Quando Google Maps sbaglia strada

In un tratto dell’A22, in direzione Brennero, la settimana scorsa l'app ha smesso di riconoscere un pezzo di strada. La sudditanza alla tecnologia rende il nostro cervello pigro

Quando Google Maps sbaglia strada
L'errore di Google Maps e le conseguenze
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Ludovico Conti Modifica articolo

5 Giugno 2024 - 20.02


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Quando Google Maps ti dice di svoltare, tu svolti. Il momento delle esitazioni e dei dubbi dura pochi secondi, poi ti ricordi della sua autorevolezza e la segui. Anche se stai guidando in autostrada e sai che la strada giusta è quella che stai percorrendo, appena la voce elettronica ti dice di uscire alla prima, tu esegui. Poco importa se i cartelli in autostrada ti invitano a continuare dritto, i cartelli elettronici non hanno la stessa fiducia ed autorevolezza che ha per noi Google.

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È sostanzialmente quello che è successo la settimana scorsa in un tratto dell’A22, in direzione Brennero, dove ad un certo punto Google Maps ha smesso di riconoscere, per un errore di sistema, un pezzo di strada. La soluzione? Un percorso alternativo che consisteva nell’attraversare Vipiteno, comune di circa 7000 anime, che si è ritrovato invaso da camion e macchine con conseguenti code che hanno durato ore.

Il tragicomico episodio è solo l’ultimo di una lunga serie che toccano la nostra quotidianità ed intimità. Attualizzando Karl Marx in quella sua tanto inflazionata frase “la religione è l’oppio dei popoli” potremmo dire tranquillamente che oggi è la tecnologia è il nuovo oppio dei popoli.

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Ognuno di noi ha aneddoti su come siamo dipendenti da questo nuovo santificato aggeggio e del senso di smarrimento che proviamo quando non funziona più. Mi viene in mente di quella volta in cui con degli amici andammo in un bosco in un percorso poco convenzionale ed il profondo senso di sconforto quando ci accorgemmo che il telefono non prendeva: niente Google Maps per ritrovare il percorso, niente linea per le telefonate. Il panico che piano piano prendeva piede. Poi, causalità o meno, ci salvò il ragazzo del gruppo che era meno legato alla tecnologia; colui che si affidava meno al telefono per trovare le soluzioni ai problemi fu quello cha mantenne di più la calma e ritrovò il sentiero per uscire.

Ma anche più banalmente, senza la necessità di perdersi nei boschi, la nostra sudditanza alla tecnologia e come questa cosa abbia reso il nostro cervello pigro si nota quando andiamo in palla appena dobbiamo fare dei calcoli come una semplice divisione a tre cifre. Benedette le calcolatrici che ci salvano sempre dagli imbarazzi, e benedetto sempre Google a cui ci affidiamo per ripassarle.

I casi poi di Google supermedico oramai non sono più una novità. I medici di famiglia lo sanno benissimo e non fa più stupore vedere nei loro studi un cartello che, tra il sarcastico ed il pungente, ci ricorda che le diagnosi le fanno i medici e non internet.

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Il ricorso al mezzo tecnologico è il nostro salvagente anche quando si parla con amici e salta fuori il nome di una persona che non ci ricordiamo bene se conosciamo o meno: diventa istintivo cercarlo su Facebook o Instagram. Ma cosa ne resta di noi, se non alleniamo la nostra mente a mantenerla viva sforzandoci di ricordare le cose?

Il recentemente scomparso premio Nobel per l’Economia 2002, Daniel Kahneman, ci dice che il nostro cervello si muova per due sistemi, uno per le operazioni veloci e uno per le operazioni più impegnative ma soprattutto che sia spinto a cercare di ridurre gli sforzi cognitivi appellandosi alle scorciatoie per prendere le decisioni.

Deleghiamo troppo i compiti alla tecnologia ed alleniamo il nostro cervello alla pigrizia coltivando poco il dubbio, perciò non dobbiamo stupirci se le persone leggono solo i titoli delle notizie o svoltano a Vipiteno invece di proseguire dritto come hanno sempre fatto.

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Sarebbe interessante sapere se l’indomani quegli automobilisti avranno inveito di più contro Google o contro sé stessi. Chissà.

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