Il catasto e lo storico problema dell'equità: oggi come nel Medio Evo

A Siena, dove nel 1316-20 si sperimentò quello che è considerato il primo catasto cittadino europeo, si sviluppò una larga discussione politica.

La tavola delle possessioni di Siena

La tavola delle possessioni di Siena

Gabriella Piccinni 28 settembre 2021

Forse non ce la faremo in Italia mai a discutere serenamente di una riforma del catasto per una più equa tassazione dei patrimoni immobiliari. Se ne parla a singhiozzo, con fughe in avanti e brusche frenate della politica perché il tema è, diciamocela tutta, impopolare. Almeno come l’aumento dell’Iva, cioè della tassa sui consumi. Il bello è che alla riforma del catasto non sono ostili solo tra i grandi proprietari o i proprietari di seconde o terze case, peraltro ben conosciuti al fisco, e nemmeno solo coloro che pensano che l’investimento sulla casa sia ancora un’opportunità interessante. A sentirsi minacciati per primi sono, paradossalmente, proprio quei ceti sociali che, secondo la volontà del legislatore, potrebbero trarre vantaggio da una più equa redistribuzione del carico fiscale e dalla definizione di nuove soglie di tassazione.

 

A diffidare di una riforma del catasto sono infatti oggi tanti italiani di ceto medio o medio basso che hanno acquistato casa nel secolo scorso, grazie ai risparmi delle famiglie sostenute dal grande sforzo collettivo di finanziamenti pubblici. Costoro temono di veder aumentati i costi della propria abitazione di famiglia, alla quale attribuiscono un forte valore esistenziale e di appartenenza, tanto più dopo che il lockdown ha insegnato a guardarla con occhi nuovi e più amorosi.

Anche se il modello della proprietà a tutti i costi, che ha rivelato le sue debolezze con la crisi finanziaria del 2007-2008, riversando le sue conseguenze sociali sugli strati più bassi, gli italiani che nel giro di qualche decennio sono riusciti a entrare nel novero dei proprietari sono più del doppio di quanti erano nel dopoguerra. Oggi hanno raggiunto il 72,9%. È chiaro a questo punto perché semplicemente parlare di riforma del catasto per tassare diversamente gli immobili provochi allarme diffuso anche tra chi non dovrebbe aver troppo da temere. Il dato è inferiore a diversi altri paesi europei, ma un po’ superiore alla media continentale che è del 69,5%. Noi, comunque, superiamo Francia 64,1% e Germania 51,9%, ma la Spagna a sua volta ci supera perché lì 78,2% delle persone possiede un’abitazione.

 

Gli interessi in ballo, su questo terreno, sono sempre consistenti e sono diversi secoli che gli italiani si arrabattano intorno all’interrogativo di fondo: in quali proporzioni uno stato debba finanziarsi tassando i consumi, le rendite, i redditi, gli immobili, e dove possono essere cercate forme di limitazione delle iniquità e di redistribuzione sociale della ricchezza diverse da quelle fiscali.

Anche nell’Italia medievale le strategie di finanziamento della spesa pubblica erano occasione importante di conflitto. A Siena in particolare, dove nel 1316-20 si sperimentò quello che è considerato il primo catasto cittadino europeo (chiamato la Tavola delle possessioni, dove si censivano tutti i beni fondiari rurali e urbani), si sviluppò una larga discussione politica. Nel 1323 ai membri del Consiglio Generale della città il governo propose di scegliere tra quattro possibili percorsi: il Comune poteva vivere della Lira (cioè dei proventi di dazi e prestiti “forzosi” occasionali chiesti ai cittadini e poi restituiti), oppure delle gabelle (cioè tassando i consumi), oppure della Tavola (cioè tassando le proprietà immobiliari), oppure infine di un terzo per ognuna di queste fonti di entrata.

 

I nostri antenati avevano dunque ben chiari gli interessi in ballo. Sul piano politico una rinuncia al catasto avrebbe testimoniato la forte influenza delle famiglie più ricche di proprietà immobili, avrebbe fatto impennare il debito pubblico favorendo coloro che lo finanziavano con i prestiti volontari molto redditizi, avrebbe aumentato la pressione delle gabelle sui consumatori e sulle famiglie, avrebbe favorito chi ottenesse i lucrosi appalti sulla loro riscossione. 

Alla fine ne era uscito rafforzato – è lecito pensare ‘come sempre’? - proprio il ruolo delle gabelle, dei cui appalti godevano, e della cui normativa per altro verso e in contemporanea si occupavano, banchieri e mercanti, nobili e borghesi, nelle varie vesti di proprietari terrieri, di uomini d’affari o di governo.