Il referendum: prima e dopo

Le campagne referendarie, i sondaggi sbagliati, i risultati, le conseguenze politiche. I giovani, spesso descritti come distanti dalla politica, si sono invece mobilitati orientandosi in massa per il No. Le prime crepe nella maggioranza con le dimissioni di Del Mastro e Bartolozzi.

Il referendum: prima e dopo
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Marcello Cecconi Modifica articolo

24 Marzo 2026 - 19.26


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La variabile che pareva decisiva in questo referendum sembrava essere solo l’affluenza. Invece c’è stato il classico ribaltone a smentire le rilevazioni colpevoli di dimostrare che alla crescita della partecipazione al voto si allargava lo spazio per il Sì. L’Ipsos, il più moderato nella forbice dei vari sondaggi, rilevava che già con il 49% di partecipazione il Sì risultava leggermente avanti di pochi punti percentuali, mentre con un’affluenza molto bassa (intorno al 40%) il No tornava a prevalere. Facile, ma non scontato, sostenere che qualcuno ha sbagliato i conti nel programmare la campagna referendaria.  

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Il fronte del Sì si è distinto, sul piano comunicativo, per l’occupazione dei canali della televisione pubblica ma soprattutto di quelli della potente Mediaset che la famiglia Berlusconi non ha esitato a mettere a disposizione in nome dell’ispiratore di questo referendum, Silvio Berlusconi. I talk rumorosi e le interviste senza contraddittorio non hanno raggiunto un pubblico nuovo (quello dei giovani) ma sono arrivate a chi, in gran parte, aveva già radicato la convinzione del Sì, ottenendone solo il rafforzamento. Una comunicazione (meglio propaganda?) che si è spesso trasformata in una narrazione politicizzata polarizzante con episodi singoli che venivano presentati come prova di una verità generale. Abbiamo visto, infatti, come si è contribuito a costruire immagini semplificate e stigmatizzanti di intere categorie, come nel caso della magistratura.

Il fronte del No ha accettato solo in parte la sfida polarizzante della controparte evitando di accartocciarsi intorno alle proposte di modifica legislativa ma incentrandosi sulla posta in gioco istituzionale: la difesa della Costituzione e la bocciatura del governo. Il limite nell’uso dei canali televisivi è stata l’inconsapevole arma vincente dello schieramento che ha beneficiato dell’inaspettata autorigenerazione dei giovani e giovanissimi che attraverso la rete hanno reagito alla deriva violenta della comunicazione politica del fronte del Sì.

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È evidente che se la comunicazione urlata e polarizzata del fronte del Sì, oltre che nei soliti elettori radicalizzati, cercava il consenso nelle zone di fragilità culturale ancora diffuse in Italia, ha sbagliato a misurarne l’ampiezza poiché non ha trovato la prevista risposta. E se qualcuno sperava che in queste zone di fragilità potesse trovarci la generazione Z ha sommato un errore all’altro, non prevedendo il fenomeno dell’emersione della loro rivitalizzazione nel dibattito pubblico.

Come rileva Aldo Pagnoncelli sul Corriere la generazione Z (18-28 anni) ha fatto registrare un’affluenza del 67%, e proprio tra questi elettori il No ha prevalso con il 58,5%. Un dato, quello sopra, che non può passar sottotraccia poiché è in discontinuità con il recente passato. I giovani, spesso descritti come distanti dalla politica, si sono invece mobilitati in massa, mostrando una capacità di risposta che nessuno prevedeva. La loro scelta nella direzione del No, che neppure il relativo fronte aveva pronosticato, è un fatto nuovo con il quale il fronte progressista dovrà fare i conti per il futuro.

Le ricadute politiche del voto appaiono immediate e profonde. La sconfitta del governo guidato da Giorgia Meloni è netta e si inserisce in un contesto già complesso, segnato da difficoltà economiche interne acuite dalle tensioni energetiche e dalle incertezze internazionali. L’esito referendario accentuerà queste criticità tanto che stanno venendo al pettine i ripetuti imbarazzi per le “sbavature” di alcuni suoi rappresentanti con le annunciate dimissioni del viceministro della giustizia Andrea Del Mastro e della capa di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi. L’ultimo tratto della legislatura sarà particolarmente instabile.

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Il fronte opposto, dopo il successo del No, è apparso come un grande rasserenato lago in cui sono scomparsi tutti i tumultuosi fiumi, torrenti e torrentelli del cosiddetto campo largo. Ma nella politica niente è statico e questa fase di wellness da vittoria di squadra lascerà il posto a manovre competitive che Elly Schlein dovrà gestire. Giuseppe Conte ha già rilanciato proponendo primarie aperte per la leadership, in una mossa che mira a ridefinire gli equilibri interni. Al tempo stesso, altre figure e componenti che vanno dai sindacati alle forze più radicali rivendicano un ruolo nel successo referendario, rendendo il quadro ancora più articolato.

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