Rojava, l’autonomia curda in Siria

Le Forze Democratiche Siriane (Sdf) e il governo centrale di Damasco hanno annunciato un accordo di cessate il fuoco e l’avvio di una possibile integrazione graduale dell’esperienza democratica curda.

Rojava, l’autonomia curda in Siria
Una ragazza curda assiste, delusa, all’arrivo delle truppe del governo di Damasco ad Hasakah, capitale del Rojava
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redazione Modifica articolo

6 Febbraio 2026 - 15.00


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Hiwa. In curdo significa speranza. Una parola semplice che però è diventata il bagaglio invisibile delle famiglie in fuga da Kobane, Shahba, Tabqa e Raqqa, l’unico bagaglio mai perduto durante gli sfollamenti. Chissà se speranza sarà ancora il sentimento su cui puntare adesso che da pochi giorni si è aperto uno spiraglio politico dopo anni di guerra e isolamento in Rojava, la regione nel nord-est della Siria abitata dai Curdi. Le stremate Forze Democratiche Siriane (Sdf) a guida curda e il governo centrale di Damasco hanno annunciato un accordo di cessate il fuoco e l’avvio di una possibile integrazione graduale dell’esperienza curda nel futuro assetto dello Stato siriano.

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L’accordo è interpretato da molti come una resa necessaria, un compromesso per evitare un’ulteriore debacle militare e descritto come l’unica via per mantenere una parziale autonomia in un contesto di forte pressione. Una resa per salvare il salvabile. L’arrivo delle forze governative a Hasakah, la capitale del Rojava, di fatto costituisce la fine del Kurdistan siriano e del tentativo di autonomia che va avanti dal 2012 sotto l’influsso della Primavera Araba.  

Un tentativo confederale con lo spirito di un socialismo democratico sotto l’egida del Pyd, il partito dell’Unione Democratica che ha dato vita a un inedito esperimento sociale fondato sul principio di municipalismo, spesso diretto da un uomo e una donna insieme, attraverso il quale città, quartieri e istituzioni perseguono la partecipazione comunitaria, la parità di genere e l’integrazione delle minoranze. Un percorso ispirato alle teorie care ad Abdullah Ocalan, storico leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) detenuto dal 1999, con l’accusa di terrorismo, nel carcere turco di massima sicurezza sull’isola di Imrali, nel Mar di Marmara.

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Quello dell’accordo di questi giorni è, comunque, il primo segnale di dialogo dopo un conflitto che ha continuato a produrre vittime e profughi anche in questi ultimi giorni, soprattutto nell’area di Kobane. Il futuro ci dirà quanto l’intesa riconoscerà dell’autonomia amministrativa costruita dai Curdi in questi anni mentre immediato sarà il riaffido al governo centrale del controllo delle risorse strategiche e delle principali infrastrutture del Rojava.

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Stati Uniti e Francia hanno parlato di un passaggio storico, mentre l’Europa non enfatizza troppo l’accordo tenendo i piedi su due staffe: a parole difende l’autonomia dei Curdi e nei fatti promuove il regime siriano di Ahmed al-Shara attraverso accordi economici. Anche Russia e Cina, insieme ai Paesi del Golfo, hanno preso a dialogare con la nuova Siria del dopo Assad. Ma ciò che desta sospetto sulla concretezza dell’accordo è il silenzio e l’assenza di una reazione ostile all’accordo da parte della Turchia, da decenni impegnata militarmente contro le formazioni curde oltre confine e all’assimilazione identitaria dei 15milioni di Curdi che vivono all’interno.

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Ecco perché l’accordo è fragile, reversibile, ma sufficiente a riportare almeno la questione curdo-siriana al centro del dibattito internazionale. Riapre una questione mai risolta: se e come un’esperienza di autonomia curda possa sopravvivere all’interno di Stati che storicamente l’hanno negata. La tenuta del Rojava, il rispetto del suo modello politico e la salvaguardia delle conquiste sociali, a partire dal ruolo femminile, saranno il banco di prova di questo fragile ma indispensabile processo.

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