Il disagio sociale: un fenomeno dilagante tra i giovani. Una serata di confronti a Teletruria

Il parere in studio di giovani, psicologi e operatori istituzionali. Le utili convergenze quando si partecipa a stage di giornalismo in emittenti storiche. Il parere del professor Maurizio Boldrini.

Il disagio sociale: un fenomeno dilagante tra i giovani. Una serata di confronti a Teletruria
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17 Marzo 2023 - 17.38


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di Giulia Bientinesi

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Ieri sera abbiamo affrontato una discussione, quella sui disagi giovanili, che per un verso mi chiama in causa in quanto parte di questa stessa generazione (anche se, ormai, quasi offlimit in quanto appena ventiseienne), mentre, per un altro, il mio interesse nasce poiché – molto più banalmente – questa stessa questione mi è stata sollecitata dal Direttore dell’emittente televisiva aretina, Teletruria, che in questi mesi mi ospita come tirocinante, incaricandomi di costruirci sopra un servizio, il mio primo, vero, servizio.

Ma partiamo dall’inizio. Spesso gli eventi si intrecciano tra di loro, senza alcuna logica, lasciandoci talvolta stupiti delle coincidenze che si creano. Quante volte, per esempio, ci è capitato di affrontare una discussione la sera prima con un nostro compagno o collega, e il giorno dopo vedere proprio lo stesso argomento ripreso sulla prima pagina di un qualche giornale. Bene, è quello che è successo a me.

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Tutto è cominciato quando una sera, spinta dal mio fidanzato di cui ne è un grande fan, decidiamo di andare a vedere allo storico cinema Eden di Arezzo, un film cult del 1979, The Warriors. I guerrieri della notte, allora diretto da Walter Hill. Ero vergine di quel cinema che sa tanto di vecchia scuola, con le poltroncine che cigolano e senza casse ultrasoniche per i più speciali effetti sonori, ma quell’ambiente e, soprattutto, l’atmosfera di cui si ricopre come un vecchio cappotto, è stata impagabile. Il film, si capisce subito, ha ‘formato’ tutta una generazione, quella degli anni ’80, come testimoniava l’età media del pubblico in sala di quella sera. Qualcuno, addirittura, aveva persino rispolverato per l’occasione il vecchio (anzi, no, vintage) chiodo smanicato in pelle che usava ai tempi, e anche questo – devo dire – non mi è affatto dispiaciuto, anche se qualcuno dei miei avrebbe pensato: “Che cringe”. Così come vedere qualche faccia più giovane, anche un po’ incuriosita, forse nipoti o figli di un qualche buon padre che ha li voluti con sé per fargli conoscere, a distanza di anni, quello che probabilmente fu un pezzo della propria adolescenza.

Dopo qualche rumorio serpeggiante in sala, con qualcuno che in sottovoce intonava l’iconica frase “Guerrieriiii… venite a fare la guerra?”, calano le luci e comincia il film, di cui ho apprezzato – invece – la scelta della lingua originale. Dopo qualche scena l’impressione è stata quella di ritrovarsi già lontani da via Guadagnoli, Arezzo, dove si trova il cinema, perché pare essere immersi nell’atmosfera cupa e urban di una New York degli anni Settanta, dominata e straziata dalla guerra tra gang.

Io, ora lo posso ammettere, quel film non lo avevo mai visto e ho evitato di dirlo subito per non essere ricoperta di insulti e perché voglio, anzi vorrei, che arriviate alla fine di questo articolo. Un film che ho visto tutto d’un fiato, apprezzando – come dicevo prima – la scelta della lingua originale che probabilmente non avrei mai scelto se lo avessi visto comodamente dal divano di casa, e, oggi, posso dire di comprendere l’entusiasmo retrò del mio fidanzato e di tutta quella generazione che ho appena descritto, che non stava nella pelle nel tornare al cinema per rivederlo.

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Da qui, ecco come prosegue la storia. La mattina dopo, arrivata in Redazione, il Direttore di Teletruria, Luca Caneschi, mi convoca nel suo ufficio per parlare dell’argomento scelto per la trasmissione che va in onda ogni giovedì alle 21.30, “Caffè Bollente”: i disagi giovanili. Un fenomeno dilagante, che chiama in causa la mia generazione e che spesso, purtroppo, sfocia in atti di violenza come testimoniano gli ultimi casi di cronaca che hanno riguardato non solo la provincia aretina e dintorni, ma tutta l’Italia. Una violenza che, oggi, non è più quella tra le gang del Bronx, ma più semplicemente tra ‘baby’ gang, così vengono chiamate. Il tema scelto – lo capite – è decisamente calzato a pennello, così ho avuto l’idea di scrivere questo pezzo. Un pezzo che mettesse a confronto due generazioni che hanno epoche, storie e modalità completamente differenti per dare vita ad un nuovo incontro-scontro: quello tra The Warriors e le Baby Gang di oggi.

Le differenze sono sostanziali, anche se ad animare entrambe questa realtà rimane la brutalità e la violenza. Violenza che, però, nel caso delle gang newyorkesi, aveva le ragioni di una vera e propria lotta per la sopravvivenza, per una salvezza tanto agognata, fagocitata da una realtà urbana dai tratti quasi post-apocalittici. Inoltre, Hill fu sublime nel raccontare la frenetica fuga dei protagonisti, i Warriors, mixando alla narrazione picchi di violenza ad una quasi romantica visione ideologica che ci fa aprire gli occhi sulla disillusione del regista nei confronti di quella società. Sposta così l’attenzione sul fenomeno delle bande di strada, schierandosi dalla loro parte e lo stesso noi, pubblico, ci sentiamo di seguirlo.

Ma, se guardando il film ci sentiamo di mostrare una solidalità nei confronti di quella precisa realtà, quella cioè della vita di strada, per prendere invece le distanze, per una volta, dalla vacua apparenza esteriore borghese del ceto abbiente newyorkese, oggi, lo stesso probabilmente non riusciamo a fare nei confronti di questo nuovo fenomeno, quello delle Baby Gang. E’ un fenomeno sociale in forte crescita, che vediamo diffondersi in tutta Italia, e caratterizzato da comportamenti aggressivi e spesso immotivati nei confronti dei coetanei e non solo; sono questi i tratti distintivi di questi piccoli gruppi, generalmente composti da ragazzi la cui età non supera quasi mai i 17 anni, pronti a dare sfogo a simili atti di violenza.

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Vicende di questo tipo non sono nuove alle cronache, infatti, per citare i più recenti casi, potremmo parlare di quello che ha riguardato la provincia di Arezzo, dove proprio qualche settimana fa si è aperto il processo alla baby gang aretina, composta da 9 ragazzini che per oltre due anni hanno terrorizzato i coetanei con atti di bullismo, violenza, minacce, raid di rapine e spaccio. Parliamo di Arezzo, ora, ma potremmo dire Siena, dove si ricorda la baby gang al femminile che circa un anno fa seminava il panico tra le loro coetanee senesi, servendosi dei social per infondere offese che poi sfociavano in vere e proprie violenze fisiche tra i vicoli del centro storico. E poi atti persecutori, lesioni, minacce fino alla pubblicazione e diffusione del materiale violento; oppure Firenze, dove proprio qualche settimana fa si è consumata un’aggressione davanti al liceo Michelangiolo contro due studenti di un Collettivo che stavano distribuendo dei volantini da parte di sei ragazzi di Azione studentesca esterni alla scuola. Così come Prato, Livorno, Pistoia, e così via da Centro al Nord per poi ripassare dal centro e finire al Sud. Che si parli di baby gang o meno, la violenza continua a tornare come un leitmotiv in una raffica di episodi che collezioniamo uno dietro l’altro.

Quello che ci chiediamo, però, è: che cosa si nasconde davvero dietro tutto ciò? Probabilmente tali violenze sono solo la punta dell’iceberg di un più ampio e preoccupante disagio giovanile che divampa a grande velocità e che deve pur nascondere dietro delle motivazioni. Tra le varie ipotizzate da alcuni sociologi potrebbe esserci, proprio nel caso delle baby gang, il bisogno di crearsi un’identità, il voler ‘far parte di qualcosa di più grande’ che fa sentire forti perché uniti, contro tutto e tutti, e insieme il brivido di provare esperienze adrenaliniche sanzionate dalla legge; quindi, il rifiuto delle regole, e poi il disimpegno morale, la rabbia, la frustrazione, la voglia di emulare comportamenti scorretti e, a tutto questo, spesso si aggiunge l’aggravante razziale. Qualcuno avanza anche l’ipotesi che questo potrebbe essere l’ennesimo strascico di un disagio, ora anche sociale, derivato dal confinamento forzato a causa del Covid-19.

A subirne, sul piano psicologico, sono stati soprattutto i giovani, gli adolescenti, che forse noi adulti ci mostriamo incapaci di comprendere e aiutare. 

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A questo proposito, ho avuto il piacere di portare avanti una conversazione con il Professor Maurizio Boldrini, docente di Storia della Cultura e del Giornalismo presso l’Università di Siena, con il quale in una breve intervista che qui riporto, e che è andata in onda per ‘Caffe Bollente’, ieri sera, giovedì 16 marzo, abbiamo affrontato insieme tali tematiche per capire, talvolta, quali possono essere le motivazioni che alimentano questi fenomeni, talvolta, che cosa si può fare per risolvere il problema.

Una domanda sul tema: quali sono, secondo lei, le cause dietro questo preoccupante disagio sociale che imperversa tra i giovani?

Di questo fenomeno se ne sta occupando un po’ tutta la ricerca mondiale perché il fenomeno dei disagi giovanili appartiene, in realtà, all’Italia e all’Occidente a partire dalla fine del secolo. Qualcuno ricorderà i lanci dei sassi dai cavalcavia, le varie bande giovanili notturne nelle metropoli e così via, ma mai si era manifestato nella forma attuale. Perché accade questo? I critici, gli osservatori e gli studiosi di sociologia rispondono facendo risalire il fenomeno a tre questioni fondamentali: la prima, la pervasività dell’industria digitale, cioè la mancanza di strutture critiche che facciano capire ai giovani i sistemi con cui va usata la rete e il digitale.

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Questo porta, specie su Tik Tok, Instagram o altre piattaforme di questo tipo, ad un uso selvaggio delle immagini, che molte volte sono portatrici e seminatrici di modelli e stereotipi comportamentali dove dare la spinta, usare la parolaccia, vestirsi in un certo modo piuttosto che un altro, farsi trovare col bicchiere in mano o, in generale, compiere atti di violenza, viene spesso considerato non solo abituale, ma anche molto gradito dal sistema, quale è quello della logica digitale.

Poi c’è la pandemia, accentuatore macroscopico di questi fenomeni. Questo perché alcune delle casse di compensazione come la scuola, la famiglia, i circoli giovanili o la stessa università, nel momento in cui è arrivata la pandemia, hanno finito per fargli vivere da soli, con le proprie crisi personali o familiari, il loro disagio che si è inevitabilmente accentuato, manifestandosi in tutta la Toscana, non solo ad Arezzo. Le nostre, infatti, erano terre in cui la contrada a Siena, i rioni ad Arezzo o, in generale, le mille forme della solidarietà sociale, erano solo uno dei tanti modelli di vita. Tutto questo è scomparso con la pandemia, né è stato sostituito da altro se non dall’aperitivo al bar. Ciò ha scombinato i piani proprio perché scompaiono le case di compensazione.
Infine, il terzo fattore rilevante è rappresentato dall’insicurezza di questa fase del mondo. Anche io, fossi giovane, oggi, sarei a disagio. Quali prospettive hanno, quale lavoro o futuro hanno davanti con una televisione che semina guerra e violenze. Parlo a voi giovani, che siete la generazione – mi si scusi il termine in televisione – più sfigata del mondo. La generazione che si trova a vivere la crisi economica più lunga, dal 2008 ad oggi. E poi la pandemia, appunto, e la guerra in diretta… Che ci volete mettere di più?

Essere giovani, oggi, lo ha detto anche lei è molto difficile. Ma cosa si può fare allora per aiutarli?

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Si possono dire molte cose. Bisognerebbe, però, che a dirle fossero innanzitutto le Istituzioni, le Università, le scuole, le famiglie, i Comuni. Le istituzioni, anche sociali. Penso, per esempio, ad Arezzo: avete una festa stupenda (quella della Giostra del Saracino) – che non è come quella di Siena, ironizza – ma che ha un’attrattiva notevole. Quindi, si deve pensare a come avvicinare i giovani a queste cose, che sembrano abituali, ordinarie, ma da loro percepite come distanti, lontane. Dobbiamo, invece, avvicinarli a tutto questo e poi, chiaramente, dobbiamo pensare a dargli delle prospettive, cioè fargli capire che è bello essere educati, essere civili. E’ bello dire grazie ed è invece brutto usare gli stereotipi di darsi gli spintoni. Quando abbiamo fatto l’inchiesta sul cyberbullismo come Università, insieme ad una equipe condotta da me, ci siamo resi conto che se poi educati all’uso dei social e al comportarsi in un certo modo, i giovani reagiscono anche positivamente. Un ruolo fondamentale ce l’ha, poi, anche la famiglia, la scuola e l’Università.

Aggiungo che in alcune parti, comunque, si è scesi in piazza per protestare contro tutta questa violenza che circola a passi svelti come fosse un virus, e non solo quella delle baby gang. Alcuni giovani continuano a far sentire la propria voce in rifiuto di tali atti deplorevoli, tra cui il bullismo, l’odio raziale. Anche se, di cortei nelle piazze o davanti alle scuole per rivendicare i propri diritti, oggi, se ne vedono sempre di meno. Come mai, secondo lei, difronte tutti gli atteggiamenti di aggressione – sia fisica che verbale – oggi si finisce per protestare sempre di meno?

Questo perché una delle forme indotte dall’uso dei Social e dalla Società digitale o – come direbbe Bonini, dal “Capitalismo delle piattaforme” – fa sì che, evidentemente, le persone siano portate ad un macro individualismo. Sennet, al riguardo, parla di ‘ipertrofia dell’io’, ovvero del fatto che tutte le persone sono sempre di più portate ad esporre in maniera massima se stessi, e questo impedisce di stare insieme agli altri, di dare il proprio giudizio. E poi c’è un’altra questione sulla quale si stanno scrivendo molti saggi, di cui anche la televisione nazionale parla – specie Sky, Rai 3, Rai 5 e qualcosa viene affrontato anche dalla vostra produzione (Teletruria) – cioè l’importanza di ristabilire il senso della memoria e della stabilità. I nostri nonni, i nostri genitori e, noi, sappiamo, ma questo sapere va trasmesso: c’è stato un altro mondo, altre epoche e ce ne saranno ulteriori nel futuro. Tutto questo vuol dire tronare a dare dei modelli che non siano solo quelli che imperversano oggi, come quello dell’influencer, ma modelli che siano positivi per capire che studiare è importante, fare stage è importante, così come apprendere un mestiere, vestire civilmente… Più ci si tira fuori dalla calca e più si deve spiegare a chi ha il coraggio di farlo che, forse, esserne fuori non è per forza sinonimo di sentirsi esclusi. Il giovane che ha il coraggio sereno di dire “Io non vado a fare l’aperitivo”, non si deve sentire un cane sciolto e un isolato, ma colui che dice semplicemente quello che gli va di dire. Quindi, il ritorno di tutti noi ai primi linguaggi civili. E lo dico da questo luogo – da Scienze della Comunicazione – e, più in generale, dal mondo del giornalismo e dei media. Ci sono stati momenti in cui si è molto discusso dell’eticità e della ragionevolezza di cosa dire in tv o in radio, ma oggi, invece, vince per audience e pubblicità chi fa più lo spavaldo e lo sbruffone. Le liti in diretta nei talk show ne sono la massima espressione. Spero che la vostra televisione, che è seguita molto in tutta la Toscana, adotti un modello ben diverso educando i giovani a dire la loro con pacatezza evitando così di imporsi con la violenza.

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