Lingue che si spengono: con la scomparsa di Cristina Calderón sparisce la lingua Yagán

Il semiologo Giovanni Manetti, in questa intervista, ragiona sulle cause del fenomeno sempre più diffuso che interessa le circa 6700 lingue parlate al mondo. Ogni 14 giorni una lingua arriva alla completa estinzione per la scomparsa degli ultimi parlanti

Lingue che si spengono: con la scomparsa di Cristina Calderón sparisce la lingua  Yagán
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1 Marzo 2022 - 13.27


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di Chiara Guzzarri

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E’ da poco tempo scomparsa di Cristina Calderón, ultima custode della lingua Yámana.

La caduta in disuso di alcune lingue non costituisce certo una novità, ma il dato che oggi risulta allarmante è la velocità con cui migliaia di idiomi si stanno estinguendo. Questa estinzione ha molteplici fattori: culturali, sociali, economici.

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A ridosso di questa scomparsa, Giovanni Manetti, professore di filosofia, semiotica e storia della semiotica all’università di Siena, affronta nell’intervista che pubblichiamo un fenomeno sempre più diffuso ma a cui, forse, non si dà il dovuto peso, non considerando le implicazioni culturali e sociali intrinseche.

Con la morte dell’indigena Cristina Calderon scompare anche la lingua Yámana. Cosa ne pensa?
È molto triste – e al contempo fonte di riflessione – la notizia della scomparsa a 93 anni di Cristina Calderón, l’ultima custode della lingua Yagán, parlata dal popolo indigeno degli Yámana, un gruppo etnico stanziato all’estremità sud del Cile nella Terra del Fuoco. Questo gruppo estende la sua presenza fino a Capo Horn, cosa che lo fa considerare come quello che vive più a sud nel mondo. La totalità della popolazione (ridotta in due secoli di almeno due terzi) ha via via adottato la lingua ufficiale della nazione di cui si trova a far parte, lo spagnolo, considerato lingua di maggiore prestigio, in modo che non c’è più nessun parlante nativo capace di padroneggiare lo Yagán, nemmeno gli stessi figli (ben sette) della donna. Con la sua scomparsa si perde di fatto una lingua nella dimensione che i linguisti definiscono di “Parole”, ovvero di effettiva esecuzione da parte di soggetti che attraverso di essa entrano in interazione. Per fortuna, in questo caso, è stata preservata l’altra dimensione del linguaggio, ovvero la “langue” o codice: infatti nel diciannovesimo secolo un missionario anglicano, Thomas Bridges, stabilitosi nella Terra del Fuoco aveva compilato un dizionario Yagán-Inglese ed una grammatica. La stessa Cristina Calderon ha fatto insieme alla nipote una cosa analoga, redigendo un dizionario Yagán-Spagnolo e raccogliendo contemporaneamente una grande quantità di racconti mitici e canti, tramandati dalla cultura popolare, in un libro dal titolo “Hai kur mamasu shis” (Voglio raccontarti una storia). In questo modo una dimensione della lingua Yagán e una parte della sua cultura che si era tramandata oralmente sono fatte salve.

Quanto è diffuso il fenomeno della scomparsa delle lingue?
In effetti c’è un fenomeno molto preoccupante che interessa complessivamente le circa 6700 lingue parlate al mondo attualmente, ed è quello per cui approssimativamente ogni 14 giorni una lingua arriva alla completa estinzione per la scomparsa degli ultimi parlanti, ed è stata fatta la previsione che in breve un numero collocato tra il 90°e il 40° di lingue è destinato all’estinzione. Un ritmo di estinzione superiore a quello delle specie animali. Inoltre, a livello mondiale, si registra un rapporto inverso tra il numero complessivo dei parlanti e il numero delle lingue: circa 3500 lingue sono parlate da solo lo 0,2% della popolazione mondiale; circa 3000 sono parlate dal 20% e solo 83 lingue sono parlate da circa l’80 %. La conseguenza della loro progressiva scomparsa è quella di perdere il tesoro di conoscenza che è depositato in ciascuna di esse. Come noto, ogni lingua ritaglia il mondo in maniera idiosincratica, il che vuol dire che filtra la conoscenza del reale attraverso le lenti rappresentate dalla sua struttura, che non coincide con quella di nessun’altra lingua, per quanto vi siano similarità tra lingue dello stesso gruppo (ad esempio l’indoeuropeo, le lingue uralo-altaiche, le amerinde, le sino-tibetane, ecc.). Questo fenomeno è noto con l’etichetta di “relativismo linguistico”, legato alla cosiddetta ipotesi Sapir-Whorf, i due linguisti americani, studiosi entrambi delle lingue amerinde, a cui si fa risalire.

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Ne costituisce un esempio la struttura della lingua Hopi, parlata da una popolazione indigena amerinda che vive nel Sud-Ovest degli USA. Ebbene, gli Hopi per qualificare le azioni non ricorrono, come noi occidentali, a determinazioni temporali. Hanno solo due tempi dal punto di vista morfologico, il passato e il presente, che vale anche per il futuro, mentre noi ne abbiamo otto: In compenso hanno una grande quantità di determinazioni morfologiche relative all’aspetto, che indicano non il “quando” un’azione è compiuta, ma il “come” (se si svolge puntualmente o se è continua, se è iniziale o finale, se è ripetuta, ecc.). Ma non sono solo i dati grammaticali che interessano la struttura di una lingua. L’altro grande componente, il lessico, è il prodotto di una conoscenza fondamentale riguardo al mondo, che si è sedimentato attraverso la stretta relazione dei parlanti con l’ecosistema: nomi per i comportamenti degli animali, per le piante medicinali, per le tecniche di caccia e pesca, per i segni metereologici costituiscono dei database fondamentali. È stato giustamente notato che spesso i popoli indigeni conoscono molto di più intorno alla vita locale di quanto non sappiano gli studiosi.

In quali zone del mondo il fenomeno si verifica più sensibilmente?
Le lingue che si trovano in una situazione di pericolo di estinzione in effetti si concentrano in alcune aree geografiche del mondo che gli specialisti del Living Tongues Institute for Endangered Languages, in cui è direttore di ricerca il linguista David Harrison, uno dei maggiori conoscitori al mondo dell’argomento, hanno definito Hotspot: si tratta di regioni concentrate sparse in alcune parti del globo, caratterizzate da tre fattori: avere il più alto livello di diversità linguistica, il più alto livello di possibilità di scomparsa e essere costituiti da lingue che sono scarsamente o per nulla studiate. Per calcolare la diversità delle lingue concentrate in un Hotspot si fa ricorso anche al numero di famiglie linguistiche (o unità genetiche) a cui appartengono. Nel caso in cui un’intera unità genetica scompaia, perché nessuna delle lingue che la compongono viene più parlata, il danno è ovviamente molto maggiore. Gli Hotspot sono sostanzialmente sei, concentrati nelle seguenti regioni: 1) l’estrema propaggine ad est della Siberia; 2) il territorio a nord dell’Australia; 3) la parte ovest dell’America del sud; 4) l’Oklaoma e il sudovest degli Stai uniti; 5) l’Altopiano del Pacifico nordoccidentale.

Quali sono le cause di questo fenomeno della scomparsa delle lingue? Perché queste lingue sono soggette all’estinzione? Come mai non c’è almeno un giovane che voglia impararle.
Vi sono sostanzialmente due ordini di cause a determinare il fenomeno della scomparsa delle lingue o anche solo della loro messa in pericolo. Il primo è di carattere biologico e riguarda il fatto che una lingua muore quando l’ultimo parlante di quella lingua scompare; ma il grado di pericolo è dato dal progressivo invecchiamento dei parlanti. Nel caso che questi ultimi siano persone con più di 60 anni, la lingua è considerata “moribonda”. Il secondo ordine di cause è culturale ed è dato dal fatto che un numero crescente di persone scelgono di parlare la lingua dominante o quella delle comunicazioni di massa, come l’Inglese, lo Spagnolo, il Cinese, l’Arabo. In effetti, per quello che riguarda il mondo occidentale, si è assistito tra gli anni Sessanta e Settanta al fenomeno per cui l’Inglese è divenuto la nuova lingua globale, sia per motivi culturali (cinema, letteratura, musica, ecc.), sia per motivi economici (business, commercio internazionale, ecc.). Un ulteriore motivo di questa egemonia è stato l’enorme sviluppo di Internet, che ha generalmente adottato questa lingua. In generale i giovani appartenenti a gruppi etnici minoritari sono spesso scoraggiati dall’usare la loro lingua tradizionale e talvolta discriminati in ambito scolastico. Questa è la ragione per cui non si sentono invogliati a mantenere o a reimparare la lingua dei propri avi.

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C’è un modo per evitare la perdita di quello che è un bagaglio culturale immenso e irrecuperabile?
Il fenomeno della progressiva perdita delle lingue è davvero molto serio e in effetti sono state intraprese iniziative per fare fronte alla situazione che vari linguisti hanno da tempo cominciato a segnalare. Uno degli organismi che si è dimostrato più attivo a questo proposito è il già citato Living Tongues Institute for Endangered Languages, che oltre ad un’opera di classificazione delle lingue in pericolo, interviene positivamente nel processo della loro sparizione. Una prima linea di intervento consiste nella promozione di incontri tra gli specialisti e gli ultimi parlanti delle lingue in pericolo, registrando le loro storie e documentando le loro lingue con l’ausilio di mezzi audiovisivi. Una seconda linea portata avanti soprattutto dall’Enduring Voices Project consiste nell’assistenza alle popolazioni indigene nel loro sforzo di mantenere le loro lingue e a conservare le antiche tradizioni, servendosi anche degli strumenti della moderna tecnologia. La terza linea consiste nell’incoraggiare uno stabile bilinguismo che permetta di acquisire in maniera fluente una lingua internazionale e, al contempo, di mantenere la lingua tradizionale, senza vergognarsi perché quest’ultima non è una lingua di potere e di prestigio.

Lei tratta questo tema anche durante il suo corso di semiotica. Come mai? Crede che bisognerebbe prestare più attenzione al fenomeno?
In effetti cerco ogni anno di presentare questo problema nelle mie lezioni di Semiotica. Il fatto è che io concepisco questa disciplina come coincidente con una teoria generale della comunicazione, un po’ come la concepiva Umberto Eco stesso, che è come noto il fondatore e diffusore della Semiotica in Italia. Questa disciplina riguarda sia uno studio sistematico delle lingue e dei sistemi non linguistici, sia l’analisi della dimensione della loro reale e flagrante produzione attraverso i discorsi e i testi, e cioè la dimensione della cultura. Inoltre, è connaturato alla particolare fisionomia della semiotica italiana il fatto di avere anche una dimensione “politica”, sia nel progetto di smascherare l’ideologia nascosta e ammantata di naturalità nei fatti di comunicazione, sia di intervento, perlomeno conoscitivo, in fenomeni di manipolazione causati direttamente o indirettamente da situazioni di potere. E quello della scomparsa progressiva delle lingue è uno di questi.

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