Chiunque abbia navigato su internet o abbia visto più di qualche film nella propria vita, almeno una volta si è imbattuto nel Ponte di Brooklyn. Nei suoi splendidi 143 anni è diventato molto più di una semplice struttura che collega Manhattan a Brooklyn. È il simbolo di una città e delle storie che la attraversano ogni giorno: amori nati all’alba, baci sotto la pioggia, sguardi rubati, chiacchiere tra amici, corse notturne e mani che si cercano nel rumore incessante di New York.
Quando venne inaugurato nel 1883, il ponte sembrò quasi un miracolo, Harper’s Weekly scrisse che il ponte sarebbe stato “Il lavoro che con maggiore probabilità sarà il nostro monumento più durevole, e che tramanderà la nostra conoscenza ai posteri più remoti, è un’opera di pura utilità; non un santuario, non una fortezza, non un palazzo, ma un ponte”.
Dietro quel progetto c’era l’ingegnere tedesco John Augustus Roebling, convinto che il ponte avrebbe cambiato per sempre il volto di New York. Non riuscì però a vederlo completato: morì poco dopo l’inizio dei lavori a causa di un incidente sul cantiere. A raccogliere la sua eredità fu il figlio, Washington Roebling, che continuò il progetto anche dopo essersi ammalato gravemente durante i lavori nelle fondamenta sommerse del ponte. Accanto a lui emerse una figura rimasta a lungo in ombra, ma oggi considerata centrale: sua moglie, Emily Warren Roebling, che coordinò operai, tecnici e comunicazioni diventando, di fatto, una delle protagoniste della costruzione, divenendo la prima persona ad attraversare il ponte a piedi.
Il ponte nasce quindi da ambizioni, sacrificio e ostinazione, forse è proprio per questo che ancora oggi ci appare diverso da altri ponti: non trasmette solo imponenza, ma anche una sorta di eroismo romantico.
Alla sua inaugurazione, il 24 maggio 1883, le persone arrivarono da ogni dove per ammirare la maestosa creazione, il New York Times ne parlò così:”«Il tempo splendido ha richiamato visitatori a migliaia da ogni dove… Si stima che oltre 50.000 persone siano arrivate solo con i treni, e sciami dalle barche e dai traghetti hanno contribuito a gonfiare la folla in entrambe le città… L’apertura del ponte è stata decisamente la celebrazione di Brooklyn».
Da quel momento, il ponte di Brooklyn smette di essere solo una fantastica opera architettonica e diventa parte dell’immaginario collettivo, celebrato nell’arte: da oltre cento anni compare nei film come un personaggio silenzioso. In Manhattan diventa il profilo romantico di una città malinconica e innamorata di se stessa; in Once Upon a Time in America assume il sapore nostalgico del tempo perduto. Persino i blockbuster lo trasformano in simbolo emotivo: non importa quante esplosioni o inseguimenti attraversino New York, la macchina da presa torna sempre lì, sul ponte, quasi cercasse il cuore autentico della città.
Ma il mito del ponte di Brooklyn non nasce soltanto dal cinema. Nasce dal fatto che quel luogo è diventato, nel tempo, uno spazio sentimentale. Sul ponte ci si ferma. Si rallenta. Si guarda Manhattan da lontano come si guarda qualcosa che si desidera. Coppie di turisti si abbracciano controvento, runners attraversano la passerella all’alba, musicisti di strada riempiono l’aria di jazz mentre il sole scende dietro i grattacieli.
Forse è proprio questa la sua forza simbolica: il ponte di Brooklyn è uno dei pochi luoghi in cui New York smette di correre e si lascia contemplare.
Anche gli artisti ne sono stati sedotti. Il pittore Joseph Stella lo trasformò in una cattedrale moderna nel celebre Brooklyn Bridge, mentre fotografi come Berenice Abbott ne fecero l’emblema verticale della modernità americana.
Per questo il ponte di Brooklyn continua ancora oggi a essere iconico: perché non unisce soltanto due rive. Unisce milioni di frammenti umani.
