The Rolling Stones, gli “anti-Beatles” con le dita appiccicose

L’appuntamento musicale del mercoledì

The Rolling Stones, gli “anti-Beatles” con le dita appiccicose
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Lucia Mora Modifica articolo

23 Marzo 2022 - 17.41


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È ufficiale: The Rolling Stones tornano in Italia. Suoneranno a San Siro il 21 giugno 2022. Tralasciando i costi folli dei biglietti (si potrebbe fare un intero articolo sulla crescente inaccessibilità economica dei grandi eventi musicali), il loro è senz’altro un ritorno molto atteso.

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C’è chi li ama e chi li ritiene sopravvalutati, ma nessuno può negare la loro importanza, la loro statura e la loro influenza all’interno del panorama musicale mondiale. Hanno fatto la storia del rock e questo è un dato di fatto. Noi come al solito prenderemo in considerazione tre dischi: l’album peggiore, un album pregevole e l’album migliore.

Mi raccomando, però: don’t let your daughter marry a Rolling Stone.

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Dirty Work (1986)

Di solito qui l’accordo è unanime: Dirty Work è il peggior lavoro degli Stones. Le tensioni all’interno del gruppo (l’anno prima era uscito il disco solista di Mick Jagger, con grande disappunto di Keith Richards), gli effetti debilitanti delle droghe e la quasi totale assenza di una direzione da seguire raggiungono il picco con un disco pigro, che sembra realizzato quasi controvoglia, senza quella grinta di qualità che di solito contraddistingue le loro produzioni. Non è affatto un caso che la traccia più dignitosa del disco – Harlem Shuffle – sia stata scritta da autori esterni alla band, ovvero Bobby Byrd ed Earl Nelson.

Exile on Main St. (1972)

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Uno dei migliori dischi della band londinese che, a sentir qualcuno, arriva al fotofinish insieme a Sticky Fingers. Io sono un po’ meno generosa e lo considero semplicemente un buon lavoro, piacevole e riuscito. La qualità è meno lampante rispetto al suo predecessore, fatica a emergere al primo ascolto, ma chi darà una seconda o una terza chance a Exile difficilmente se ne pentirà. La voce di Jagger è in ottima forma, così come i riff e gli assoli di Richards e di Mick Taylor. In giro c’è di peggio, via.

Sticky Fingers (1971)

Il 1971 è l’anno d’oro dei Rolling Stones. Non ho dubbi a riguardo. Non ne ha avuti nemmeno Andy Warhol che, dopo l’iconica banana di The Velvet Underground & Nico (1967), regala al mondo un’altra copertina passata alla storia. Ne passa alla storia anche il retro, in realtà, dove per la prima volta compare il celeberrimo logo Tongue and Lip Design di John Pasche, artista che aveva appena conseguito il Master of Arts al Royal College of Art di Londra e che per la realizzazione guadagnò poche decine di sterline. Sticky Fingers è quindi un’opera d’arte a 360 gradi, è un grande ingranaggio dove tutto è dove dovrebbe essere e dove tutto funziona alla perfezione. Che cosa vuoi dire a quel sax di Can’t You Hear Me Knocking? E ai lamenti dell’organo di I Got the Blues? Gli Stones riescono a unire l’anima blues a quella rock senza mai tradire le caratteristiche né dell’uno né dell’altro genere, ma realizzandone anzi una sintesi ammirevole – peraltro con qualche piccolo e dosato tocco country qua e là, come in Wild Horses. Per non parlare poi della voce di Jagger, il cui talento fila liscio come l’olio. I Rolling Stones non hanno mai fatto meglio di così.

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