Perché tanti paesi ambiscono al titolo di città? Breve storia dal Trecento a oggi

Fino al Trecento secolo non sono esistite incertezze dal punto di vista giuridico, in Italia si chiamava civitas, cioè città, solo quella che era sede vescovile. Ma poi...

Perché tanti paesi ambiscono al titolo di città? Breve storia dal Trecento a oggi
Montalcino
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

1 Aprile 2022 - 11.18 Globalist.it


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di Gabriella Piccinni

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Montalcino, in Toscana, è solo l’ultimo comune in ordine di tempo ad aver ricevuto il titolo di città dal Presidente della Repubblica. Negli ultimi due anni analogo riconoscimento è stato concesso, su loro richiesta, a diversi comuni italiani di varia consistenza demografica, distribuiti lungo tutta la penisola, come Calderara, Sabaudia, Subiaco, Marsico Nuovo, Sermoneta, Ponte San Pietro, Varzi, Ascoli, Macerata… Intendiamoci, non è del tutto una novità, il titolo di città ha comportato sempre un riconoscimento pubblico, tanto che fino al 1946 era necessario un decreto del re, poi del capo provvisorio dello Stato fino al 1948 e, successivamente, del presidente della Repubblica. Oggi l’articolo di legge che riguarda la materia è stringato ma esplicito: «Il titolo di città può essere concesso con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro dell’Interno ai comuni insigni per ricordi, monumenti storici e per l’attuale importanza civica e culturale». 

La cosa interessante è che, come si vede, si tratta di un titolo oggi molto desiderato anche se non comporta alcun privilegio. I comuni che l’hanno voluto si sono sottoposti ad un iter preparatorio durato diversi anni durante i quali hanno ricostruito la propria storia, enumerato le proprie ricchezze, riflettuto sulla propria realtà attuale e sulle proprie potenzialità. Direi anzi che il titolo è ambìto proprio per questa sua carica esclusivamente simbolica. Perché chiamarsi città non è ‘utile’, nel senso che non fornisce alcun tipo di vantaggio concreto e diretto se non quello di aiutare una comunità a riconoscersi attraverso un sentimento di appartenenza comune, un patrimonio di memoria e tradizioni che alimentino il suo presente e, si spera, siano base per una sua rigenerazione.

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Del resto siamo in Italia, e qui etruschi e romani già molti secoli fa avevano seminato i territori di sedi stabili per i loro magistrati, i sacerdoti, facendone centri organizzativi della vita delle campagne e del mercato del grano. La vita urbana aveva rappresentato un richiamo così forte che una parte della popolazione le era rimasta poi fedele anche in quella lunga stagione che seguì la dissoluzione dell’impero di Roma, in altre parti d’Europa accompagnata dalla sua eclissi talvolta totale. Molte città italiane sopravvissero alla grande crisi e fu anche così che si gettarono le basi per la loro spettacolare esplosione del Due e del Trecento, i cui meriti architettonici abbiamo ancora sotto gli occhi quando apriamo le nostre finestre e guardiamo in strada. E fu per questa eredità che alla metà dell’Ottocento Carlo Cattaneo, il fondatore del Politecnico, volgendosi verso quella storia urbana così importante, poteva pubblicare un saggio (La città come principio ideale delle istorie d’Italia) nel quale proponeva proprio un ordinamento costituzionale che facesse dell’Italia quasi una federazione di città.

Resta il problema di cosa fosse una città. Fino al Trecento secolo non sono esistite incertezze dal punto di vista giuridico, in Italia si chiamava civitas, cioè città, solo quella che era sede vescovile. Questo è l’usum nostrum, il nostro costume, scrivevano i giuristi. E gli abitanti lo sapevano bene, tanto è vero che quando alcuni di essi, ai quali stavano stretti gli epiteti di borgo, villa, castello, terra, aspirarono a vedersi riconosciuta la condizione di cittadini, iniziarono col chiedere con insistenza proprio la presenza di un vescovo. Gli storici così, si sono trovati di fronte a casi difficili da classificare, con centri urbani troppo piccoli per essere considerati città in un’Italia superpopolata, o al contrario troppo vivaci per essere considerati solo villaggi, e  hanno iniziato a chiamare quasi-città quelli che dimostravano una spiccata tendenza ad assumere caratteristiche urbane senza che nel vocabolario del tempo si riuscisse a identificare una forma espressiva pienamente adatta a definire la loro identità.

 Insomma, il titolo di città è sempre stato sfuggente, eppure è sempre stato considerato importante, e così è anche per le collettività odierne delle quali siamo partiti, che in qualche caso si fanno forti proprio del fatto di aver avuto secoli fa quel titolo che intendono ora rinnovare. Forse perché dal passato collettivo aspirano a far emergere brandelli di ciò che ancora sono ma qualche volta non sanno più di essere. 

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In definita sembra proprio che possiamo continuare a fare nostre le belle parole di Roberto Sabatino Lopez (1986): “sono cittadini coloro che si sentono tali, che sono orgogliosi di appartenere a una comunità superiore al villaggio per potenza, per ricchezza, per cultura, per tradizioni artistiche, per un passato memorabile, per l’attitudine a uno sforzo comune”. Perché, aggiungeva, “il concetto di ‘città’ è intuitivamente chiaro, ma si basa non tanto su dati di fatto accertabili e misurabili quanto su elementi psicologici. Una città è prima di tutto uno stato d’animo”. Torniamo, così, oggi a dare ragione anche ai tanti pensatori del passato, quando pensavo che nella città trovasse senso qualcosa di più impalpabile del numero degli abitanti o della cattedra di un vescovo, qualcosa che atteneva semmai a una volontà condivisa dalla sua gente. Il fiorentino ser Brunetto Latini, il maestro di Dante, nel Duecento definiva città “un raunamento di gente fatto per vivere a ragione”.

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