi frammentari. Le elezioni legislative si avvicinano e tutte le attenzioni rischiano di focalizzarsi su annunci e visioni a corto respiro. Eppure da queste scelte dipenderà non soltanto il futuro del Sud, ma quello dell’Italia nel suo complesso.

Dynamic 1 AMP
FloorAD AMP
Exit mobile version